STRATEGIE E GEOPOLITICA DELLO SCACCHIERE ASIATICO! 1991


STRATEGIE E GEOPOLITICA DELLO SCACCHIERE ASIATICO

Figura 1. Bacino del vicino e medio oriente.

GLI INTERESSI DELL’OCCIDENTE


DIkiriosomega

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Che le guerre non si fanno per amore di una donna o per la libertà di qualcuno è un fatto che ormai dovrebbe essere noto a tutti, allora l’antica saggia domanda “cui prodest?” torna prepotentemente di moda e la risposta, se ci si pensa, è brutale.

Poche categorie sociali traggono immensi giovamenti, mentre gli altri, i tanti, hanno diritto a possedere lutti, rovine e fame, specialmente i perdenti.

Lanciamo una rapida occhiata all’economia di guerra che ha supportato la passata invasione dell’Iraq e chiediamoci, con intelligenza, perché avvenne e chi ne trasse benefici.

Attraverso una stima reale ma approssimativa il costo di quell’operazione, potremmo sostenere che avesse implicato, per il suo esercizio, una spesa di circa ottantamila miliardi di lire, in altre parole quaranta miliardi di dollari o d’euro.

Sorge spontaneo domandarsi come una simile spesa può emergere dalle economie nazionali anche se “robuste” come quella statunitense e, se esiste qualcuno, governo o persona, che voglia spendere una così grossa cifra del proprio sistema produttivo per salvare genti che non conosce e che mai vedrà.

No! E’ un’operazione antieconomica che farà gridare al “crucifigge” sia l’opposizione parlamentare sia l’elettorato che non approveranno la costosa manovra.

“Se la guerra che compio è una necessità, il sacrificio deve ripagarmi” questa è la dura legge del mercato.

Esaminiamo, come già abbiamo asserito, la vicenda con razionalità.

Nell’ordinarietà delle cose, ognuno afferma che chi esegue spese deve sostenerle, dunque, implicitamente, in qualche modo si è finanziato.

Per il concetto del finanziamento dell’azione, è verosimile che l’esborso per sostenere i costi dell’operazione bellica “Desert Storm” del 1991 si valuti in 40 miliardi di $ così ripartito:

“10 miliardi di $ sostenuti dagli U.S.A. e,

30 miliardi di $ investiti dalla “Al-Mamlaka al – ‘Arabîya as – sa’ûdîya” di allora e dal “Dawlat al-Kuwait”.

Problema dei governi interessati: come trovare i fondi senza sofferenza?

Risposta degli stessi governi: innalziamo il costo del barile di petrolio!

Molti ricorderanno che il prezzo del barile era allora attestato intorno ai 15 $ ma, con l’avvento della guerra del golfo, esso si accrebbe sino a 42/43 $ al barile. Dato che l’aritmetica è semplice, otteniamo che il guadagno stimato sulla stessa quantità di vendite si triplichi, attestandosi intorno ai 60 miliardi di $.

Ottima soluzione, vero? Ma il gettito di quest’entrata dove andò a finire?

Chiunque ha frequentato il mondo arabo sa che da loro è invalsa la regola che nel business si procede alla divisione paritaria dei ricavi. Dunque 60 miliardi di $ diviso due, U.S.A. e Paesi Arabi aderenti, indicano che ognuno incamerò 30 $ miliardi di dollari.

Gli Stati Uniti, attraverso le loro cinque compagnie petrolifere di bandiera, più due private sempre americane, con una spesa di 10 miliardi di $ ottennero un guadagno lordo di 30 miliardi di $ così proporzionalmente ripartito:

21 miliardi di $ d’appannaggio per il governo americano e,

9 miliardi di $ alle due società petrolifere private americane.

Gli Stati Uniti da quella guerra “umanitaria” hanno dunque ricavato, come utili, circa 20 miliardi di $.

Queste sono manovre economiche!

Bisogna proprio affermare che l‘operazione commerciale fu ottima anche perché apparsa al popolo dei “piagnoni” come una sollevazione dei buoni contro i cattivi.

Ma chi sostenne in realtà i costi di quella guerra? Tutti i Paesi importatori di petrolio ed in particolare l’Italia, in altre parole noi tutti, pagammo con lacrime e sacrifici.

I politici di casa nostra, allegri gaudenti e dançeur per tutto il decennio tra gli anni ’80 e 90, ci aiutarono, bontà loro, a capire che il Paese Italia era sul lastrico.

1°) Perché ci avevano già a lungo salassati con le tasse nonostante gli enti ed i servizi pubblici non funzionassero, poi perché i soldi dell’erario furono mal spesi o involati. Ma questo concetto non lo comunicarono. Anche “Mani Pulite”, che prese il via da un ammanco ai “Martinit” di “£ 7.500.000” non concluse nulla, perché il “pool” si guardò bene dall’andare a curiosare in casa delle sinistre politiche italiane. Ma questi concetti i nostri governanti omisero di riferircelo.

2°) I nuovi venuti al governo, “in qualità di primi attori”, personaggi di secondo piano di fronte ai grandi geni dell’escamotage, ci costrinsero a rifondere il debito pubblico, tra l’altro, con le due manovrine, Dini ed Amato, rispettivamente di £ 30.000 miliardi e di £ 100.000 miliardi.

Premesso che noi tutti sostenemmo i costi di quella guerra, ora dobbiamo chiederci: “Chi percepì quelle maggiori entrate? Come fu investito il surplus di denaro?

La risposta è semplice:

“Qual è il Paese, interessato a quella guerra, in cui l’industria degli armamenti è prima nel mondo e non ha cortei ululanti di contestazione?”

Risposta, gli Stati Uniti. Essi incamerarono nell’indotto “guerra” il 100% circa del denaro rastrellato per porla in opera.

Altro che solo i trenta miliardi di dollari dei conti che abbiamo svolto. Quella guerra significò per quel Paese lucrosi appannaggi e rafforzamento dell’economia interna.

Sembra proprio che le questioni umanitarie non emergono!

IL BENESSERE DEL POPOLO AMERICANO NON SI BARATTA

Ronald Reagan

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E’ però necessario affermare che l’uomo, per quella logica che abbiamo prima invocato e per sua naturale inclinazione, sembra possedere una spiccata tendenza a dimenticare ogni beneficio ricevuto a dispetto di quella peculiarità, che la natura gli ha fornito, della consapevolezza del sé, del passato, presente e futuro.

Similmente, anche le nazioni mostrano di disattendere la passione della sfera emotiva che crea anche quei rapporti umani che usualmente definiamo con il termine riconoscenza.

Infatti, sembra proprio che l’intera Europa, inclusa l’odierna Russia, cessi di ricordare il contributo non indifferente di sangue, oltre duecentomila morti, che gli Stati Uniti soffrirono durante la seconda guerra mondiale per scatenarla dal possibile regime hitleriano. Certo, ciò avvenne anche nel loro interesse, ma l’avvento delle democrazie europee non si sarebbe avverato senza anche quei morti.

Non sostengo che riconoscenza significa accettare passivamente la volontà del benefattore, il senso critico ha il dovere di prevalere sulle passioni e queste non devono manifestarsi preminenti, per egoismi personali, sulle azioni con indirizzo comunitario.

E’ di questi giorni il balletto indecoroso che Presidenti e Primi Ministri europei mostrano, in televisione, danzando al suono del nuovo ritmo del “Io ci sto e tu no” tutto per mostrarsi intelligenti, bonari, caratterialmente forti e decisi.

La pantomima del francese Chirac, che mira al nobel per la pace, è vergognosa ed inammissibile, mentre Scrhoeder, anche lui eletto per “un pugno di voti” recita a soggetto, dimenticando le sue asserzioni durante la campagna elettorale che lo ha portato al cancellierato. Intanto la Turchia esegue la sua danza della guerra tra i suoi si e no, perché prevede che potrà sistemare, finalmente, la questione Curda.

Le cose non vanno meglio in casa nostra dove il popolo dei furbi domina incontrastato usando il cavillo, ormai assurto alla dignità di metodo sin dall’unificazione del Regno d’Italia. Esso, a questo punto, governa la scena politica nazionale insieme alla complice burocrazia, in modo tanto indissolubile da mostrarsi indistinguibili.

Siamo perciò maestri nell’arte del “forse che si, forse che no”, fatto che ci porta ad interpretare la legge per gli amici e ad applicarla per i nemici. Insomma, mi sembra che un certo dispotismo di periferia, quello becero e tracotante dei prepotenti, non sia scomparso ma serpeggi ovunque, specialmente nei pubblici uffici e, da questo concetto escludo categoricamente solo i militari.

La nostra attuale maggioranza di governo non si amalgama e non propone, ad oggi, un atteggiamento definito ma, al contrario, solo d’orientamento frammentario, mentre l’opposizione, litigiosa su qualsiasi cosa, tralascia di ricordare il suo comportamento quando deflagrò la guerra del Kosovo. In quel periodo il governo di sinistra mostrò una propensione che fu suffragata con senso di responsabilità dal centro destra, si badi bene, solo per posizione geografica perché è plutocratico e capitalista, non certo socialista come quello estinto. In quello stesso periodo, l’On. Cossutta si recava in Serbia dal Presidente Milosevic per esternargli la sua simpatia di compagno. [Per molto meno, nel Paese dei suoi sogni, la Russia di Lenin e colleghi, la sua azione sarebbe stata premiata con l’intervento del boia e della corda.]


I MILITARI COMBATTONO LE GUERRE MA SONO L’ECONOMIA E LA POLITICA A VOLERLE

Possiamo con un po’ di fantasia e raziocinio ipotizzare che la riduzione degli armamenti, in ogni Paese, potrebbe avvenire se si riducesse proporzionalmente il budget economico destinato alle spese militari.

E’ possibile anche ragionevolmente sostenere che chi meno desidera gli eventi guerreschi è l’esercito, perché è il primo a subirne le conseguenze.

E’ perciò necessario che io esprima con chiarezza sin da ora, che chi sceglie la guerra e la dichiara, sono i politici e non i militari, ma gli squilibrati, in ogni modo, sono ubiquitari.

L’esercito, in ogni Paese, è solo esecutore d’ordini che deve rispettare per il giuramento prestato alla bandiera in qualità di difensore della Patria e della Nazione. Ma il compimento dei propri doveri, da cui emergono i diritti del cittadino, gravano, similmente, anche su tutti coloro che vivono nella nazione secondo i loro compiti.

E’ dunque ridicolo criticare i militari, come in questi giorni sta avvenendo, e non capire che l’impiegato assenteista, o peggio, non è meno responsabile del malessere sociale che viviamo.

In ogni settore socio economico nazionale è l’insieme delle leggi che determina il comportamento del cittadino e, tali norme, sono promulgate dai governi troppo spesso impastoiati dai voleri dei partiti politici che sono i veri centri di potere affaristico.

Il milite della G.d.F. che eleva una sanzione amministrativa verso l’evasore, chiunque egli sia, non deve essere bollato con epiteti irriverenti ed infamanti, egli ha svolto, in quell’agire, il suo dovere d’esecutor lex.

Purtroppo, la solita accozzaglia di genti rumorose e oculate solo per i propri interessi, possiede la funzione del loquere che non è connessa all’organo centrale che si trova racchiuso nella scatola cranica.

Tale insieme disordinato di genti, lo stesso che pretende l’uso dell’automobile, del treno puntuale, della sanità capace, del detersivo per la lavatrice e, scusate, anche della carta igienica più morbida possibile, non rammenta che sono i politici a codificare e promulgare le leggi. Questi stessi distratti cittadini rimuovono i propri sensi di colpa, tralasciando di ricordare che per ottenere il benessere che reclamano, qualcuno dovrà, ahimè, avere meno di quanto gli è necessario.

Anche coloro che si dichiarano “disobbedienti” o “no global” o “pacifisti”, pur avendo molte ragioni nel loro dire, compiono errori grossolani perché si atteggiano a “non violenti” per poi ricorrere alla forza a loro piacimento.

Anche le responsabilità del politico, in ultima analisi, sono da mitigare perché soddisfano gli appetiti del loro elettorato che prepotentemente afferma la volontà di possesso di qualcosa.

Questa è l’amara verità. Tutti noi vogliamo diritti e ripudiamo i doveri, ci scandalizziamo davanti al bimbo sofferente e non pensiamo che nel suo stare male abbiamo una colpevolezza precisa. Non ci battiamo contro i corruttori ed i concussi, non badiamo alle miserie altrui se non le vediamo per poi subito scacciarle dalla mente, non pensiamo che per il tozzo di pane che buttiamo tanta umanità sofferente si sbranerebbe per ottenerlo.

Ci atteggiamo a moralisti ed a censori dei costumi e non ci rendiamo conto che siamo fanatici sepolcri imbiancati.

L’esame che segue ha il fine di proporre una lettura più particolareggiata delle motivazioni nascoste dell’imminente conflitto bellico “preventivo”. Prenderemo in considerazione diversi aspetti che, in una sola parola, possiamo condensare nel concetto di “geopolitica riguardante il continente centro asiatico” e, dimostreremo che Saddam Hussein ed i suoi pozzi petroliferi sono solo il motivo occasionale per giungere ai nuovi mercati che presto dovranno aprirsi in zone ancora a noi sconosciute.

La prossima lotta armata militare non sarà breve né facile ed avrà l’esigenza di rispettare le condizioni meteo che si verificano, con l’avanzare del caldo, nei territori desertici specie nel centro sud dell’Iraq, la regione di Bassora, An Nasiriya, An Najaf, Karbala.

La guerra combattuta prevalentemente con il mezzo “aereo”, almeno nelle fasi iniziali, sarà irta di stenti e distruttiva. La sequela degli eventi bellici, tra guerra e guerriglia dei miliziani, che avverrà per il controllo dei territori islamici, proporrà la fase in cui l’occupazione militare terrestre diverrà sanguinosa e dovrà misurarsi con un’arma che definirei propria delle genti dell’Islam moderno: “L’Orgoglio” e la volontà di non avere gli occidentali nei loro territori. In ogni caso è probabile che la grande battaglia avverrà per la conquista di Baghdad.”

La lotta oscura che già vede eserciti regolari che combattono i “terroristi”, come ormai siamo abituati a definire i derelitti, sarà militarmente avvilente e grondante sangue.

Desidero con brevi righe aprire una parentesi, per domandare perché la stampa non utilizza il termine “miliziano” o “partigiano” al posto di quello obbrobrioso di terrorista, eppure, proprio da noi questi termini sono stati usuali. Si narra che la storia è magister vitae, allora il dilemma ha due corna, o siamo tutti quanti pessimi allievi o essa non insegna.

Non possiamo restare insensibili al grido di dolore d’interi popoli sottomessi, non possiamo ancora risentire il proclama di Ronald Reagan che annunciava: “Il benessere del popolo americano non si baratta”, perché mi chiedo – ma tutti gli altri popoli cosa sono?-

Allo stesso modo non possiamo assistere immoti alle parole proferite dai facinorosi della Jamail Islamica che vogliono uno scontro di civiltà.

