TRA DEISMO E TEISMO – FRANÇOIS-MARIE AROUET DETTO VOLTAIRE.


tra deismo e teismo – FRANÇOIS-MARIE AROUET DETTO VOLTAIRE.

Fu deista appassionato. Campione del libero pensiero. Paladino contro l’oscurantismo religioso e politico.

Spesso avviene d’ascoltare discussioni che scambiano le famose lucciole con le altrettanto celebrate lanterne, ma mentre le prime sono fatue, le seconde sono costanti e concrete. Tant’è che in molte Istituzioni, ed anche in quella Cristiana Cattolica, esiste il concetto di “raggiungere la luce” che, ovviamente, per essere conseguita deve possedere il carattere di continuità temporale.

L’argomentazione di cui voglio trattare in quest’occasione, e che spesso ho tralasciato d’approfondire per non assumere il contegno del dotto, che non mi si confà, consiste nel volere tracciare la gran differenza tra deismo e teismo, concetti che sono assolutamente tra loro diversi ed inconciliabili.

Certamente molti lettori saranno sorpresi da questa digressione, ed a loro chiedo scusa, ma l’attuale mio scritto è dettato dalla necessità di chiarire, per altri, la confusione sui due principi filosofici che a volte, anche artatamente, da qualcuno sono usati in impropria maniera.

Anche Voltaire, al secolo François-Marie Arouet, è spesso citato da molti Massoni italiani in inopportuna maniera, facendogli “recitare” frasi che non ha mai scritto in alcun’opera, né sono tramandate dalla sua storiografia ufficiale. Infatti, con noncuranza, questo gran pensatore è spesso contemporaneamente spacciato, purtroppo senza competenza storica e filosofica, come deista e teista. Appellativo, il secondo, che certamente lo fa “bollire di rabbia” nella tomba.

Per dimostrare la non equivalenza dei due vocaboli e del DEISMO di Voltaire con il teismo dogmatico, propongo di seguire, in questo breve confronto, uno schema trattato più sul versante storico, e che procede dall’uso appropriato dei termini secondo l’etimo della lingua italiana per giungere alle successive definizioni filosofiche.

Nel vocabolario ufficiale della lingua italiana si legge:

Sostantivo Definizione Etimo latino Etimo greco
DEISMO De’izmo – Dottrina di una religione razionale che nega la validità della rivelazione storica e di qualsiasi altra forma di Provvidenza, ma ammette l’esistenza di un Dio come garante dell’ordine universale. sost. Deus, più il francese “isme” ————————
TEISMO Te’izmo – Credenza in una divinità personale ed unica. Dottrina religiosa o filosofica fondata su tale credenza ———————— comp. Theos, più il francese “isme”

Nel dizionario di “Italiano – Latino” del Georges Calonghi (poi Badellino Calonghi) la voce “deismo” rinvia a “teismo” che propone con due diverse traduzioni: -“rationalis cognitio –onis, f.” – e “deismus, i, m.”

Come si può notare, i due termini traggono la loro radice uno dalla lingua greca, l’altro dal latino. In questo secondo linguaggio, da cui si creerà l’italiano, sono ammessi due diversi appellativi del termine teismo. Il primo considerato grammaticalmente femminile, l’altro maschile, ma ambedue divengono dei gallicismi con l’aggiunta della desinenza “isme”.

Il primo termine “rationalis cognitio”, femminile, diverrà il vessillo lessicale della “Ragione Logica Umana” che essendo dell’Uomo si trasformerà nel maschile “Deus + isme” ovvero “Deisme”.

Vocabolo che sarà concepito come “religione razionale” che non crede nella rivelazione ed in tutto ciò che ne consegue.

L’altra accezione del termine userà il vocabolo grammaticalmente maschile “Theos” più il gallico “isme”, indicando, in tal modo, una credenza personale metafisica ed unica, che sorse, per necessità, dall’ignoranza umana di fronte all’immensità del cosmo.

Dubbio atavico dell’uomo questo sull’immensità e “nascita” del cosmo. Dubbio che la Chiesa Cristiana riuscì ad organizzare in “credenza unica e collettiva”, in ciò valendosi, solo inizialmente, d’immagini bibliche e di un’articolata continua iconoclastia contro ogni tesi e rappresentazione che potevano limitare il suo predominio nelle “ristrette vie dell’angoscia” umana.

Solo furono mantenute in auge le antiche agresti costumanze, tuttavia svuotate dai loro primitivi significati, ma pian piano però “riempite” con nuovi contenuti che sommersero ed obliarono le precedenti concezioni.

“Insomma, le festività più sentite, quelle che non potevano essere obliate dalla memoria del popolo, furono trasformate pro domo sua”.

La violenta primitiva iconoclastia di cui si è detto colpì anche i monumenti, sedi delle antiche tradizioni e credenze. Infatti, sulle fondamenta di quegli antichi templi e con le loro pietre sorsero i nuovi edifici sacri.

Lo scempio della cancellazione e distruzione del prima, da parte del Cristianesimo, fu totale.

Con l’evoluzione della specie e con l’acquisizione di una neocorteccia sempre più avanzata, il ruolo dell’uomo si dibatté tra nozioni di “potere” e di “succubanza” alla natura, e ad un ipotetico costruttore dei mondi. Così, ancora oggi, nel dubbio che arrovella l’umana stirpe per un verso pressata da un universo misterioso e potente, dall’altro esaltata dal suo sentimento di potenza capace d’affrontare, plasmare, risolvere circostanze anche sfavorevoli, essa si dibatte nella ricerca di una risposta finale. Risposta che doveva essere fornita dalla filosofia perché ritenuta capace di annientare il concetto di Dio, ma che invece sorse, sempre più potentemente, dalle scienze empiriche.

