POTERE E CIVICA OBBEDIENZA


POTERE E CIVICA OBBEDIENZA

kiriosomega

Secondo la dialettica, il problema della natura del Potere ha due origini, quella esoterica e quella pragmatica. Questo secondo tipo di logica affascinante e vasta, ma credibile perché fisica, è espressa attraverso l’interpretazione biologica del problema.

In questa seconda esposizione, che qui solo accennerò per non essere accusato dai poveri di spirito d’apologia della biosociologia, il Potere è una manifestazione semplice e pratica che deriva dall’esaltazione del proprio sentimento di potenza che è uno dei momenti chiave della formazione della personalità dell’individuo.

E’ chiaro che non da sola agisce questa tappa maturativa della personalità e della caratterialità dell’uomo, sono molte le variabili da definire e, purtroppo, ancora non sempre chiarite dagli esami ematochimici di laboratorio che possono indicare, fatto noto specialmente a medici legali e criminologi, neurologi e psichiatri, come lo svilupparsi specialmente dei foglietti embrionali determini il modo d’essere. Quest’avvenimento ammette ovviamente anche una genesi innegabilmente ereditaria o almeno di predisposizione, cosicché il gruppo di animali simili interagisce nel miglior modo istintuale per risposta dei centri mesencefali e talamici per l’azione svolta da macromolecole decapolipeptidiche.

E’ ciò che avviene nel banco di pesci preda quando si dispongono in forma di pesce molto grande se attaccati da predatori o, al contrario, è il guizzare all’unisono in un senso o nell’altro, quasi danza ritmica, del branco in stato di quiete. Nella specie umana questo meccanismo è assai più complesso per l’encefalizzazione della funzione, ma la porta d’ingresso, deputata alla comprensione del funzionamento del sentimento di Potere o di soggiacere ad esso, è tracciata da questa via.

Qui termino questo versante del discorso in attesa che la scienza, finalmente non più imbavagliata dalle commissioni etiche del libero arbitrio clerical cattolico, sia libera di trionfare mentre queste si decidono a prendersi un po’ di vacanza perché ormai tanto hanno nuociuto alla specie umana.

Ogniqualvolta che in termini filosofici ci accingiamo a descrivere qualcosa che secondo noi ha carattere d’originalità, ci accorgiamo, studiando i secoli trascorsi, che qualcuno già si è espresso sull’argomento che vogliamo trattare.

Sul tema dell’obbedienza civile e di come il Potere si tutela stratificandosi nelle masse, l’antico ma sempre attuale “Aristotele” rese evidenti le sue tesi in molti scritti purtroppo perduti, ma a noi noti per trascrizioni e riferimenti d’altri Autori e Pensatori.

Il detentore “dell’ipse dixit” ci trasmise, nella sua enciclopedica opera, anche la descrizione delle Costituzioni delle polis greche e del modo d’operare dell’apparato delle loro strutture governative. Il suo maggior scritto, in questo settore della “sociologia dell’arte di governo” è intitolato “Politica”, e qui dimostra che tre sono i tipi fondamentali di Potere costituito, il monarchico, l’aristocratico ed il democratico.

Da questa sapiente ed antica traccia, le successive “Scienze politiche” hanno continuato ed avallato l’interpretazione del grande maestro greco.

Anche nel nostro tempo le discussioni sul concetto di Potere e sulle sue prerogative sono incessantemente attuali, anzi, a maggior ragione, oggi esse meritano un più ragguardevole approfondimento a causa dell’esistenza di una multiforme, variegata e composita società ampiamente e diversamente distribuita sul pianeta. Società che spesso mostrano intenti imperialisti e mire espansionistiche che derivano dagli aspetti economici legati e sottesi al Potere stesso.

Per questo motivo è indispensabile, nell’affrontare il tema che ci proponiamo, chiarirci quali sono le prerogative del Potere e qual’è il suo modus operandi, senza ovviamente tralasciare di studiare la funzione pragmatica di controllo che è insita nell’esercizio del proprio divenire. In conseguenza di questo primo frazionamento del tema affrontato, ci si deve dunque domandare se le imposizioni statuite hanno l’obbligo d’interessare tutti i cittadini amministrati.

E’ ora possibile asserire, per la premessa, che il poliedrico Potere è dunque simile, riduttivamente, ad un Giano bifronte.

Su un versante della sua espressività, infatti, esso tutela se stesso auto alimentandosi attraverso la propria applicazione ed opportunistica estensione, mentre sull’altra china, per la sua efficacia di controllo, da esso sorge la necessità per comprendere se può e deve ricadere anche su coloro lo detengono.

In ogni modo in tutti i consorzi umani, anche nei più semplici, nasce ed esiste un controllo tribale o governativo e da questo, forse archetipale concetto sociale, deve procedere il nostro pensiero per indagare su di esso.

Sembra questa una via d’indagine sufficientemente semplice e logica, anzi, ogni diversa formulazione d’impostazione di quest’argomentazione è, secondo me, artificiosa ed improduttiva.

E’ dunque ora necessario porre in evidenza che ogni applicazione e cambiamento che il “controllore” impone, all’interno della propria amministrazione, sia compresa come l’accidente di una sola sostanza, quella che convenzionalmente denominiamo Potere.

Sulla scorta dell’evoluzione logica di quanto abbiamo asserito, è ora semplice comprendere che non mostra alcuna difficoltà dialettica il domandarci quale o quali devono essere i modi in cui si manifesterà il Potere, fenomeni che, in ogni modo, sono intrinsecamente connaturati con la sua essenza.