Ricordiamo che in ogni caso la violenza è il primo ed unico rifugio degli imbecilli.

Io ho digiunato nel giorno delle “ceneri” e non perché sia seguace del papa e del cattolicesimo e Voi?

Figura 2. La portaerei Ark Royal in navigazione.

L’EREDITA’ DEGLI ANNI ‘90

Prima di addentrarci nell’argomento da trattare, pur rammentando il debito di riconoscenza che anche l’Italia ha verso gli U.S.A., desidero rammentare che già da oltre un decennio è in atto una strategia politica, proprio degli Stati Uniti d’America, che mira a destabilizzare l’unità europea. Essa si manifestò con l’avvento della guerra contro la Serbia di Milosevic e con il rafforzamento del marco che sosteneva in gran parte, in quel tempo, la nuova divisa europea non ancora circolante.

Quella guerra avvenne per precise motivazioni:

1°) per la volontà europea d’impedire all’Islam di fare il proprio ingresso in Europa,

2°) per l’interesse U.S.A di combattere la forza del “Marco”, che in realtà si doveva leggere “Euro”.

L’importanza del Kosovo[1] era dunque strategica nella politica americana ed europea, la Serbia diede lo spunto per il suo controllo e ad altre vicissitudini, con motivazioni economiche eguali a quelle della prima guerra del golfo. Cinque furono i segni distintivi di quella politica:

1) poter controllare le non indifferenti potenzialità economiche kosovare derivanti dai giacimenti minerari di rame, bauxite, argento,

2) controllare la via percorsa dall’oppio cinese per giungere in Europa,

3)utilizzare la ricostruzione della regione come trampolino di lancio per la futura

conquista dei mercati dei Paesi centro asiatici,

4)rafforzare la traballante economia statunitense,

5)creare un dissidio interno tra le forze economiche politiche che si avviavano verso la c

ostruzione degli “Stati Uniti d’Europa”.

Di questi concetti, i primi tre descritti sono comunitari agli interessi dell’Europa e degli Stati Uniti, gli ultimi due sono invece propri della politica statunitense.

Queste le molteplici ragioni che condussero a quella guerra e, ciò si evince attraverso una semplice riflessione sui fatti, così come furono riportati dalla stampa.

Da qualche tempo è anche filtrata la notizia, attendibile per la serietà delle fonti che l’anno trasmessa, che dal punto di vista della logica aberrante del benessere ad ogni costo, il controllo e la ricostruzione dei Paesi bombardati, serbi e kosovari, era già stata distribuita a società appaltatrici appartenenti ai Paesi che sostenevano il massimo sforzo militare prima che l’operazione bellica iniziasse, e ciò proporzionalmente all’impegno guerresco dei loro governi.

A loro volta, le società appaltanti, tutte vicine agli organi governativi, con i loro stanziamenti terranno le genti di quei Paesi sotto il giogo che imporranno, in ciò tutelate dai loro governi. Inoltre, fatto d’importanza estrema, il Kosovo con l’Albania si riveleranno ottime basi sul Mediterraneo, sfruttabili per la prossima penetrazione verso gli stati del centro Asia di cui tra breve ci occuperemo.

In quelle latitudini è dunque mutato solamente il padrone.

Tutto questo è oggi ancora possibile perché la questione balcanica è in divenire per la sua mancata composizione durante la seconda guerra mondiale. Il contrasto, ancora perdurante tra i Paesi che si trovano subito aldilà del Mare Adriatico, è addebitabile a tre diverse motivazioni storiche:

1°) alla scaltrezza politica di J. Stalin che doveva e voleva rafforzare militarmente l’Unione Sovietica nella piattaforma continentale europea;

2°) allo scarso interesse, di allora, dimostrato da sir W. Churchill che premeva per fare avvenire lo sbarco alleato in Normandia. In tal mondo aprendo un nuovo fronte bellico che, con una manovra a tenaglia, avrebbe stretto la Germania nazista in una morsa;

3°) all’inadeguata lungimiranza dell’amministrazione di F. Delano Roosevelt che si trovò, alla fine del conflitto, a combattere l’ondata del “maccartismo” e della “guerra fredda”.

Nemmeno la recente guerra, che ha interessato l’intera regione, ha definito la geografia politica dei luoghi, anzi essa ha posto, in modo particolare, lo Stato della Macedonia[2] in una condizione di continua emergenza.

Secondo la mia interpretazione, la regione balcanica troverà la sua fisionomia solo dopo che si comporrà l’instabilità geopolitica specialmente centro asiatica delle ex repubbliche sovietiche.

In ogni modo, nonostante il tentativo destabilizzante della politica americana avverso la nascente “Confederazione Europea”, le forze economiche riunite riuscirono a resistere al tentativo di essere disgregate da quell’azione politica e continuarono la loro marcia d’unificazione economica.

Il nuovo imminente evento bellico suggerisce però, tra i suoi fattori negativi, anche nuovi germi per lo sgretolamento economico e politico europeo. I primi sintomi già si sono verificati per il disaccordo delle nazioni sulle risoluzioni O.N.U. da porre in atto contro l’Iraq, anche se ritengo che Francia e Russia, non certo gratuitamente, potrebbero allinearsi ai voleri dell’amministrazione Bush.

In ogni modo un duro colpo già è stato inferto all’Organizzazione delle Nazioni Unite e l’unità europea è barcollante.

Poco prima dell’ufficializzazione del crollo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche per collasso economico dichiarato nel 1991 ma già facilmente appezzabile negli anni precedenti, secondo me sin dal fallimento del piano quinquennale di Nikita Sergeevič Kruscev, giunse, nel 1988, alla vetta politica sovietica, succedendo a Jurij Andropov, M. Sergeevič Gorbaciov che, nel clima di distensione, nel 1989 favorì la caduta dell’infame muro di Berlino eretto già dal 1961.

Il grande impero sovietico, sotto l’azione di forti pulsioni disgregatrici interne insoddisfatte dell’economia nazionale e, per gli interessi del mondo occidentale forse troppo frettolosamente posti in opera, si era dissolto lasciando i propri Paesi satelliti, ancora impreparati ad auto governarsi, in una situazione di precarietà economica ma con una gran quantità d’armamento sofisticato.

Il grave dramma della caduta del nemico comunista non si rivelò una vittoria del mondo occidentale ma, al contrario, si mostrò una tragica condizione che costrinse il capitalismo a far luce sulle sue più profonde ed intime contraddizioni.

Le masse più colte e meno compromesse compresero che l’apparente libertà d’azione offerta dal capitalismo fosse in realtà una condizione liberticida, mentre la grande finanza, bramosa di appropriarsi dei mercati della nuova Russia, proponeva il novello schema della globalizzazione. Inoltre, fatto nuovo e gravissimo, tutti i Paesi medio orientali filo comunisti, in qualche modo influenzati e controllati dalla scomparsa Unione Sovietica, rimasti “orfani del tutor” approntarono una politica estera non lineare, spesso però giustificata, aprendo un gran numero di “falle” nelle democrazie occidentali capitaliste.

Intanto la situazione dell’ex Unione Sovietica precipitava ed il Presidente Gorbaciov, nonostante la glasnost e la perestroyka, volute per dimostrare la disponibilità del P.C.U.S. e la ratifica di molti accordi raggiunti con George Bush senior e con R. Reagan, dovette anche concedere la libertà politica e nazionale, durante il 1991, alle Repubbliche Baltiche – Estonia, Lettonia, Lituania.

Il malessere interno all’U.R.S.S. non si sopì però con queste concessioni, perché altri popoli, tra loro diversissimi per etnia, costumi e cultura ormai bramavano il loro autogoverno.

Queste, in sintesi, le cause scatenanti di tanti piccoli focolai bellici, passati quasi inosservati nei territori delle zone di trapasso tra Europa e piattaforma asiatica medio orientale.

In questo contesto internazionale costituito dal nord est europeo in dissoluzione, dall’occidente del continente che tentava di coalizzarsi economicamente, mentre gli americani premevano per ampliare i loro mercati e con i Paesi arabi, da sempre bistrattati per la politica cieca dei loro governanti e dagli interessi occidentali, deflagrò, il 16 Gennaio 1991, la “Prima Guerra del Golfo” nota come operazione “Desert Storm”.

Si addusse a motivazione di quell’evento bellico, approvato dall’O.N.U., la manovra che Saddam Hussein[3], Presidente Irakeno, aveva posto in essere per ottenere il controllo dei territori kuwaitiani che considerava la diciannovesima provincia dell’Iraq.

Subito le borse mondiali, per i grandi speculatori, ebbero gravi contraccolpi ed il prezzo del barile di greggio giunse a quote altissime. Il nostro Paese, tra i maggiori importatori di petrolio, si ritrovò quasi alla bancarotta e le misure per tentare il risanamento furono dolorosissime.

Dopo una lotta armata senza storia, il 6 Aprile dello stesso anno, gli iracheni firmarono la cessazione delle ostilità. Si sottomettevano, con tale trattato, anche alla risoluzione di pagare i danni di guerra procurati al Kuwait e di accettare altresì di dichiarare il tipo e la quantità d’armamenti di cui erano in possesso e di smantellare i loro arsenali militari.

Ben presto la stampa occidentale rese noto che le risoluzioni previste dall’O.N.U., in tema d’armamento, non erano rispettate e che Baghdad non collaborava convenientemente. Si decisero così una serie di sanzioni amministrative ed economiche contro l’Iraq. In seguito alle sanzioni, i gruppi “Sciiti” allocati nel sud del Paese e quelli “Curdi” autoctoni del nord, verso il confine turco, scatenarono violente rivolte che furono causa di sanguinose repressioni. Per questo motivo l’Alleanza Occidentale creò una zona di sicurezza per i Curdi nel nord dell’Iraq.

Il primo secolo del nuovo millennio trova la geopolitica planetaria apparentemente organizzata ma, in realtà, essa è molto frammentata per gli appetiti e le necessità d’energia dei Paesi tecnologicamente avanzati. I due grandi blocchi cui eravamo abituati, rappresentati dal Patto Atlantico ( N.A.T.O. Aprile 1949) e dal Patto di Varsavia (14 Maggio 1955), sono in cattiva salute il primo ed è scomparso il secondo, lasciando come retaggio le grandi potenze mondiali tradizionali alla ricerca di una nuova configurazione geostrategica.

L’Europa che è confluita in confederazione economica, la Russia impoverita territorialmente ma con una grande potenza offensiva e gli U.S.A. che nonostante la loro apparente forza ed integrità sono preda di una grave crisi economica ed esistenziale perché, tra l’altro, provati dagli attentati subiti.

Questi Paesi devono però misurarsi con le forze emergenti rappresentate particolarmente dalla Turchia, Saudi Arabja ed Iran nel vicino e medio oriente, dal Pakistan e dall’India nel sud dell’oriente, dalla Cina e dall’emergente Corea nel lontano oriente.

Motivo della grave crisi mondiale che è in atto, già serpeggiante dal 1980 anno della morte di Josip Broz detto Tito, è la volontà del mondo islamico di far breccia nel cuore della vecchia Europa così come in passato già era riuscito a fare. L’altro grave motivo d’instabilità, di cui già si è riferito, è l’improvvisa scomparsa dell’Unione Sovietica.

Lo scontro, sul nuovo terreno di confronto, sarà inevitabile per la necessità imperante della ridistribuzione delle fonti energetiche che producono economia e benessere.

A mio avviso, l’unico possibile deterrente al disastro che si profila all’orizzonte è di matrice scientifica. Le nuove tecnologie potranno proporre, forse in tempi brevi, reali fonti energetiche alternative ai motori chimici offrendole a costi limitati. Sarà così possibile una riconversione industriale da cui nessun Paese deve restare escluso e la nuova fase economica politica potrà, per il suo necessario pragmatismo, soppiantare le equivoche logiche di necessità faziose supportate da morali illogiche e metafisiche.

Durante l’attesa che questa possibilità si verifichi, la situazione attuale è quella che ora descriveremo.

Nella storia umana, sin dall’età del ferro e più ancora per i viaggi dei “Polo”, la favolosa Asia è valutata come il crogiolo dell’evoluzione culturale dell’homo faber. Essa è un enorme serbatoio di razze e formazioni culturali che si sono succedute sulla via della seta. Ponte, quasi naturale nel congiungimento tra Occidente ed Oriente, è la stretta striscia di terra delimitata a nord dalle prime propaggini della catena montuosa degli Urali ed a sud dal “Mar Caspio” e dal lago “Aral”. Questo stretto corridoio era l’ultima Thule di due mondi diversi rappresentati, già dall’età del bronzo, dalle popolazioni Paziryk nell’Asia centro occidentale e dagli Sciti, poi Variaghi, nell’Europa centro orientale.

L’immensa Asia, quadrivio di contatto con l’Europa, nei nostri tempi pone in contiguità geopolitica i modus vivendi derivanti dalla ormai nuclearizzata Cina, dalle fortemente emergenti regioni Islamica e dal bacino indiano, anch’esso in possesso d’armamento atomico. Per quanto riguarda il continente europeo, una storia a sé svolge la sterminata ex U.R.S.S. che ora, dopo il tracollo economico dichiarato nel 1991, chiede di far parte del trattato di Maastricth.

Grave handicap dell’Asia è la mancanza di vie d’acqua navigabili che solchino convenientemente l’entroterra. Ciò fa sì che, ogni suo commercio deve svolgersi sulla terraferma attraverso territori orograficamente assai disagiati per il clima e la presenza di vastissimi altipiani desertici, assolutamente inospitali per l’uomo. Queste particolari condizioni, di gran parte del territorio, hanno inciso in modo specifico nel creare economie di sussistenza che giustificano l’attuale arretratezza economica e tecnologica dei popoli dell’interno e del nord.

Il continente asiatico possiede però enormi ricchezze non ancora realmente sfruttate, rappresentate, in particolare, da giacimenti petroliferi e di minerali pregiati che scatenano gli appetiti mai sopiti di tutte le grandi potenze. Gran parte di tali risorse si trovano nelle cinque Repubbliche esterne ex sovietiche, Paesi ora poverissimi, dove il reddito pro capite annuo è inferiore a quello mensile di un nostro salariato.

Questi territori, già da qualche tempo, per le loro ricchezze naturali sono la vera ragione del contendere tra le nazioni tecnologicamente avanzate.

Proprio in vista di questi non lontani sfruttamenti la conquista dell’Iraq di Saddam Hussein rappresenta, per la posizione geografica e per la sua “cattiva” politica estera, solo una pedina di comodo nel gran conflitto d’interessi per l’occupazione delle regioni limitrofe che si trovano a nord del suo territorio. L’occupazione del Paese, attraverso i favori di un governo compiacente, permetterebbe di “sfruttare” le sue risorse petrolifere e di realizzare ottime basi d’appoggio tattico e logistico per arginare “gli appetiti” dei Paesi limitrofi. La presenza nel territorio procurerebbe inoltre la libertà, senza molti sforzi, di giungere ad “impadronirsi” delle regioni asiatiche ex sovietiche per assicurarsi i nuovi approvvigionamenti minerari di cui questi sono ricchissimi. Per l’economia statunitense la manovra è di gran valore strategico dato che il suo sistema produttivo non ha più la capacità di trainer che possedeva e, le sue scorte energetiche chimiche, seppur non in riserva, tra non molti anni andranno ad esaurirsi.

La guerra all’Iraq del cattivo Hussein, che ha accesso al mare, non è dunque motivata dai crimini che costui ha commesso, ma dagli interessi economici che si fanno scudo di quelle nefandezze usandole come schermo dietro cui defilarsi.

ALJUMHǛRIYA AL ،IRẬQỈA

Figura 3.

L’economia ha sempre retto le sorti nel mondo, non la giustizia e la verità. Chi ricorda le scelleratezze della guerra dei “boxers” tra Inghilterra e Cina. I primi dovevano rivendere a prezzo maggiorato, ai secondi, l’oppio che avevano da questi già comperato. Chi ricorda la guerra per il mantenimento del possesso delle “Malvinas”, solo poche miglia distanti dalla costa argentina ma rivendicate ed ancora mantenute sotto il proprio controllo dagli inglesi. Chi ricorda la sporca guerra del Vietnam condotta nell’interesse di pochi gruppi economici. Chi ricorda che non è solo l’Iraq di Saddam Hussein ad avere perpetrato stragi contro il popolo Curdo. Chi ricorda…l’elenco è interminabile.

In ogni modo se gli Stati Uniti potessero controllare l’Iraq attraverso un governo compiacente, oltre che poter disporre delle non indifferenti fonti di petrolio presenti nel territorio, disporrebbero anche di favorevoli basi d’appoggio tattico e strategico che si aggettano verso le cinque ex Repubbliche Esterne della scomparsa Unione Sovietica. Queste terre, come più avanti esamineremo, sono la grande “miniera” del futuro per l’industria estrattiva e petrolifera.

Anche se durante il diciannovesimo secolo, la politica europea specialmente inglese e, in minor misura quella tedesca e francese, comprese l’importanza geostrategica ed economica di quei luoghi asiatici, l’Inghilterra stimò più prudente mantenere le proprie colonie nel sud del continente per non cozzare con gli interessi degli Czar, mentre la Francia e la Germania non ebbero grandi opportunità di conquista in quelle latitudini. Durante il successivo ventesimo secolo, occupato da due guerre mondiali e con un equilibrio militare precario, nessun Paese europeo provò ad entrare in competizione con il bolscevismo sovietico. Mosca, infatti, valutava tutta la regione centro asiatica come suo esclusivo spazio vitale da cui trarre migliori sorti economiche ed attraverso cui giungere al sempre agognato porto sul Mar Mediterraneo sottraendo il Bosforo ed i Dardanelli alla Turchia.

Anche la potenza militare degli Stati Uniti fu tenuta a freno dalla massiccia presenza, nel bacino centro asiatico, delle truppe sovietiche disposte nelle repubbliche del Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Turkmenistan ed Uzbekistan.

Queste cinque repubbliche poco note in precedenza, indipendenti dal 1991, hanno acquisito importanza durante il corso degli ultimi anni per la valutazione dei loro possedimenti minerari e per essere confinanti con l’Afghanistan, Paese che è giunto sulle cronache mondiali per il suo regime oltranzista e per l’ospitalità offerta al terrorismo internazionale. La regione afgana è stata sottoposta a massicci bombardamenti ma, stranamente, essi non sono stati indirizzati sulle vere centrali di redditi illeciti che creano enormi capitali sommersi con le coltivazioni di papaveri da oppio. Attualmente il poverissimo Afghanistan è “sotto sorveglianza speciale” effettuata da un vasto spiegamento di forze dell’Alleanza Atlantica con mansioni antiterroristiche.

Il Paese dei papaveri da oppio, della strenua resistenza all’occupazione della scomparsa Unione Sovietica, lasciato nella sua solitudine e terribile povertà dai Paesi occidentali ricchi ed opulenti, è divenuto necessariamente preda dei miliziani islamici.

Io ritengo che anche in questo caso la motivazione che lega gli eventi bellici è sempre la stessa, infatti, la dissestata economia americana, con l’azione svolta più dimostrativa che sostanziale, ha voluto incrementare una sua nuova ripresa economica mostrando al mondo la forza del Paese. Insomma il vero obiettivo dell’operazione afgana non era la caccia a Bin Laden, come non è l’Iraq di Saddam Hussein il motivo delle tensioni nel sud di quelle regioni, bensì tutto conduce a comprendere che il prossimo passo, quello vero, sarà la conquista dei giacimenti minerari dell’Asia centrale che erano in qualche modo appartenenti all’U.R.S.S.

Nella strategia mediorientale degli anni ‘70 del secolo ventesimo, Bin Laden fu armato ed economicamente aiutato, dagli stessi Stati Uniti D’America, per la lotta contro il fanatismo anti americano che mostrava velleità sui territori circostanti. Anche Saddam Hussein fu aiutato dagli stessi Americani nella scalata al potere in funzione anti ayatollah, fondamentalisti sciiti che erano succeduti, sin dal 1978, alla dinastia Pahlavi che si era trasformata in un regime assolutista prostrato ai voleri di Muhammad Reza Pahlavi.

Oggi, la propaganda occidentale che non si era mai occupata dei fatti personali di Saddam Hussein, improvvisamente ci rivela che è un sanguinario, definendolo un “criminale pazzo” che ha a lungo studiato e fatte proprie le opere fondamentali di Stalin e di Hitler che, nell’esercizio del potere, sono divenuti “pazzi criminali”. L’Hussein irakeno conquistò il potere nel 1975 con un bagno di sangue già all’indomani del suo insediamento alla presidenza del Paese. Si racconta che sin da giovane vagava, durante la sua tristissima infanzia nel villaggio dove risiedeva ed in cui lo zio esercitava il potere, armato di una spranga di ferro per difendersi e assaltare i nemici. Non si sentiva amato e compreso nemmeno in famiglia.

La sua avventura politica iniziò con l’ingresso nel Baath, Partito Socialista per la Rinascita Araba che nutre idee nazionaliste, provò a fondare un movimento inter arabo per il consolidamento del nazionalismo islamico ma il suo progetto fallì. Altre cose racconta la stampa, in questi giorni, con dovizia di particolari.

Ciò che mi preoccupa è che ciò avvenga solo ora e, mi chiedo, se questo signore non sia il Girolimoni di questo secolo.

In considerazione di questi funesti avvenimenti che accompagnano la nostra vita giornaliera, un Paese Asiatico ha però già compiuto la prima mossa di controffensiva al piano americano, la Corea. Questo Paese ha ultimato il perfezionamento della sua arma atomica ed i vettori adatti per il suo trasporto, annunciando ufficialmente al mondo intero la sua capacità bellica. Sembra però che questa grave notizia sia già dimenticata e la stampa, quella ruffiana, la ha già relegata nel limbo.


Figura 4.

Loockheed F-117 NighthawK durante il lancio di una bomba LGB a guida laser del tipo GBU -27/B Paveway III

LE REPUBBLICHE DELLE RIMLAND EUROASIATICHE

Quest’importante capitolo di storia politica moderna europea si riallaccia al periodo in cui l’impero degli zar dominava la Russia.

Dopo la conquista militare zarista della piattaforma asiatica centrale, il regno di Russia mostrò la sua decadenza ormai profondamente avviata e, l’espansione ad oriente verso zone economicamente represse fu prodromo dell’epilogo della disfatta. L’espansione ad oriente, quando avvenne, non aveva la valenza di una necessità economica ma rappresentava il tentativo di consolidamento dei confini verso est. Confini che erano insicuri e continuamente penetrati da popolazioni tribali asiatiche che razziavano quanto potevano ai russi ivi residenti.

Dopo la scomparsa della dinastia dei Romanov con l’eccidio, per opera dei bolscevichi, di Nicola II e della sua famiglia, il comunismo si consolidò per l’attività di Vladimir Ilič Lenin (1870 – 1924). Questo primo Capo di Stato sovietico, che morì per trombosi cerebrale, aveva indicato il facinoroso uomo governativo Josif Visarionovič Džugašvili detto Stalin, prima di perdere l’uso della parola, com’elemento pericoloso per lo Stato e che non lo apprezzava come suo successore.

Giunto al potere, nonostante il parere negativo di Lenin, Stalin iniziò una politica rigida e di terrore, e pose in opera anche un’amministrazione di controllo del territorio assai macchinosa. La Russia fu divisa in settori concentrici al cui interno si trovavano le Repubbliche Socialiste Sovietiche, più esternamente furono create le Repubbliche Socialiste Sovietiche Autonome e ancora più perifericamente si ersero le Repubbliche Autonome. Da queste ultime si separarono le “oblast”, corrispondenti ai distretti nazionali. La strana distribuzione dei settori amministrativi, farraginosa e complessa per sua stessa natura, mirava al controllo dei territori più esterni attraverso un’azione che possiamo definire del “divide et impera”. Infatti, in tutto il sistema non si tenne volutamente conto della diversità tribale, culturale, sociale ed economica dei popoli controllati, il beneficio centrale, se realmente è esistito, derivava dall’aizzare le etnie diverse a fronteggiarsi l’un l’altra in modo da dipendere dal centralismo di Mosca.

Per l’interesse dello statalismo centrale furono organizzate repressioni feroci e deportazioni di massa d’interi villaggi verso i territori dell’est. Secondo stime prudenti si calcola che durante le deportazioni e nel regime di “prigionia”, in cui si trovarono quelle popolazioni, avvennero oltre due milioni di morti. Le deportazioni dei cittadini russi avevano la mira di inserire, nei territori orientali a minore loro densità abitativa, genti appartenenti all’unione sovietica, mentre epurazioni razziali erano poste in opera per spopolarli dalle etnie già autoctone. In questo modo ogni linea di confine divenne quasi virtuale e la confusione regnò sovrana. La tendenza ad occupare le terre verso oriente si invertì, dopo la caduta del bolscevismo, con un’ondata di reflusso massiccia tendente all’inurbazione delle genti nei grossi centri commerciali. Questo fenomeno di reflusso ha creato necessariamente forti tensioni sociali e criminali con ghettizzazione delle classi economicamente più deboli.

Le autorità, non potendo limitare il reflusso delle popolazioni, ed essendo appena avviato il processo di democratizzazione instaurato nel Paese dal Presidente Gorbaciov, hanno dovuto “congelare sine die” la questione delle linee confinarie, con ciò rinunciando al controllo dei flussi migratori ma rintuzzando, almeno nelle speranze, la grave crisi che si delineerà in quelle latitudini, simile a quella della questione cecena.

I vari gruppi etnici che mirano a scardinarsi dall’ex impero sovietico sono purtroppo in possesso di un sofisticato bagaglio d’armamento avanzato, tattico e strategico, convenzionale e nucleare, equipaggiamenti che non sono preparati ad usare né tecnologicamente, né psicologicamente. Ma la questione si presenta ancora più complessa perché un altro alto fattore di rischio è la presenza di centrali nucleari obsolete, in cattivo stato di manutenzione e non convenientemente monitorate. In questo humus la criminalità organizzata, purtroppo fenomeno già avviato, ha grandi possibilità di rifornimenti e, di fronte agli attuali governi regionali impreparati e bisognosi d’economia e spesso anche corrotti, essa riesce a determinare le politiche economiche dei territori. Questo il dramma che emerge dall’esame politico economico dei territori dei Paesi che sono appartenuti alla ex U.R.S.S.

L’esplosiva situazione non si ferma a questo livello con le sue tensioni. Le popolazioni, prive dei beni di normale consumo nelle civiltà occidentali e desiderose di appagare la loro “fame atavica”, hanno necessità dell’approvvigionamento idrico specialmente per gli impieghi agricoli e per quelli industriali quando saranno avviati. I sobborghi rurali, assai aridi, sono riarsi e l’unica reale grande fonte d’erogazione di questo bene primario è l’Aral Sea. Il suo controllo è perciò indispensabile per la sopravvivenza di quelle popolazioni. La produzione agricola, come già accennato, ha necessità di un rapido accrescimento e di svecchiamento delle sue arcaiche strutture e tecnologie. Essa sarà, dunque, il più importante progetto di sviluppo per il futuro che assorbirà, per decollare, prodotti agricoli sperimentali, specialmente fertilizzanti non testati che potranno mostrare il loro potere deleterio dopo anni d’uso. Anche gli O.G.M. avranno “vita facile” in quei territori e tutta questa realtà si scontrerà con la necessità dell’industria estrattiva che produrrà il suo altissimo tasso d’inquinamento.

Sembra proprio che il futuro prossimo sia fortemente colorato di nero, è necessario che la scienza, come già abbiamo prima affermato, trovi fonti energetiche alternative, a basso costo industriale, e che perciò avvenga una più equa distribuzione delle ricchezze del pianeta.

E’ anche indispensabile che le scoperte che possono sfamare le popolazioni, impedendo le carestie e gli alti tassi d’inquinamento, non siano soggette a brevetti personali od a detenzioni delle multinazionali, come già avviene.

Il maggior benessere della grande industria non coincide con quello della società, anzi il suo maggior benessere societario crea tensioni sociali pericolose. Questo concetto fu espresso da un uomo, che circa mezzo secolo addietro fu appeso a testa in giù in piazzale Loreto, dopo essere stato barbaramente trucidato da facinorosi. L’unica sua colpa, il non avere vinto la guerra, anzi d’averla persa.

Figura 5.

Sukhoi “SU-27M” Flanker. Intercettore multiruolo a lungo raggio. Può trasportare una varietà impressionante d’armi del tipo aria terra, aria aria e missili guidati di precisione.

L’Asia centro occidentale, già possedimento dell’U.R.S.S., è divisa in cinque repubbliche ex sovietiche. Esse sono qui esaminate in ordine d’estensione territoriale. La maggiore per estensione è il Kazakhstan che aveva come capitale Alma Ata sino al 1998, ora la sede è Astana; è seguita dal Turkmenistan il cui governo risiede ad Ashabad; al terzo posto si trova l’Uzbekistan con capitale Taškent; successivamente si colloca, sempre per superficie, il Tadžikistan con capitale sedente in Dušanbe ed infine, quinta come dimensioni, troviamo il Kirghizistan la cui capitale è Frunze detta anche Biškek. Comune denominatore delle regioni menzionate è la presenza di una grave crisi economica che le costringe a richiedere protezione ed assistenza ai Paesi forti.

Gran parte dell’Asia centrale ex sovietica corrisponde al bassopiano turanico o Turkestan occidentale, mentre quella orientale, denominata anche Sinkiang, è di possedimento cinese.