Dobbiamo però evidenziare che sindacare i modi delle manifestazioni del Potere, ci ostenta, nelle risposte, solamente se esiste una morale della politica, mentre traguardarne l’essenza ci mostra quello che per carenza semantica definiamo l’aspetto metafisico del Potere stesso.

La via d’interpretazione del problema generale che ci proponiamo, così come presentata, é un’analisi multiforme e di complessa vastità, possiamo però, senza uscire dalla logica della nostra impostazione dialettica, trattare più semplicemente il problema del Potere delineandolo con l’intrinseco concetto che deriva e supporta la sua applicazione. Nella prassi, infatti, Potere è sinonimo d’ubbidienza civile che ubiquitariamente è presente in ogni umano consorzio.

Comprendere che la sostituzione di termini è indiscutibilmente vera è cosa da poco, infatti, tutti siamo a conoscenza che gli ordini partoriti dal Potere ottengono l’obbedienza nella comunità, ma sappiamo anche che esso spesso tenta di trascendere dal proprio spazio vitale perché vuole imporsi ad altre società. E’ per questo che il Potere, quando si manifesta al di fuori della giurisdizione in cui è sorto, per esempio palesandosi ad uno Stato straniero, evidenzia la sua forza nella capacità di farsi obbedire dai suoi seguaci, qualsiasi siano i mezzi posti in opera per procurarsi l’obbedienza e per condurre l’azione.

Dunque tutto il Potere riposa sull’obbedienza e, conoscerne le cause, significa indagarne la natura.

E’ però ora necessario puntualizzare nuovi concetti che derivano dall’affermazione precedente, infatti, è a tutti noto che il Potere ha in sé confini che non può assolutamente travalicare, perché l’obbedienza civile si muterebbe in pericolosa disobbedienza. Inoltre, il Potere dispone di mezzi sociali anch’essi limitati che, in ogni modo, variano nel corso dell’evoluzione di una società. Per esempio, i faraoni non potevano disporre della prerogativa di mutare il corso della religione (Akhenaton, ossia Amenofi IV marito della regina Nefertiti, subì gravi conseguenze per aver “insultato” la credenza in Ammone tentando d’instaurare il credo in Aton); i Principi di Borbone non potevano esigere il servizio militare dai loro sudditi…

Possiamo perciò affermare che il quantum di mezzi sociali di cui il potere dispone è direttamente proporzionale all’obbedienza che esercita e che, divenendo oggetto, è la quantità misurabile di Potere esercitato.

Tutte queste variabili di connotazione dialettica sono molto più semplicemente esprimibili attraverso la rappresentazione di funzioni matematiche che indicheranno i colmi positivi e negativi della quantità di Potere che si sviluppa nel tempo in una data società. Apparentemente capricciosi, i picchi positivi e negativi del Potere saranno, con questa tecnica, anche prevedibili e sempre assai precisi e derivabili. E’ però importante che la massa sociale esaminata sia sufficientemente estesa e che non abbia contezza, nella loro essenza, delle spinte pulsionali che la dirigono.

L’ESSENZA INCOMPRENSIBILE DELL’OBBEDIENZA CIVILE

Già Sigmund Freud si espresse indicando l’inconsueto come potente molla che spinge alla conoscenza, mentre, di converso, la banalità del quotidiano, del parlarci addosso, come la definisce Martin Heidegger non esercita alcuno stimolo sulla psiche umana. Molto probabilmente è questa la ragione dialettica attraverso cui si crea l’obbedienza nelle comunità umane.

Un ordine è bastevole a far sì che la patente di guida si trasformi in un concorso a punti, “devi usare la cintura di sicurezza ha deciso qualcuno che non conosciamo, devi… ci ha imposto un altro”, e un’intera classe di leva si presenta nelle caserme per espletare il servizio militare o quello civile.

Secondo l’economista Jacques Necker (Du Pouvoir exécutif dans les Grands Etats –1792) ed anche secondo me, scusate l’ardire, un simile mostruoso stato di dipendenza deve far riflettere gli uomini capaci d’intelletto, perché è quanto mai singolare e sorprendente che vastissime moltitudini s’inchinano, per obbedienza, al volere di pochi.

Possiamo supporre che la nostra volontà è inferiore alla loro o che forse cediamo perché essi posseggono anche lo stato di polizia, ma questa non è una risposta significativa perché per poterla comandare altri devono soggiacere al comando. Allora il Potere ci si presenta come una piccola società che ne assoggetta una più vasta. Anche questa ipotesi è capziosa, perché la repubblicana antica Roma, che deteneva un fortissimo potere, non possedeva pubblici ufficiali di professione, né disponeva di forze armate continuative dentro la “cinta delle antiche mura” ed i suoi magistrati s’avvalevano solo di pochi littori.

Si può obiettare che il sentimento d’obbedienza deriva non dal timore, ma dalla volontà di sentirsi partecipi del potere dello Stato. Questa spiegazione che i moderni giuristi amano proporre è favorita dall’ambiguità del concetto della parola Stato. Esso, infatti, contemporaneamente descrive una società che si è data un governo autonomo da cui deriva il concetto che lo Stato siamo noi stesi ma, parallelamente il concetto esprime anche l’apparato burocratico che governa la stessa società. In questa seconda accezione è però lapalissiano che membri dello Stato e detentori del Potere sono solo coloro che partecipano al Potere stesso.

Da un punto di vista strettamente interpretativo del concetto di Stato, ci rendiamo allora tutti conto che esso è un inganno razionale, infatti, in tutti i concetti espressi non si riesce ad evidenziare perché il governo deve essere, per principio, l’espressione della Società.

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