L’intera regione ha i suoi confini naturali verso ovest col Mar Caspio e nella sua parte orientale ingloba il lago Aral. Immissari di quest’importante bacino idrografico sono l’Amudarja ed il Sirdarja. Il confine sud è delimitato dalle catene montuose dell’Altaj, del Tien Shan e dell’Altaj Tau, qui si affaccia anche il “tetto del mondo”, l’altopiano del Pamir e, giunge, anche il sistema montuoso dell’Hindukush.

La popolazione prevalente è d’origine turco mongolica, i russi sono in minoranza.

Qui il clima è arido ed i territori desertici e le vaste steppe sono prevalenti nell’orografia del suolo. Le popolazioni, in forte maggioranza di religione islamica sunnita, vivono soprattutto d’agricoltura molto stentata ed arretrata che produce cotone, riso e frutta, altra fonte di sostentamento è la pastorizia. Molto promettenti, come più volte abbiamo accennato, si rivelano le fonti minerarie.

Più ricchi sono i territori verso occidente, quelli compresi tra il Mar Nero ed il Caspio, questa regione è detta Caucasia, i suoi confini naturali sono:

1) a nord la depressione del Manič,

2) a sud la vallata creata dal fiume Kura che è tributario del Caspio. Oltre questa latitudine, era satellite dell’U.R.S.S. anche parte dell’Armenia che era condivisa con Turchia ed Iran. Baku, ormai nota località della zona, ha già notevoli insediamenti per il pompaggio del petrolio.

La massiccia presenza di popolazione turcofona ed islamica sunnita dà, alla confinante Turchia, la possibilità di agire attraverso la “koiné”, il sentimento comunitario di comunione dell’Islam, per penetrare in quei territori traendoli nella propria sfera d’influenza. Il Paese, nonostante l’esito delle ultime elezioni nazionali, è, in ogni modo, certamente laico e non estremista ed Ankara, preparando la propria manovra, ha da qualche tempo concesso ingenti prestiti monetari ai governi di queste regioni. Ha inoltre favorito l’insorgenza di scambi economici agevolati. Nel particolare, il governo turco si è comportato similmente a quello statunitense nell’ex Jugoslavja, infatti, gli ingenti prestiti concessi permettono il controllo dei territori senza ricorrere a pericolose strategie armate.

Inoltre, la Turchia ha il vantaggio non indifferente di essere sempre stata neutrale nella lotta tra mondo arabo ed israeliano, ha perciò una discreta libertà d’azione nella zona, senza preoccupare, con la sua politica egemonica, lo stato d’Israele.

Un altro gran vantaggio a favore della Turchia è la sua partecipazione alla N.A.T.O. con un esercito di prim’ordine, inferiore in armamento solo a quello statunitense ed inglese. Questo Paese si è trovato in una posizione geostrategica opportuna anche per la sua politica filo occidentale che gli permette di controllare, con un osservatorio in zona, gli stati “canaglia”, Siria ed Iran, implicati, questo portano a concludere le informazioni che ci sono proposte, nel terrorismo internazionale.

Manifeste mire espansionistiche sulle cinque repubbliche mostra anche di possedere il teocratico mondo iraniano degli ayatollah. L’Iran odierno, discendente dall’antica Persia, alla fine degli anni ’70 ancora nominalmente governato dai Pahlavi, aveva acquisito una ragguardevole ricchezza societaria per il suo notevole sviluppo economico. Divenuta meno costante la protezione americana per il regime monocratico instauratosi, il governo allacciò strette relazioni con i Paesi comunisti e con quelli arabi, escludendo di fatto l’Iraq. Tra questi due Paesi esisteva, infatti, un antico dissidio sul possesso d’isolette del Golfo Persico e sul controllo dello Shat el Arab.

Nonostante il diffuso benessere di cui il Paese godeva, per la crescente occidentalizzazione dell’economia e del modus vivendi, l’ala religiosa conservatrice riuscì a ricostruire un rigorismo dei costumi che sfociò, nonostante l’intervento sanguinoso della Savak, la polizia segreta, in un forte movimento d’opinione a maggioranza sciita fondamentalista che costrinse lo scia a lasciare il proprio Paese sin dal 1963. Il movimento d’opinione si tramutò in partito politico e, dopo trentasette anni di regno, lo scià fu esiliato. Da quel momento iniziò il corso della repubblica islamica, il cui primo presidente eletto nel 1980 fu Abolhassan Bani Sadr, stretto collaboratore dell’ayatollah Khomeini ritenuto il capo spirituale del nuovo paese. Altri gruppi politici erano presenti nel Paese, tra questi il più forte fu certamente quello che portò Muhammad Ali Rajai alla carica di primo ministro della repubblica. La precarietà della situazione politica presto mostrò i propri limiti perché le minoranze azere del nord, curde del sud e quelle arabe del Khuzistan si sollevarono in armi nel tentativo di conquistare l’indipendenza nazionale. Nello stesso anno l’Iraq di Saddam Hussein iniziò la guerra iraniano irakena perché non erano state accettate le sue istanze di tutela delle minoranze arabe e di ritrattare il possedimento delle isolette del Golfo Persico. Il dittatore irakeno, in quel periodo, puntava ancora alla “Lega delle Genti Arabe” che poi fallì.

Il Primo Ministro Rajai, durante il 1981, riuscì a deporre dalla carica presidenziale Bani Sadr e s’insediò lui stesso. Per quest’atto, dopo pochi mesi, fu vittima di un attentato. Alla situazione conflittuale estera si affiancava perciò una grave crisi interna foriera di guerra civile. Le truppe dei due Paesi contendenti, con quello irakeno sostenuto militarmente dagli Stati Uniti, si alternavano in una ridda di spiegamenti tattici che produsse oltre un milione di morti e più di due milioni di feriti. Solo nel 1988 i litiganti giunsero al cessate il fuoco.

Nel 1989, con la morte di Khomeini, fu eletto presidente dell’Iran Akbar Hashemi Rafsanjani che migliorò le relazioni diplomatiche del Paese con gli stati occidentali. Quando scoppiò la “prima guerra del golfo”, l’Iran rimase neutrale e diede la possibilità agli aerei irakeni di spostarsi sulle basi del proprio territorio per sfuggire ai bombardieri alleati. Terminato il conflitto, Teheran però si appropriò dei velivoli irakeni non restituendoli all’Iraq.

In tutto questo marasma le condizioni economiche del Paese collassarono per l’enorme debito pubblico e per l’inflazione, ma nessun Paese occidentale intervenne per offrire aiuto, perché si sospettava che Teheran finanziasse il terrorismo internazionale fondamentalista. Nel 1995 l’amministrazione americana, presieduta da Bill Clinton, sentenziò l’embargo commerciale contro l’Iran. Per questa nuova calamità, fu eletto Presidente della Repubblica il moderato Mohammed Khatami che, esponente di un largo strato di maggioranza, ha favorito uno sviluppo democratico del Paese anche se permane uno stato di dissidio interno con la teocrazia islamica sunnita fondamentalista.

L’Iran è comunque destinato a divenire, in un prossimo futuro, un interlocutore notevole della politica estera dei Paesi occidentali, specialmente per la rilevanza dei suoi enormi giacimenti petroliferi e per il numero della sua popolazione che si aggira intorno agli ottanta milioni d’abitanti con un tasso d’incremento annuo notevole.

La sua posizione geografica lo avvantaggia per essere il vertice di un triangolo che si apre tra il bacino indiano ed il Mare Arabico oltre che fungere, perché più a sud della Turchia, da trait d’union tra Asia e mondo islamico.

In questo scacchiere, un altro terribile pericolo di conflitto, per ora sedato, è stato rappresentato dall’insediamento del regime dei Talebani in Afghanistan. Anche questi furono promossi, in funzione antisovietica, dalla politica estera statunitense contro le tribù del nord del Paese. Gli “Studenti di Dio”, giunti al potere, affermarono un rigido regime islamico che presto condusse ad oltranzismi accentuati e che produsse anche l’uccisione di ben nove diplomatici dell’ormai moderato Iran.

Il governo di Teheran, conseguentemente, per rappresaglia aiutò finanziariamente i Mujaheddin, uzbeki e tagiki, guidati dal generale Masud nella lotta contro il regime talebano. Nonostante le grandi possibilità di mediatore dei fenomeni dei territori delle ex cinque repubbliche sovietiche, il governo di Teheran non nutre la fiducia degli occidentali che lo guardano con sospetto perché lo ritengono, insieme ad altri, protettore dei movimenti miliziani di quelle regioni.

In ogni modo, gli enormi interessi in gioco faranno certamente sì che l’Iran si scagioni dall’appartenenza degli “stati canaglia”, esso ha comunque già firmato accordi per la realizzazione di strade rotabili e di una ferrovia che creino commercio con il Turkmenistan, favorendo a quest’ultimo uno sbocco marittimo.

Ciò che gioca a sfavore della potenza di Teheran è un armamento obsoleto di fabbricazione americana, specialmente caccia del tipo F4, F5 e F14 ma, esso dispone anche di missili di fabbricazione nord coreana capaci di essere muniti di testate chimiche e biologiche e di mezzi subacquei, del tipo “Kilo”, acquistati dai Russi. L’esercito terrestre, per sua struttura e logistica, non possiede però, in atto, capacità strategiche degne di nota, ma purtroppo, nota dolente per noi occidentali, la tecnologia iraniana potrà presto creare la propria bomba nucleare ed intanto ha già impiantato, sul proprio territorio, alcuni reattori nucleari.

Insomma tutta la zona medio orientale è una pericolosa commistione di tensioni tribali antiche con accesso a tecnologie militari sofisticate e, le stesse regioni sono ricchissime specialmente di petrolio.

Teheran ha anche costruito con tecnologia propria, in parte derivata da quella russa, suoi vettori balistici con traiettoria calcolata in circa km 1500 e capaci di acquisire il bersaglio con uno scarto di solo pochi chilometri. Attualmente è certo che sono allo studio nuovi vettori della stesso tipo con capacità intercontinentale.

Si affianca, un po’ più ad oriente il Pakistan che dispone, come la sua confinante atavica nemica India, d’armamento atomico. E’ questo un Paese in cui le minoranze cristiane sono pesantemente perseguite dalla religione coranica fondamentalista, ma questo Stato, a differenza dell’Iran, è più chiuso nelle sue azioni perché non possiede porti ed è confinante, a nord, anche col colosso cinese che non mostra ancora alcun segno di nervosismo, forse fedele alla sua massima: “guarda dalla sponda del fiume, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico”. Questo Paese confina ed ha una storia moderna legata strettamente a quanto è avvenuto ed avviene nel confinante Afghanistan di cui già abbiamo reso evidenti le condizioni.

KAZAKHSTAN RESPUBLIKASY

Figura 6.

E’ la più vasta tra le cinque Repubbliche esterne dell’ex U.R.S.S. ma, pur avendo acquisito l’indipendenza è legata, dal 1992, da un “Trattato d’Amicizia e Cooperazione” con la Russia. Il territorio del Paese ha confini a nord e ad ovest con la Russia, ad est con la Cina, a sud con il Kyrgystan, Uzbekistan e Turkmenistan, verso sud ovest si trova il Mar Caspio. La sua superficie è di km2 2.717.300, l’attuale capitale e sede del governo è Astana. La giurisdizione del Paese è una vasta pianura chiusa limitata ad oriente dalla catena dei monti Altaj e verso sud da quella del Tian Shan. Al centro della regione si trovano vasti altipiani che degradano dolcemente verso il bacino idrografico dell’Aral Sea formando poi le zone pianeggianti del bassopiano turanico. Tutta questa zona ha la caratteristica di avere una quota inferiore al livello del mare “s. l. m.” di – m 28. Verso est, ed a nord est, è delimitata dalla catena Uralo Caspica. Il clima è di tipo continentale, contraddistinto da inverni con temperature minime medie di –25°C ma che spesso raggiungono anche i –45°C ed estati brevi e mitigate nella calura. Sempre verso il centro del Paese si trovano quattro bacini idrici naturali, i laghi Balhaš e Zejsan, oltre ai grandi “Mar Caspio e Aral”. I fiumi tributari dei primi due laghi detti sono il Syrdarja e l’Ilj da cui sono tratte gran quantità d’acqua per l’irrigazione agricola. Il fenomeno ha però determinato l’impoverimento del livello dei laghi in cui s’immettono. I fiumi Irtyš, Išim e Tobol sono affluenti del grande Ob che sfocia nel Mar Glaciale Artico, mentre l’Ural sfocia nel nord del Caspio non molto distante dal Volga. Gli abitanti sono attualmente circa 17 milioni con densità abitativa calcolata in circa sei abitanti per Kmq, le etnie presenti sono eterogenee, i kazaki rappresentano circa il 40%, seguono i russi con il 38% che sono massimamente incentrati verso il nord del Paese dove detengono le maggiori fonti d’economia, tedeschi ed ucraini si attestano su valori del 5-6% mentre i tatari sono in netta minoranza con il 2%. La strana mescolanza d’etnie è dovuta massimamente alle deportazioni che Stalin pose in opera durante il periodo del suo potere in U.R.S.S., la tendenza al flusso migratorio, come già detto, perdurò a lungo e s’invertì con l’inizio degli anni ’90. La religione professata è prevalentemente di tipo mussulmano sunnita, seguono nell’ordine i gruppi cristiani ortodossi, protestanti e cattolici e, per evitare gravi conflitti sociali, le Autorità del Paese hanno lasciato libero il popolo di professare qualsiasi confessione. La lingua ufficiale è il kazako ma quella russa è la più diffusa. L’alfabeto utilizzato sino agli anni ‘20 del secolo scorso era quello arabo ma, per accostarsi all’occidente, quello della vicina Turchia d’Ataturk, il Paese optò per l’uso dell’alfabeto latino. Con l’avvento del regime stalinista e il suo volere di russificazione della regione fu imposto l’uso dell’alfabeto cirillico e della lingua russa. L’economia è modesta, si calcola che il PNL pro capite sia di circa 1400 euro annui. Il Kazakhstan, Paese prevalentemente agricolo (granaglie, barbabietole da zucchero e cotone) e pastorizio nomade in passato, ha subito una conversione verso l’industrializzazione durante il dominio sovietico, ora questo settore impiega nell’indotto, circa il 20% della popolazione. L’industria mineraria ha acquisito grande importanza poiché fornisce in quantità rilevanti carbone di buona qualità, cobalto, cromo, ferro, manganese, nichel, piombo, rame, tungsteno e zinco. Gli investimenti esteri nel settore estrattivo cominciano a fare la loro comparsa, inoltre, da qualche tempo, si stanno anche sfruttando le risorse di gas naturale e petrolio che si trovano intorno al Mar Caspio con impianti di raffinazione locali che in futuro diventeranno numerosi. Anche la metallurgia, l’industria tessile e chimica cominciano a vivere un momento di splendore, insieme a quella del tabacco e della componentistica elettromeccanica,. Nel territorio si trova l’importante centro di tecnologia spaziale e di telemetria satellitare di Baikonur. Purtroppo il Paese è ancora impastoiato in uno statalismo centrale che non lo fa facilmente decollare, le riforme sociali avvengono lentamente e le privatizzazioni, iniziate con l’avvento della repubblica, furono poi sospese sino al 1999 quando mostrarono una timida ripresa. Sempre nel settore economico, per tentare un miglioramento delle condizioni sociali le ex Repubbliche sovietiche hanno sottoscritto un accordo, nel 1994, per creare un’area di libero scambio commerciale (abbattimento delle dogane). Il Kazakhstan è riuscito a firmare un simile documento anche con la Russia e la Bielorussia. Politicamente il Paese è una Repubblica presidenziale con ordinamento simile a quello statunitense in cui il primo cittadino elegge l’intera sua amministrazione. La Presidenza è coadiuvata da un Consiglio dei Ministri formato da 67 membri (Majlis) e dal Senato con 47 rappresentanti che detengono il potere legislativo. Tutta la regione, verso l’ottavo secolo, fu conquistata dai turchi ma passò poi sotto il controllo dell’impero mongolo di Gengis Khan durante il tredicesimo secolo quando le tribù kazake, d’origine turco mongola, si insediarono nei territori. Successivamente, verso il sedicesimo secolo, iniziarono le penetrazioni russe e cosacche che occuparono principalmente le zone circostanti il fiume Ural. Queste popolazioni, nel diciassettesimo secolo, accettarono di far parte dell’impero zarista in cambio di protezione e vantaggi economici, poi il controllo russo dei territori si estese a tutta le regione nel secolo successivo. Iniziò così una massiccia occupazione colonica che creò gravi disordini con le popolazioni autoctone, fenomeni che si acuirono quando, nel 1916, un decreto ingiunse ai kazaki d’arruolarsi nell’esercito imperiale. Il rifiuto fu netto ma le autorità zariste intervennero espellendo dai territori oltre trecentomila kazaki che trovarono rifugio in Cina. Dopo la rivoluzione d’Ottobre, nel 1920, tutto il Kazakhstan fu annesso al Turkestan già “sovietizzato” e solo nel 1925 fu dichiarato Repubblica autonoma. Durante il 1936 l’intero Paese entrò a far parte dell’U.R.S.S. e lo stalinismo, con la sua idea di collettivizzazione statalista, ridusse a mal partito la già insicura economia. Dopo la conquista dell’indipendenza repubblicana, il primo Presidente, Nazarbayev Nursultan, dovette fronteggiare due gravi fenomeni. Quello di arginare la volontà degli ultranazionalisti che si batterono per ottenere l’annessione del nord del Paese alla Russia e, quello creato dai kazaki che volevano imporre la religione mussulmana a tutti i residenti. Per impedire feroci scontri, come già abbiamo riferito, si provvide a non creare alcuna religione ufficiale di Stato e si avviarono accordi economici con diversi Paesi limitrofi. In particolare, con Mosca nel 1992 fu concordato un patto che dava assicurazione alla stessa di controllo, per altri venti anni, del centro spaziale di Baikonur in cambio di rilevanti aiuti economici. Con lo stesso atto fu anche prevista la clausola della distruzione delle armi nucleari presenti nel territorio o di trasferirne il materiale alla stessa Russia. Nel 1995, nonostante l’Islam non sia la religione di Stato, il Kazakhstan è entrato a far parte dell’OCI –Conferenza Islamica- cui sono aderenti già 52 Paesi coranici. Allo stato attuale delle cose questo Paese non rappresenta un imminente pericolo per la pace nel mondo, ma esso è però una polveriera che facilmente potrebbe infiammarsi. L’esercito kazako, ancora impreparato all’autodeterminazione, ha dovuto adeguarsi frettolosamente alla formazione di propri ufficiali che comunque svolgono i loro studi in Russia. In esso si trovano attivi circa 45 mila uomini, tra i ruoli esercito ed aviazione, alle dipendenze del Ministero della Guerra, a questi si aggiungono altre 20 mila unità che formano il quadro della Sicurezza Interna dipendente da un organismo simile al nostro Ministero degli Interni. Una guardia Presidenziale è formata da altre 2 mila unità circa di militari. Sono inoltre presenti un gran numero di guardie frontaliere, forse intorno ai 13 mila uomini che sono però in forza all’esercito russo. Nonostante l’accordo con la Russia per lo smantellamento delle armi di distruzione di massa, nel Paese si trovano ancora circa 1300 testate nucleari la cui gran parte, a frattura multipla, è montata su sistemi missilistici terra – terra del tipo SS 18.

Già abbiamo accennato all’impreparazione psicologica e tecnologica, da parte dei kazaki, all’uso di queste armi non convenzionali, ma fortunatamente i sistemi di puntamento missilistico e di armamento delle testate nucleari sono muniti di chiavi elettroniche in possesso dei russi. Purtroppo i recenti disgraziati avvenimenti ci hanno insegnato che gruppi eversivi potrebbero riuscire ad approfittare della situazione. Le armi già smantellate, in base al trattato di non proliferazione dell’armamento nucleare, hanno avviato un massiccio aiuto economico statunitense che in cambio assorbe, per la sua industria, l’uranio impoverito.

TERKMĖNISTAN JUMHRYATY

Figura 7.

Questa Repubblica, una volta facente parte di quelle denominate esterne dall’estinta Unione Sovietica, rappresentava la propaggine più meridionale di quel Paese e geopoliticamente, oggi, è parte integrante dell’Asia centrale. La nazione ha conquistato la sua indipendenza con la dissoluzione dell’U.R.S.S. divenendo giuridicamente un Paese di tipo repubblicano, ma di fatto il suo governo è assolutista ed autocratico. Il suo territorio è parzialmente confinato nella vasta area desertica dell’altopiano del Karakumj che presenta un’altitudine media di circa m 500 s. l. m., mentre la restante regione, quella centro settentrionale, fa parte del bassopiano Turanico posto a quota m -81 s. l. m. ed è caratterizzata da vaste pianure. Il Paese ha confini verso nord con L’Uzbekistan ed il Kazakistan, a sud il confine lo demarca dall’Iran e dall’Afghanistan, verso est è delimitato dalla frontiera con l’Uzbekistan mentre la sua frontiera verso ponente è interamente delimitata dal Mar Caspio. La superficie è estesa per kmq 448.100 circa, la capitale e sede del governo del Paese è Ašgabat, altri centri di qualche importanza sono Dašhovuz, Dargan Ata, Sayat e Lebap verso est in prossimità del confine con l’Uzbekistan; Tedžen, Iolotan e Gourdak che si trovano sull’altopiano; Okaren, Krasnovodsk, Bekdas, Bugdajly ed Esenguly che posseggono porticcioli sul Mar Caspio; e Kara Kala che si trova alle propaggini dell’altopiano verso il confine sud. Nel meridione del Paese si trovano i contrafforti del Kopet Dag che lo dividono dall’Iran, e le catene montuose del Paropamjso. La regione intera presenta clima variabile tra il bassopiano e l’altopiano, le precipitazioni piovose sono frequenti ma non abbondanti. Le temperature invernali non scendono mediamente oltre i –6°C con estati calde nel bassopiano turanico, ben diverso è il comportamento atmosferico nelle zone montuose. L’orografia del terreno è prevalentemente a carattere sabbioso e quindi arida, i pochi corsi d’acqua che attraversano il Paese, l’Amudarja ed il Murgab, sono insufficientemente sfruttati tanto che gran parte del prezioso liquido si perde inutilmente. Già dai tempi della presenza dell’Unione Sovietica si crearono reti irrigue che percorrono il Paese, la più importante è lunga centinaia di chilometri attraversando quasi l’intera regione ma, nonostante ciò, l’agricoltura langue in condizioni di stenti. Lungo la via percorsa dai canali artificiali sono sorti centri abitati, e la popolazione di solo 4 milioni e cinquecentomila abitanti si trova accentrata lungo il loro corso. Lo scarso numero d’abitanti, nella regione, classifica questo Paese come il meno abitato tra le Repubbliche Esterne, in ogni modo la sua densità media abitativa risulta attestarsi su un valore di circa 9 unità per kmq. Anche in questo Paese le condizioni igienico sanitarie sono carenti, la neonatimortalità è elevatissima, tanto che l’incremento di crescita annuo rivela un indice negativo. La religione più professata, in tutta l’area, è quella islamica sunnita, anche perché la popolazione è omogenea essendo per ben oltre l’80% rappresentata da turcomanni che parlano un linguaggio turco. Le minoranze sono rappresentate in quantità esigue da russi che rappresentano circa il 10%, da uzbeki che incidono per l’8% circa, mentre armeni, azeri, kazaki, tatari ed ucraini costituiscono il rimanente 2%. Abbiamo precedentemente affermato che il governo è assolutista e preda di un immobilismo assurdo. Infatti, da che è sorta la Repubblica nulla è mutato nelle condizioni economiche, politiche e sociali del Paese, in cui, tra l’altro, non esiste nemmeno la libertà di stampa. L’economia è principalmente agricola, ma essa è asfittica per due diversi motivi. Non esiste ancora di fatto la privatizzazione dei terreni e questi, aridi e sabbiosi, sono scarsamente irrigati. La forza lavoro assorbita nel settore è del 60% circa ma, la produzione langue per l’arretratezza delle tecnologie. Le coltivazioni di cotone sono quelle principalmente estese, sono però anche presenti vaste colture di grano e frutta. Un buon patrimonio zootecnico è presente nella zona, massimamente rappresentato dall’allevamento d’equini, ovini e cammellidi. Nel Paese, un’altra fonte di reddito è rappresentata dell’industria tessile dei tappeti e dalla lavorazione della seta che la bachicoltura, abbastanza praticata, fornisce. Il reddito medio pro capite della popolazione è stimato in circa 1000 dollari annui. Nonostante le ottime risorse minerarie presenti nel territorio, rappresentate da carbone, solfo, rame e da straordinariamente estesi giacimenti di gas naturale insieme a vasti accumuli di petrolio, l’industria estrattiva è agli albori anche per la presenza di una pipeline carente che congiunge il Paese con la Russia. Le importazioni, specie di prodotti agricoli sono notevoli, mentre esiste, anche se ridottissima, un’esportazione di prodotti energetici. Solo da breve tempo il governo ha aperto il Paese all’ingresso di società straniere per accrescere l’industria estrattiva, specialmente petrolifera, e per la costruzione di nuove pipeline. Nonostante queste azioni governative, l’immobilismo politico, che mantiene le strutture sociali nello stesso modo in cui erano in epoca anteriore al 1991, non ha dato alla popolazione alcun benessere. La Repubblica, di tipo Presidenziale è in effetti una dittatura in cui il Presidente mantiene il potere assoluto. Il Capo di Stato, attualmente Niyazov Saparmuryad, che era anche membro del disciolto Politburò sovietico, ha l’autorità di nominare il presidente del governo che è un’assemblea formata da cinquanta rappresentanti. Lo stesso Presidente, nella sua qualità di maggior rappresentante del Paese, si era impegnato ad iniziare una politica di liberalizzazione delle terre agricole dallo statalismo imperante sin dal 1994, ma ciò non è ancora avvenuto. Solo il nome del partito di maggioranza, che è, in effetti, anche l’unico esistente, è cambiato da Partito Comunista a Partito Democratico del Turkmenistan. Un altro Partito, quello dei contadini, esiste solo nominalmente perché in pratica non rappresenta l’opposizione e nemmeno se stesso. Un’operazione condotta dal Governo del Paese fu quella di riuscire ad inserirsi nella ripartizione del petrolio caucasico, avvicinandosi, per ciò, prima alla Russia sua partner commerciale, poi all’Iran ed all’Azerbaigian. Purtroppo, le trattative mal condotte punirono il Paese che non fu capace neppure di ottenere vantaggi dall’enorme quantità d’armamenti terrestri ed aerei che l’Unione Sovietica abbandonò sul suo territorio. Sempre per l’inerzia governativa, nella regione manca un vero esercito regolare e, alla difesa dei territori provvede ancora oggi la Russia con truppe frontaliere ed unità speciali. Per sopperire al grave errore commesso, i governanti, pur di trattenere i pochi ufficiali di cui dispone, offre loro un trattamento economico sproporzionato che incide notevolmente sull’asfittica economia. Questo popolo ha sempre vissuto in modo nomade all’interno della propria regione durante le epoche a noi più vicine, e solo all’inizio del ventesimo secolo si configurò politicamente. Tutta la regione, in passato inglobata nell’ampio distretto del Turkestan, fu sottoposta, nell’antichità, ai domini persiano, macedone ed arabo e furono questi ultimi che vi diffusero la religione coranica. Nel tredicesimo secolo il Paese fu conquistato da Gengis Khan e poi da Tamerlano nel secolo successivo. Durante il 1600, questi territori furono contesi tra il Khanato di Chiva, la Persia degli Scià, e gli Afgani; solo alla fine del 1800 caddero sotto il dominio degli Zar. Dopo il 1917 i turkmeni si ribellarono al bolscevismo ma furono sanguinosamente repressi nonostante gli aiuti ricevuti dall’impero britannico. Il Paese fu riannesso amministrativamente al Turkestan per divenire, nel 1924, una delle cinque Repubbliche Esterne. L’indipendenza dall’U.R.S.S. fu acquisita nel 1991 e, nell’anno successivo il Paese fu inserito tra i membri dell’O.N.U. Sempre durante il 1992 fu stipulato l’accordo che inserì il Paese nel C.S.I., la Comunità degli Stati Indipendenti. Il Turkmenistan ha anche partecipato alle manovre N.A.T.O. ed è inserito nel PfP (Partnership of Peace), ma ha poi annunciato una sua curiosa risoluzione denominata “Neutralità positiva”, di difficile interpretazione, con cui prende le distanze dal pericoloso focolaio tagiko.

UZBEKISTON JUMHRYATY

Figura 8.

Questa ex Repubblica sovietica è anch’essa parte integrante del centro Asia, entro i suoi confini è situata la Repubblica Autonoma di Caracalpakj che si estende per circa il 40% dell’intero territorio Uzbeko. Il territorio è sismologicamente ad alto rischio, le scosse telluriche sono frequenti e capaci di sprigionare notevoli energie distruttive. Le linee confinarie del Paese sono rappresentate a nord da territorio del Kazakhstan, ad ovest da quello del Turkmenistan, ad est si estende il Kyrgystan ed a sud troviamo il Tagikistan e l’Afghanistan. Il suo territorio si sviluppa per un’estensione di kmq 447.500 circa, la capitale politica è la città di Taškent che è anche il massimo centro industriale del Paese. L’intera regione è pressoché estesa all’interno del bassopiano turanico, verso il nord vi sono rilievi montuosi formati dalla catena dei monti Tian Shan e dall’altopiano del Pamir. Il clima è meno rigido di quello del freddo Kazakistan e le escursioni termiche sono meno rilevanti. Le temperature invernali medie si aggirano intorno ai -6/-10°C, mentre le estati sono miti con condizioni meteo che non superano, nella media, i 30°C. Anche in questo Paese le precipitazioni atmosferiche sono scarse, tanto che parte del territorio è occupato dal vastissimo deserto del Kyzylkum nelle cui vicinanze si estende, in territorio cinese, la grande solitudine del Taklamakan. Numerosi sono i corsi d’acqua presenti nel territorio ma sono comunemente ingrottati e di difficile utilizzazione, solo il Syrdarja e l’Amudarja, tributari dell’Aral Sea, scorrono in gran parte a cielo scoperto, essendo così utili per il prelievo di ingenti quantità d’acqua per uso irrigativo agricolo. Per placare la siccità delle campagne fu creato un grande bacino idrico artificiale, l’Ajdar, che ha però sconvolto il già precario equilibrio idrogeologico dell’intera regione. La popolazione del Paese è rappresentata da uzbeki per il 70% circa, russi intorno al 5%, kazaki e tagiki insieme si attestano al 10% circa, mentre il rimanente 15% è composto di caracalpakj, kjrghizi, tatari, turchi, turkmeni ed ucraini. Il complessivo degli abitanti si aggira intorno ai 23 milioni d’unità. La piccola quantità di russi presenti si trova nella capitale ed in prossimità dei centri industriali, le popolazioni autoctone primitive sono invece raccolte intorno ai centri di Buhara e Samarcanda, solo i caracalpakj risiedono nella Repubblica Autonoma di Caracalpakj. Tutto il Paese è funestato da malattie epidemiche a carattere endemico con un alto tasso di neonatimortalità infantile per gravi teratologie. Secondo i dati forniti dall’organizzazione sanitaria russa sembra che il Paese abbia un diminuzione annua della popolazione pari al 3% dei risiedenti. L’economia dei cittadini è misera. Il PNL pro capite si aggira intorno a 1000 $ annuali pro capite. L’economia, anche qui di sussistenza, è improntata massimamente sull’asfittica agricoltura e sulla pastorizia nomade. Oltre alle granaglie e frutta di buona qualità, ma in quantità insufficiente per sopperire al fabbisogno interno, la maggiore produzione della zona è il cotone. Questa risorsa è tanto abbondante da far classificare il Paese come il maggior esportatore mondiale del prodotto. Notevole impulso ha l’antica cultura dell’allevamento del baco da seta e della concia delle pelli d’animali. Per l’arretratezza agricola, per la penuria d’acqua, per la siccità del clima, l’economia stenta nel decollo ed è costretta anche ad importare grandi quantità d’alimenti freschi quali grano, latte e prodotti orticoli in genere. In questo carente settore produttivo è impiegato circa il 30% della forza lavoro dell’intera regione. Anche l’Uzbekistan ha risentito violentemente della dissoluzione dell’U.R.S.S., l’economia agevolata precedente, anche se povera, era comunque una fonte sicura di reddito per le popolazioni. La produzione generale dal 1991 è perciò fortemente diminuita, probabilmente di oltre il 15% del suo antecedente volume. Ciò ha costretto il governo ad importare anche manufatti tecnologici e combustibili. L’industria, in lentissima ripresa, anche per la poca lungimiranza dei governanti che non hanno compreso l’importanza dell’economia del libero mercato e delle privatizzazioni dei beni dello Stato, assorbe appena il 18% dei lavoratori. Nel territorio si stanno evidenziando, di notevole interesse, i giacimenti petroliferi della vallata del Fergjana e miniere d’oro che erano già note e sfruttate. Le trivellazioni in corso nel territorio stanno anche evidenziando notevole presenza di gas naturali che potrebbero, in futuro, far diminuire o cessare l’importazione di prodotti combustibili. Anche questo Paese fa parte dell’economia di libero mercato, abbattimento dei dazi doganali, con le altre ex Repubbliche sovietiche esterne. Come già abbiamo accennato, il governo uzbeko è rimasto rigidamente attestato sulle posizioni comuniste dell’ex Unione Sovietica. Il suo unico organo legislativo è il “Soviet “ che è unicamerale con ben 550 rappresentanti. Il Presidente del Paese e del Soviet è Karimov Islam, eletto nel 1991 ed ancora in carica insieme ai deputati che furono installati nella stessa data. Il territorio fu, in epoca protostorica, conquistato e governato dall’impero persiano, poi passò sotto il dominio del Macedone durante il quarto secolo a.C. e gli arabi lo espugnarono sottomettendolo intorno all’ottavo secolo d. C. Con l’avvento del grande stratega Gengis Khan, durante il tredicesimo secolo, il Paese cadde preda del suo impero e, dopo la sua morte avvenuta all’età di 62 anni per una banale caduta da cavallo, tutto il distretto fu conquistato da Tamerlano. Soltanto nel 1873 la Russia zarista si appropriò del territorio riducendolo alla fame. Il malessere, a lungo sopportato, sfociò nel 1916 in una violenta insurrezione armata però stroncata dalle truppe dello zar Nicola II. Con la scomparsa degli zar, il successivo regime leninista si oppose, anch’esso cruentamente, al desiderio di libertà del Paese stroncando il partito nazionalista “Basmakj”. Nel 1924 l’Uzbekistan fu dichiarato Repubblica Socialista Sovietica cui erano annessi il Turkestan, il Tajikistan ed i distretti di Chiva e Buhara. Il Paese conquistò finalmente la sua indipendenza nel 1990 e nel 1992 divenne membro riconosciuto dell’O.N.U., inserito nel piano N.A.T.O. denominato PfP (Partnership of Peace) ed aderente al C.S.I. –Comunità di Stati Indipendenti. La partecipazione al PfP propone però qualche ostilità da parte dei Paesi partners, perché l’O.C.S.E. giudica negativamente la politica del governo di Taškent. Infatti, la burocrazia del centralismo di Stato e del socialismo reale, oltre che mantenere la Nazione in uno stato d’assoluta arretratezza, elimina i suoi oppositori imprigionandoli ed espellendoli dal Paese. Ogni organizzazione non allineata è considerata sovversiva, anche l’università d’etnia tagjka di Samarcanda è stata chiusa, i mass media sono controllati e censurati dal governo mentre è ancora vitale, così come lo era nella disciolta Unione Sovietica, la polizia segreta. Nel Paese la logica statalista comunista è imperante ma, da breve tempo, si assiste ad una moderata apertura politica e diplomatica specialmente verso gli U.S.A. con cui il governo ha firmato una serie d’accordi riguardante il pompaggio del petrolio e del gas naturale ed anche di collaborazione militare. La situazione nazionale, per le tensioni sociali mai sopite ed il desiderio di libertà, è nonostante tutto facilmente infiammabile anche per la situazione politica militare che ha investito l’Afghanistan. All’insorgere delle tensioni d’aspirazione di libertà da parte delle tribù più settentrionali, che crearono “l’Alleanza del Nord” formata dai Mujaheddin, il governo del Paese, speranzoso di raccogliere commesse dal nascente Stato giuridico talebano in Afghanistan, si alleò con esso. Ma, allorché si iniziò a manifestare la violenta politica reazionaria degli “Studenti di Dio”, se ne dissociò avvicinandosi “all’Alleanza del Nord”. Contemporaneamente offrì assistenza logistica agli Stati Uniti per la lotta contro l’organizzazione di Bin Laden. Anche i rapporti economico militari verso la Russia sono degni di nota perché, tra l’altro, personale dei due eserciti è impegnato in unità miste per la sorveglianza delle frontiere con il Tajikistan e con L’Afghanistan. Probabilmente a causa di strutture psicologiche imitative per i tanti anni di succubanza al P.C.U.S. sovietico, la mentalità dei governanti del Paese non si è svecchiata e proprio per ciò l’unico passo deciso che è stato compiuto consiste nell’avere rafforzato l’esercito. Tutto il materiale militare abbandonato dall’U.R.S.S. è stato incamerato, i nuovi ufficiali sono formati presso l’Accademia di Taškent ed hanno tutti il requisito di essere rigorosamente uzbeki. Questi quadri dirigenti, nell’ottica della migliore formazione, sono inviati presso Scuole di Guerra estere anche per conoscere ed impiegare tecnologie diverse da quella russa che è stata a lungo dominante. Nel 1995 un referendum popolare ha riconfermato il Presidente Pulätov nella carica, ma le opposizioni clandestine, mai sopite, l’hanno fatto segno di un clamoroso attentato, nel 1999, da cui è però uscito indenne. Nello stesso anno il governo si pronunciò per il ritiro del Paese dalla C.S.I.

KYRGYZ RESPUBLIKASY

FIGURA 9.

Il Paese giace interamente nel continente asiatico, la sua estensione di kmq 198.500 lo pone al quarto posto per vastità tra le cinque Repubbliche Esterne dell’ex Unione Sovietica. La sede del governo è Biškek, detta anche Frunze, che è anche la capitale del Paese. Essa è posta nell’estremo nord del Paese, quasi sulla linea di confine col Kazakhstan e non lontana dal più importante bacino idrico della zona, il lago Issyk-Kul. Il limite territoriale verso nord è la grande repubblica del Kazakhstan, verso sud c’è la frontiera con il Tagikistan, a sud est e ad est il Paese è limitrofo con l’immensa Cina, mentre verso ovest si trova l’Uzbekistan. L’orografia del terreno è quasi totalmente montuosa per la presenza verso nord della catena del Tian Shan, a nord ovest è situata quella dell’Alatau mentre a sud c’è la dorsale degli Alaj. In questo Paese c’è una delle più alte vette del mondo, il Pik-Pobedy che raggiunge i m 7539 d’altezza. Nonostante oltre il 90% del territorio è montuoso, l’intera zona è a rischio sismico. Numerosi sono i corsi d’acqua che lo percorrono, i più importanti sono il Naryn che contribuisce a formare il Syrdarja, l’Ėu ed il Talas. Numerosissimi sono i laghi naturali, degni di nota sono l’Issyk-Kul, che è il maggiore tra i bacini idrici della zona, ed il Sonkël. La popolazione presente è in massima parte rappresentata dai kirghišhi che rappresentano circa il 54% dei cittadini, seguono i russi con un’incidenza del 20% e gli uzbeki, concentrati verso sud nella zona di Fergana, che si aggirano intorno al 13%. Le tensioni etniche tribali nel Paese sono altissime specialmente tra uzbeki e kirghišhi e spesso sfociano in violenti tafferugli con numerosi morti. Le forze di polizia sono praticamente inesistenti per cui l’ordine pubblico è mantenuto, nelle rispettive zone d’influenza, dalle varie tribù. Le lingue ufficiali e dominanti del Paese sono il russo ed il kirghišho, la religione prevalente è quella islamico sunnita ma con retaggi culturali di tipo sciamano animista, esistono discrete sacche di cattolici che sono tollerati. E’ questa l’unica tra le Repubbliche Esterne dove la Sharià coranica non mostra d’avere gran presa societaria.Tutta la regione è molto povera e la sua economia principale è un’agricoltura stentata che, nonostante durante il periodo del Soviet Russo ricevette un forte impulso, con la scomparsa di questo è tornata a languire, infatti, la forza lavoro occupata nel settore raggiunge solamente il 27-28% della popolazione. I prodotti agricoli sono rappresentati da piantagioni di cotone, granaglie, tuberi, tabacco e frutta, oltre ad una discreta quantità di barbabietole da zucchero. Più importante è la pastorizia, prevalenti sono gli allevamenti di cavalli ed ovini, è però presente una discreta quantità di capi di bovini. Più redditizio è il settore minerario, il sottosuolo è ricco di carbone, oro, antimonio e uranio, notevoli sono le sacche di gas naturale e di petrolio specie nel distretto interno di Fergana. I giacimenti sono ancora poco sfruttati per la mancanza d’economia, per questo il Paese è costretto ad importare combustibili. Questa repubblica, nonostante la sua indigenza, fu la prima in ordine di tempo ad impostare, dopo la caduta dell’U.R.S.S., un serio programma di riforme economiche e sociali che ha mantenuto. Il governo non è però ancora riuscito a creare un esercito di militari regolari formato da Kirghišhi. Nell’ottica di un’economia di sviluppo del Paese è sta ampliata la rete di canali irrigui e lungo i fiumi Ėu e Naryn sono sorte centrali idroelettriche. Attualmente, il reddito medio annuo pro capite della popolazione è calcolato in circa cinquecento dollari ed il prodotto interno lordo è diminuito di oltre il 25% se paragonato al periodo antecedente al 1991. L’inconsistente ripresa economica è anche giustificata dalla mancata privatizzazione delle campagne per l’odio che serpeggia tra le diverse etnie. Il Paese fa parte della Comunità degli Stati Indipendenti ed in quest’ottica il governo, nel 1994, sottoscrisse con il Kazakhstan e l’Uzbekistan, la creazione di un trattato di libero scambio commerciale. Anche qui il Capo dello Stato ha la facoltà di nominare il primo ministro ed il governo. L’attuale Presidente, Akajev Askar, è in carica dal 1991 ed ha apportato variazioni alla Carta Costituzionale promulgata nel 1992 per migliorarla, nella volontà di rinnovamento le innovazioni sono già avvenute nel 1994 e nel 1996. Egli sembra essere molto prudente in politica estera e, la sua indulgenza democratica, la si può probabilmente addebitare al fatto che è l’unico degli attuali Capi di Stato delle cinque Repubbliche Esterne a non aver mai fatto parte del P.C.U.S. La camera parlamentare è unica e costituita da trentacinque membri, ad essa si affianca, con potere solo consultivo, un’Assemblea del Popolo formata da settanta componenti in cui sono presenti realmente diversi indirizzi politici. Nel Paese esiste una piccola forza militare codificata, essa è rappresentata da ottocento uomini che costituiscono la Guardia Presidenziale insieme a circa quarantamila unità che formano una “divisione” motorizzata ed una brigata di truppe alpine. Tutte le unità sono male armate ed i mezzi ruotati, ormai vecchi e malandati residui sovietici, non posseggono parti di ricambio. All’interno della regione sono presenti i grandi stabilimenti di costruzione della componentistica dei sommergibili nucleari sovietici ma sono ormai abbandonati e, tra le zone montane esistono numerose basi militari, alcune nuclearizzata ma anch’esse trascurate. L’armamento atomico è dunque presente nella regione ma, anche in questo caso, le chiavi elettroniche d’accesso a tali ordigni ed ai loro vettori propulsivi sono in possesso dei russi. Alla penuria d’uomini e mezzi. di qualsiasi tipo, fa riscontro la mancanza di uno Stato Maggiore esperiente. La popolazione kirghišha è autoctona della regione già da alcuni secoli a.C., ciò è testimoniato da altrettanto antiche fonti cinesi. Le tribù, attestate principalmente nella zona montuosa del Tian Shan, non hanno subito vere conquiste ed oppressioni esterne, anzi verso il quattordicesimo secolo esse si sono spostate verso ovest per colonizzare l’intero Paese nello stesso modo in cui oggi si presenta. Solo le armate mongole, intorno al millecinquecento, riuscirono a penetrare nel territorio kirghišho, ma più che espugnarlo si fusero con la popolazione presente. In seguito, solo durante l’inizio del milleottocento, parte dei territori caddero preda del Kanato di Kokand. Gli zar di Russia iniziarono la loro penetrazione nel territorio nella seconda metà del secolo XIX e, nel 1875, se n’appropriarono fondendolo amministrativamente con il Turkestan. Allorché nel 1916 le popolazioni del bacino centro asiatico si sollevarono contro la dominazione russa, per la dura repressione che subirono, molti kirghišhi si rifugiarono in Cina. In periodo bolscevico, il Paese fiaccato per la sua resistenza all’occupazione, fu assegnato amministrativamente al Turkestan. Solo nel 1924 fu dichiarato provincia autonoma, per divenire repubblica federale sovietica nel 1926. Nonostante il malessere della miseria dilagante imperasse in tutta la regione, il periodo di occupazione sovietica fu un sollievo economico per quelle popolazioni perché furono iniziati vasti programmi d’industrializzazione.

JUMHURII TOJIKISTAN

Figura 10.

Questo Paese si estende totalmente nel continente asiatico, i suoi confini dono demarcati verso nord dal Kirghizistan, a sud dall’Afghanistan e dal Pakistan, ad est dalla Cina e ad ovest dall’Uzbekistan. L’estensione dell’intera regione si sviluppa per kmq 143.100, incluso il vasto distretto del Gorno-Badahšan, la capitale e sede del governo è Dušanbe. Questa Repubblica fu tra i fondatori del C.S.I., la Comunità degli Stati Indipendenti. La giurisdizione si sviluppa su un terreno prevalentemente montano che include l’altopiano del Pamir e la vetta dallo strano nome “Cima del Comunismo” che raggiunge un’altezza di m 7500 s.l. m., in direzione nord est si trova la catena del Zeravšan, mentre più a nord ci sono le alture dei monti Alaj. In direzione sud ovest ci sono le prime propaggini della catena del Karak-Oram che però si protende in massima parte sul territorio cinese. Numerosi sono i corsi d’acqua, a carattere fluviale, emergenti dai ghiacciai che si trovano in alta quota, alcuni di essi sono sfruttati per la produzione d’energia elettrica. Meritano d’essere ricordati il Syrdarja che scorre nel nord del Paese, l’Amudarja, il Kafirnigan, il Pjandz ed il Vahs che invece si estendono verso i territori del sud ovest. L’intero Paese mostra clima continentale con inverni freddissimi sugli altopiani dove si sono registrate temperature inferiori a – 60°C. Al contrario, nelle pianure il clima estivo può raggiungere anche i +50°C. Caratteristico della zona, così come avviene anche nel nostro Piemonte, in Svizzera ed Austria, è lo spirare di un vento caldo invernale che ha peculiarità simili al főhn, da noi detto anche favonio. Il fenomeno è dovuto a masse d’aria fredda in rapido movimento che, per attrito, si riscaldano strofinando sulle rocce montane e conseguentemente mitigano le temperature. La piovosità annua è molto modesta ed anche il regime fluviale, pur essendo a carattere glaciale, risente della scarsità di piogge. La popolazione del Paese, circa 6 milioni d’abitanti con una densità media di 42 abitanti per kmq, è d’origine prevalentemente persiana e pratica la religione islamica sunnita. Le etnie presenti sono diverse con maggioranza di tagiki che si attestano intorno al 70%; gli uzbeki, in maggioranza stanziati nella vallata di Fargana, rappresentano il 20%, mentre russi, kirghišhi e tatari sono in netta minoranza. Nella regione gli agglomerati urbani sono pochi, l’unico degno di nota è la capitale Dušanbe. L’agricoltura, pur essendo fortemente penalizzata, è il sostentamento principale della popolazione ed occupa circa il 35% della forza lavoro. Sono prodotti granaglie, riso, tuberi e frutta insieme al cotone che è la coltura principe della zona. La pastorizia e l’allevamento di bovini ed ovini è ben avviato ma il reddito pro capite annuo della popolazione è quello il più basso in assoluto tra le cinque ex repubbliche, esso raggiunge solamente i 350 dollari. Similmente agli altri Paesi limitrofi, i giacimenti petroliferi e di gas metano sono importanti per estensione. Anche l’industria mineraria potrà avvantaggiarsi convenientemente quando sarà sfruttata in maniera opportuna per l’approvvigionamento di carbone, piombo, ferro, zinco, argento e oro. Nel settore industriale, sono già presenti altiforni e laminatoi per la produzione e semilavorazione d’acciai ed allumini che però non possiedono le specifiche di certificazione I.S.O. 9000 europee. Accanto all’industria pesante dell’acciaio, si trovano stabilimenti chimici per la produzione di concimi, comuni sono anche i calzaturifici e le industrie manifatturiere di tabacco. Purtroppo, molti stabilimenti furono distrutti durante la guerra civile che scoppiò nel Paese durante il 1992 e che continuò per tutto l’anno successivo. Le motivazioni della rivolta scaturivano dalle pessime condizioni economiche dei cittadini e dalla mancata promulgazione di leggi idonee a liberalizzare i beni di Stato. Il Paese è una Repubblica di tipo Presidenziale in cui l’alta carica ha in sé anche il potere esecutivo, dal 1992 il Tagikistan è membro dell’O.N.U. Il distretto, nel corso dei secoli, è stato più volte invaso, gli arabi vi giunsero nel secolo ottavo, i persiani vi si stanziarono durante il secolo nono e decimo, i mongoli lo occuparono nel tredicesimo secolo. Divenne dominio del Kanato di Buhara durante il milleseicento e nel 1868 finì sotto il controllo zarista. La rivolta scoppiata nel 1917 fu violentemente repressa dal nascente bolscevismo e, nel 1921 l’intero territorio fu annesso alla Repubblica socialista sovietica del Turkestan insieme al Kazakhstan, Turkmenistan ed Uzbekistan. Nel 1924 il Tagikistan fu invece assegnato amministrativamente alla neonata Repubblica Socialista Sovietica Autonoma dell’Uzbekistan da cui fu separata, nel 1929, per configurarsi anch’esso come Respublikasy Autonoma. Dopo il crollo dell’U.R.S.S. il Paese si dichiarò indipendente, ma durante l’anno successivo i forti contrasti tribali interni, specialmente dovuti all’opposizione tra comunisti e islamici, sfociarono in rovinosi fatti di sangue che le truppe, appena 8000 uomini più 1200 guardie frontaliere, non seppero contenere perché anch’esse divise tra i due fronti. Per comprendere la situazione geopolitica odierna di questo Paese è necessario conoscere, almeno a grandi linee, la storia delle vicende che accomunano il Tagikistan con il confinante Afghanistan. Infatti, la sanguinosa rivolta afgana contro i sovietici, che raggiunse il suo acme durante gli anni ’80, diede un gravissimo contribuito ad aggravare il pesante stato di malessere economico e sociale dell’intera regione del Tagikistan in cui i nuclei tribali, sempre divisi, combatterono appoggiando le diverse fazioni in lotta.

Figura 11.

Carro da battaglia T55 B. La canna della bocca da fuoco è dotata dell’evacuatore di fumo, ed il mezzo è munito d’apparecchiature per il combattimento notturno.

Dowlat-e Eslâmî-ye-Afghânestân

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In questo paese, durante il 1963 fu deposto dalla carica di primo ministro Muhammad Daud a cui seguì il cugino Zahir. Quest’ultimo, più liberale, proclamò una nuova Costituzione che proclamava nel Paese l’esistenza di una pluralità di partiti politici, ed indisse le elezioni legislative che si tennero nel 1965. Tra i partiti emersero il PDPA –Partito Democratico del Popolo Afgano- in cui esistevano due forti correnti, quella denominata KHALQ –popolo- e l’altra detta PARCHAM –bandiera- al cui vertice si trovava Babrak Karmal imparentato con la famiglia reale. Nel marasma di quegli anni la situazione economica divenne sempre più precaria, accompagnata, nel finire degli anni ’60 e sino al ’73, da una siccità straordinaria. La già scarsa produttività agricola si ridusse ancor più e le vittime della situazione furono decine di migliaia. In questa situazione d’estrema precarietà Zahir fu defenestrato dall’incarico e Muhammad Daud raggiunse nuovamente il potere. Nello stesso anno il nuovo ministro fece cadere la monarchia e fondò la repubblica. Nel 1977 riuscì a farsi eleggere Presidente della Repubblica ma, l’anno successivo, un colpo di Stato lo eliminò dalla vita politica riavvicinando il Paese all’Unione Sovietica. Fautori del nuovo corso furono i partiti filosovietici aiutati dalla politica di Mosca. Il PDPA ebbe il sopravvento su tutti gli altri indirizzi politici, si allineò con la ragion di stato sovietica e revocò la Costituzione. Fu creato un Consiglio Rivoluzionario Permanente che promulgò un piano di socializzazione politica ed economica che non incontrò il favore delle masse contadine. Le più forti contestazioni giunsero proprio da questa categoria di genti che si sentirono defraudate delle già misere condizioni di vita. Ad esse si aggiunsero, in breve tempo, anche le rivendicazioni delle popolazioni mussulmane. La resistenza all’introduzione del socialismo reale si rafforzò ed in breve esplosero tumulti che si acuirono, quando l’esercito sovietico “invase” il Paese nel 1979. Per tentare di sedare i torbidi che divenivano sempre più consistenti, fu eletto alla Presidenza del Paese Babrak Karmal mentre all’interno del PDPA la corrente Khalq riusciva a scardinare quella del Parcham. Nonostante le manovre politiche, le contestazioni si trasformarono in resistenze armate sempre più clamorose, acquisendo la fisionomia della Jihad islamica –la guerra santa contro l’invasore. Lo stato di guerriglia che scaturì fu duro e spietato, esso fu condotto quasi settorialmente dalle tribù e dai clan e si estese a tutto il Paese. L’U.R.S.S. rafforzò allora la sua presenza con un contingente di duecentomila uomini potentemente armati che, insieme alle truppe governative, garantivano il controllo dei centri abitati e delle più importanti vie di comunicazione. Nelle zone non urbanizzate il controllo del territorio era invece in possesso dei guerriglieri, i mujaheddin. Ciò era specialmente dovuto al fatto che la vastità del Paese e la sua conformazione montana, con numerosissimi valichi e grotte sotterranee comunicanti, impedivano di fatto di contrastarli convenientemente. In seguito ai luttuosi avvenimenti interni la fuga della popolazione dal Paese fu massiccia e, nei campi profughi iraniani e pakistani giunsero vaste sacche di resistenza che entravano ed uscivano dall’Afghanistan attraverso passi assolutamente non controllabili. Nel 1986 successe a Babrak Karmal, nella carica presidenziale, Muhammad Najibullah, capo della polizia e membro del Khalq. Durante lo stesso anno gli Stati Uniti d’America, speranzosi di controllare politicamente le regioni del centro Asia, iniziarono ufficialmente il loro programma di massiccio aiuto economico ai mujaheddin e le guerriglia si trasformò in una vera guerra rivoluzionaria con i due fronti, quello comunista filosovietico e quello islamico pesantemente armati con blindati, bocche da fuoco ed armi d’assalto. Per la resistenza islamica divenuta strenua, per il notevole sforzo bellico ed economico che l’U.R.S.S. doveva sostenere durante la sua profonda crisi economica, già da qualche tempo in atto, il contingente militare fu progressivamente ritirato tra il 1988/89 abbandonando nel Paese un’enorme quantità d’armamenti di vario tipo. Dopo altri quattro anni di guerra di “tutti contro tutti ed ognuno per sé”, le tribù dell’Alleanza del Nord si ritirarono dal conflitto e, per evitare rappresaglie, continuarono, come da molto tempo facevano, ad oltrepassare il confine col Tagikistan. Questo Paese era diventato una sorta di “porto franco” in cui si scambiava di tutto, specialmente oppio ed armamento. All’inizio del 1992 i mujaheddin entrarono a Kabul, la capitale afgana o, meglio, in ciò che restava della città. Durante il periodo dell’insorgenza islamica contro l’Unione sovietica si iniziò a conoscere da parte del grande pubblico il nome dello sceicco Bin Laden, grande capitalista ed amico degli U.S.A. La “confederazione” islamica non si rivelò proficua per il Paese, dopo la cessazione delle ostilità, perché troppo composita e con interessi diversi principalmente dominati dalle etnie d’appartenenza. Le quattro componenti fondamentali erano:

1) i tagiki moderati della Jamiat-j Islami di Burhanuddin Rabbani e Ahmed Shah Massud, questo secondo era il “Leone del Panshir” caduto in un attentato solo tre o quattro giorni prima dell’attacco alle “Torri Gemelle”;

2) gli islamici radicali dell’Hezb-j Islami finanziati dal Pakistan sin dal 1986 che erano principalmente rappresentati dai gruppi phatani di Gulbuddjn Hekmatyar;

3) gli sciiti dell’Hezb-j Wahdat sostenuti dall’Iran e comandati dallo sceicco Ali Mazari,

4) i gruppi d’uzbeki alle dipendenze del generale Rashid Dostam.

In breve, i contrasti etnici interni, insiti nella Resistenza, diedero origine a nuove violenze specialmente tra i gruppi che appartenevano allo sceicco Rabbani, che era divenuto Presidente della Repubblica, sostenuto anche dagli uzbeki di Dostam e dai guerriglieri fondamentalisti finanziati dai pakistani. Nel 1995, per sedare la caotica situazione Rabbani si dimise dalla carica di Presidente a favore di un Comitato di Salute Pubblica che raccoglieva in sé i rappresentanti delle diverse province del Paese. La situazione non si rasserenò nemmeno con questa nuova configurazione politica perché, dal sud del Paese, iniziò l’offensiva degli islamici fondamentalisti, i Talebani –studenti di Dio e delle scuole coraniche. Questo clan, inizialmente con l’aiuto del Pakistan [Islâmi Jamhûrîya-e-Pakistân] dell’Al- Mamlaka al – ‘Arabîya as – sa’ûdîya e degli Stati Uniti d’America, creò un movimento politico militare che presto si convertì in partito armato. Finanziati, ben armati di mezzi aerei e blindati, ben presto istituirono nel Paese la shariha, ed in breve sconfissero le tribù dei phatani conquistando nel 1996 la capitale Kabul. Troppo oltranzisti per ammettere correnti di pensiero diverse dalle loro, non paghi della conquista di Kabul, questi ultimi arrivati sullo scenario bellico continuarono le ostilità specialmente contro i gruppi sciiti del partito filo iraniano. Per questo motivo l’esercito di questo Paese fu a lungo disposto lungo la linea di confine con l’Afghanistan. Al nord intanto continuavano scaramucce con i miliziani del generale Massud che più volte fu sul punto di conquistare Kabul. Per il loro integralismo sconsiderato, i Talebani istituirono un regime religioso forte riallacciandosi alle antiche tradizioni tribali. Proibirono perciò tassativamente il lavoro femminile e costrinsero le donne ad indossare solo abiti mussulmani, scarpe senza tacchi e ad accompagnarsi solo con uomini della loro parentela.

Figura 12. Ingresso ad una moschea di Kabul. Le donne indossano il pesante “burkas” che le copre totalmente.

Impedirono anche il loro accesso ad ogni tipo di scuola ed imposero agli uomini di non radersi la barba, questa era però solo l’apparenza più smodata del nuovo corso. Furono impedite la libertà di stampa, i libri se non coranici, le sale cinematografiche, la trasmissione di musiche via radio e tassativamente furono banditi i programmi televisivi. Insomma, tutto ciò che proveniva da una cultura moderna fu tassativamente respinto e le condizioni del Paese, già al limite della sopravvivenza precipitarono in uno stato di prostrazione impensabile. I reiterati incidenti diplomatici con i Paesi occidentali, gli attentati contro le ambasciate americane di Tanzania e Kenya, ed il pericolo rappresentato dal gruppo Talebano nella polveriera orientale insieme alle continue violazioni dei diritti dell’uomo, risolsero gli Stati Uniti ad intervenire. Le tante ragioni umanitarie, anche in questo caso mascherarono i reali intendimenti politici ed economici, in ogni modo furono condotti possenti azioni militari contro le basi terroristiche di Al-١qaēda dislocate sul territorio. I campi paramilitari erano già allora considerati le cellule d’azione del terrorismo internazionale. Il 20 Agosto del 1999 gli insediamenti noti di Al-١qaēda, finanziati da Bin Laden[4] l’ex amico, degli Stati Uniti, di qualche anno prima, furono attaccate con missili ma, nonostante ripetuti avvertimenti, la situazione del Paese non migliorò, anzi degenerò sino al conflitto con cui gli U.S.A. attaccarono pesantemente il regime Talebano aiutando ed aiutati dall’Alleanza del nord, i nemici di ieri.

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Figura 12.

Carro T55 dotato d’apparecchiatura che permette il guado di corsi d’acqua in immersione.

Esercitazione nel distretto del Volga.

Il tutti contro tutti e ognuno per sé fece rifiorire l’attraversamento delle frontiere da parte dei guerriglieri afgani del nord. Le linee confinarie, già malamente sorvegliate, non erano più controllate dalle poche forze nazionali tagike e dall’esercito sovietico che si ritirava dall’Afghanistan e dai territori limitrofi. Tale andirivieni favorì il contrabbando dell’oppio afgano e d’armamenti che le truppe sovietiche, durante la ritirata del 1988 abbandonarono sul terreno. La situazione rimase fluida anche dopo la cessazione ufficiale delle ostilità che avvenne nel 1997 con un trattato tra le parti ma, nonostante ciò, si calcola che oltre cinquemila guerriglieri antigovernativi hanno continuato la loro attività illecita operando anche dai territori del Tagikistan. Lo stato di guerriglia continuo fece sì che massicci aiuti americani furono offerti al mullah Omar ed ai suoi Talebani, in tal modo la situazione interna anziché migliorare si aggravò. La guerra afgana degenerò coinvolgendo anche il Tagikistan e vide il sopravvento dei Talebani del Mullah Omar sulle tribù del nord. I Mujaheddin afgani allora penetrarono nel Tagikistan per ottenere aiuti in armi e viveri dai guerriglieri islamici locali. A questi già gravi problemi si è aggiunto in ultimo un forte contenzioso con la Cina e con il Kirghizistan per determinare le linee confinarie tra i Paesi. La comparsa di Al-١qaēda e di Usama Bin Laden in Afghanistan complicò la situazione del Paese ed anche quella internazionale. Durante il trascorso 2002 gli americani sono intervenuti pesantemente nella questione afgana, realizzando operazioni militari consistenti prevalentemente in azioni condotte dall’aria. Stranamente però non sono state distrutte le piantagioni di papaveri da oppio vera sorgente di terrore e del narcotraffico. Probabilmente questa è oggi l’unica risorsa economica ancora fiorente in tutto il Paese.

La conclusione di questa lunga carrellata di notizie sulle Repubbliche centro asiatiche è qui giunta al termine. Quanto è ancora necessario aggiungere è che l’odierna Russia, erede dell’Unione sovietica, è ancora la potenza militare più importante presente in quelle latitudini. Essa oggi vive tra il rimpianto del perduto impero e la concretezza della conquista economica liberale. In ogni modo, essa non manifesta alcuna accettazione d’essere retrocessa al ruolo di comprimaria nell’intricata politica estera del settore che ancora interpreta come sua diretta zona d’influenza. L’Italia, rotto l’immobilismo che da oltre un cinquantennio viveva in politica estera, ha favorito il sogno russo di ritorno agli antichi fasti, favorendone l’ingresso nella N.A.T.O. L’accordo, conclusosi proprio a Roma, permetterà al Presidente Putin ed al suo Paese di essere membri effettivi dell’Alleanza Atlantica anche se senza diritto di veto. Come evoluirà la crisi attuale lo sapremo tra non molti giorni. Ciò che è certo è che la guerra sarà solo apparentemente breve, la difficoltà consisterà nel controllare gli avvenimenti futuri nella polveriera orientale.

kiriosomega


[1] Kosovo: territorio della Serbia sud occidentale. La sua orografia scaturisce dalla presenza dei fiumi Beli Drin e Ibar e da rilievi collinari e montuosi che culminano nei 2640 m s. l. mare del Sar-Planina. Tutta la regione è ricca di giacimenti di piombo, zinco, lignite, cromite, magnesite, ma essa, per le sue condizioni di arretratezza, possiede un’economia di sussistenza. Sono sviluppate l’agricoltura e la pastorizia ma ancora condotte con tecniche arretrate. Sono queste le uniche attuali fonti di qualche importanza per il sostentamento della popolazione.

Gli abitanti sono per la maggior parte albanesi e minoranze serbe e montenegrine, la capitale ha sede a Priština, altre città, in realtà piccoli sobborghi, sono Prizren e Pec, quest’ultima era sede, dal 1557 al 1766, del patriarca della Chiesa ortodossa di Serbia.

E’ questa la terra che in antico fu abitata dagli antichi Illiri e Dardani di cui ci raccontano le cronache latine. La regione possedeva però confini più vasti di quelli odierni perché si estendeva ad inglobare anche la Macedonia e parte del sud della Serbia. Intorno alla seconda metà dell’ottavo secolo e sino al dodicesimo, l’intera contrada fu il centro del principato di Raska, in questo periodo fu soggiogata dal sovrano serbo Stefano Nemanja che, pro tempore, elesse Prizren domicilio dei principi serbi. Successivamente, in seguito a violenti scontri iniziati verso il 1389, l’impero ottomano iniziò la conquista della Serbia che si concluse nel 1459.

Tutta la regione divenne ben presto un focolaio molto vivace di ribellione ai turchi che furono definitivamente scacciati solo nel 1912. (E’ questo l’anno di conclusione della poco nota “guerra Italo -Turca” che vide, tra l’altro, l’occupazione italiana di Rodi e di dodici isole delle Sporadi, da ciò il nome “Dodecanneso”. Il conflitto, scoppiato nel 1911, aveva come oggetto del contendere il possesso della Tripolitania e Cirenaica, oggi denominate Libia. Questa guerra fu scatenata dalla seconda crisi marocchina che pose in evidenza i contrasti degli interessi Franco Inglesi contro quelli Tedeschi. Per una serie di circostanze, l’Italia poté agire al di fuori dei vincoli della “triplice Alleanza” di cui era firmataria, realizzando così le sue nuove colonie da sommare ad Eritrea e Somalia. Per l’operazione economica, politica e militare, il governo Giolitti si avvalse di gruppi economici finanziari legati soprattutto al Banco di Roma ed alla Banca Commerciale in cui erano presenti molti fautori delle tesi nazionaliste. Il “Ministro degli Esteri” di allora, Antonio di San Giuliano, avallò la volontà di Giolitti e la dichiarazione di guerra fu inviata alla Turchia il 29 Settembre del 1911. Tale dichiarazione, come previsto dall’articolo 5 dello Statuto, non fu ratificata dal parlamento. Tutta l’operazione non fu ben vista dalle potenze europee che speravano in un loro colonialismo in quelle zone. La guerra si concluse con il trattato di Losanna del 18 Ottobre del 1912.) In questo periodo fu proclamato uno Stato albanese autonomo che comprendeva l’intero Kosovo e parte della Macedonia occidentale. Nel ventesimo secolo, in seguito all’intervento geopolitico della Russia, le grandi potenze restrinsero le dimensioni del nuovo Stato, dividendo il Kosovo tra Serbia e Montenegro. Nel 1918 la zona fu annessa dal regno di Serbia, Croazia e Slovenia, che in seguito, con l’unificazione “Titina”, fu denominata Jugoslavja. Nello stesso anno –1918-‘19, iniziarono gravi sommosse popolari da parte degli albanesi, ma tutte furono rovinosamente sedate in modo cruento. Fu per questi motivi che il governo di Belgrado decise di espellere gli albanesi con la forza, confiscandone i beni e favorendo l’insediamento serbo nella regione.

Le truppe d’occupazione italiane, in seguito, durante la seconda guerra mondiale, unirono strategicamente il Kosovo all’Albania espellendo la popolazione serba dai territori. A fine della guerra, nel 1945, gli albanesi del Kosovo si opposero alla loro annessione forzata alla Jugoslavja, ma sempre nel 1945 l’esercito dei partigiani di Tito riuscì a sopraffarli. Tutta la regione fu controllata dall’amministrazione serba; prima come una regione autonoma e in seguito, dopo le rivolte albanesi del 1968, in qualità di provincia autonoma. La volontà di dominio delle due popolazioni limitrofe scatenò, nel 1981, nuove lotte intestine che condussero all’allontanamento degli albanesi dalle posizioni di potere ed a proteste da parte dei serbi locali. Durante il marzo del 1989 Slobodan Miloševiĉ, nell’antico sogno di realizzare “La Grande Serbia”, tolse ogni autonomia al Kosovo fomentando le discriminazioni razziali, per altro già in atto da ambo le parti, con ciò favorendo una vera e propria occupazione militare.

[2] La Macedonia –Makedonija- era appartenente, sino al 1991, alla “Federazione delle Repubbliche Socialiste di Iugoslavia.” Essa svolge il ruolo, nell’attuale situazione, di fungere da cuscinetto tra gli interessi di Serbia, Albania, Grecia e Bulgaria, Paesi con cui confina. La sua capitale è Skopje. Dal 1993 è ammessa a far parte dell’O.N.U. con il nome di “Ex Repubblica Iugoslava di Macedonia”.

[3] Saddam Hussein è il capo rivoluzionario e dittatore dell’Iraq. Fu eletto Presidente del paese nel 1979. La sua vita politica iniziò quando s’iscrisse al partito socialista Ba’th che sorse nel 1957 e che non ha mai lasciato. In seguito Saddam partecipò all’attentato contro il primo ministro iracheno di allora e, nel 1968 organizzò, con altri elementi del partito, un colpo di Stato che condusse il Ba’th al potere. La sua carriera politica fu rapida, infatti, fu nominato successore del Generale Ahmed Hassan al-Bakr, divenendo in tal modo capo carismatico e guida del partito. Padrone della situazione ebbe l’opportunità di accentrare su di sé, contemporaneamente, anche la carica di capo dello Stato. Annegò ogni moto politico a lui contrario in un bagno di sangue, infliggendo agli oppositori politici feroci torture. In quel tempo utilizzò il Ciclon B contro la popolazione civile curda che aspirava alla libertà politica. In seguito, consolidato il potere personale, tentò di fondare e porsi a capo di una coalizione dei Paesi arabi moderati e gravitanti nell’ottica filo occidentale. Nel 1980, finanziato dagli Stati Uniti, iniziò una lunga guerra contro il regime degli ayatollah iraniani. Il conflitto durò sino al 1988, anno in cui fu firmato un trattato di sospensione delle ostilità ma che non segnò alcun vincitore. Cessato il fuoco, il Paese si presentava economicamente dissanguato e senza aiuti esteri. Per tentare di migliorare l’economia, fu iniziata una politica di incremento del pompaggio del petrolio ma, a sorpresa, durante l’agosto del 1990 fu lanciato un attacco militare contro il Kuwait che era considerato la diciannovesima provincia iraqena. I Governo dei Paesi occidentali, pur essendosi appropriati dell’emirato sul finire degli anni ’20 dello scorso secolo, reagirono violentemente e, dopo molte risoluzioni politiche, con gli Stati Uniti come capofila attaccarono l’Iraq il 16 gennaio del 1991costringendolo, in breve, ad abbandonare il territorio Kuwaitiano. Scoppiarono poi tentativi di rivolte interne da parte dei curdi e degli sciiti che Saddam Hussein tornò a reprimere ma, per ciò, perse territori a nord ed a sud del Paese che furono dichiarati dalla N.A.T.O. di “no fly zone” da parte degli irakeni. All’intero Paese furono comminate anche pesanti sanzioni con grave malessere della popolazione che soffrì la fame ed una situazione sanitaria degenerata. In molti di noi è ancora vivo il ricordo delle immagini televisive che ci giungevano, in cui si mostravano i patimenti di tutti i malati. Il Paese era senza farmaci e senza viveri, l’economia si era dissolta. Per allentare la situazione che si era creata Saddam si dimostrò in seguito conciliante con i voleri degli occidentali. Nelle successive elezioni presidenziali del 1995, la stampa occidentale lo accusò di brogli elettorali perché la sua rielezione alla carica presidenziale mostrò con una valanga di voti che raggiunse il quorum del 99,9% dei voti.

[4] Il miliardario saudita Usama Bin Laden è oggi considerato dai Paesi occidentali uno dei terroristi internazionali più temibili. Di religione islamica per nascita, sembra averne abbracciato l’integralismo. Nel conflitto Afgano intervenne in sostegno dei gruppi dello sceicco Omar con truppe da lui assoldate. Sostenuto in passato dagli Stati Uniti d’America è oggi ritenuto il loro maggior nemico per aver commissionato gli attentati, così ha comunicato la stampa statunitense, ma ciò fra molti dubbi, alle ambasciate americane del Kenia e della Tanziana e per aver “commissionato” l’attentato contro le Torri Gemelle.

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