Amerei ora poter proporre sulla possibile genesi dell’universo, per avvalorare il potere dell’Uomo e della sua mente, una riflessione dell’osservazione scientifica, ed in particolare della concezione di Stephen Hawking e Roger Penrose, non disgiunta dal pensiero di M. Planck e della relatività einsteniana. Le tesi di Hawking e Penrose dimostrano che la relatività generale ammette che l’Universo ha avuto inizio da una singolarità, in altre parole esso origina da un punto d’infinita densità e curvatura dello spazio-tempo in cui tutti gli equilibri noti della fisica si annichiliscono implodendo. Purtroppo l’esame ci condurrebbe lontano da Voltaire pur avvicinandoci al deismo. Per tale ragione sono costretto a sottacere questi dati, anche se da essi trarremmo utili conclusioni per divenire più concreti nel comprendere la realtà che ci circonda.

In ogni modo, esplicitamente, per un insieme di concetti fisici e filosofici, propugno e difendo come tesi che dalla timia, con limiti configurati tra “insicurezza – certezza” (ciclo endorfinico – talamico – neocorticale), si crearono e si composero anche le due opposte tesi del pragmatismo empirico e del dogmatismo, che immutate nella sostanza giunsero fino ai nostri giorni.

Solamente uno due versanti delle accennate tesi possiede valore razionale, perché l’altro è solo un artefatto sillogismo.

Il pragmatismo, infatti, rivela e traccia le ragioni delle attualità dell’Essere, dimostrandole positive, concrete, misurabili, sperimentabili ed estese nello spazio e nel tempo reale.

In altre parole, “sappiamo di cosa parliamo”.

Il dogmatismo, al contrario, vuole indicare non logicamente, le caratteristiche del Non-Essere facendolo reputare uguale all’Essere. Ma il Non-Essere, è negativo, immateriale, non sperimentabile, non esteso nello spazio-tempo reale e deve ricorrere ad una teologia negativista per auto sostenersi. [Si suggerisce di leggere, sulla Melagrana, “De naturale quaestione et doctrina deos spernens” di kiriosomega].

In altre parole, “non sappiamo di cosa parliamo”.

L’accezione deistica, tanto cara alla Massoneria trans alpina specialmente francese ma anche inglese, trovò in François-Marie Arouet (Parigi 1694-1778) detto Voltaire, filosofo e scrittore, uno dei massimi campioni del “secolo dei lumi”.

Voltaire fu un personaggio dal temperamento battagliero, le sue idee si espressero e s’effigiarono negli scritti che produsse. Egli ricusò ogni irrazionale ed imperscrutabile pensiero, aborrendo il dispotismo ed il condizionamento metafisico. La sua stringata filosofia si può ridurre ai concetti di “Liberté, Légalité, Fraternité”, idee che lo proiettarono nell’empireo dell’Enciclopedismo Illuminista.

Figlio di un notaio, compì parte degli studi presso i “Padri Gesuiti” nel collegio di “Louis le Grande”, divenendo così ben presto, anche per la sua spiccata personalità, un giovane intellettuale.

L’Arouet stabilì, per sua naturale inclinazione, d’indirizzarsi verso la professione letteraria, cosa che lo condusse a frequentare dotti aristocratici salotti e cenacoli presso cui, in breve, ottenne fama di brillante sarcastico e salace uomo d’ingegno. Il suo temperamento spigliato lo condusse, in ancor giovane età, forte della notorietà già acquisita, a comporre una “Satira su Filippo II duca d’Orléans”, nipote di Luigi XIV e reggente del trono di Francia, sino a che Luigi XV non divenne maggiorenne. Lo scritto gli valse però una detenzione, durata quasi un anno nel carcere della Bastiglia, periodo in cui ultimò il suo “Edipo” ispirato all’omonima tragedia di Sofocle e rappresentato con gran successo nel 1718. Sempre durante questa carcerazione portò a compimento la trama della “Lega” detta anche “Enrico il Grande” e, in seguito, “Enriade”, opera che fu nota al gran pubblico solo nel 1728. Durante il decennio 1718 – 1728 scrisse anche il “Pro e contro”, ultimato però in Inghilterra.

Questa fu la prima opera filosofica in cui dimostrò la sua vocazione razionalista, deista ed anticlericale.

Ma, ahimè, il suo carattere bellicoso, nel corso del 1726, lo condusse ad uno scontro diretto con il “Cavaliere di Rohan” e per questo nuovamente fu imprigionato.

Questa volta però, il battagliero “ragazzaccio” riuscì a farsi scarcerare promettendo di lasciare la natia terra. Liberato, Voltaire si recò subito a Londra, dove, imparato l’inglese, scrisse due importanti opere, una sulla storia delle “Lotte armate civili in Francia” e l’altra sulla “Poesia epica”. Ma lo scritto che lo consacrò alla notorietà, in tutta Europa, fu proprio “L’Enriade” stampato in Londra nel 1728 ed in cui manifestò, costretto e non domo, di offrire una certa tolleranza alla religione.

In questo momento, e solo pro tempore, attraverso un “Deismo Mitigato” egli ammise l’esistenza di un Dio come garante dell’ordine universale. Però, posizione pur sempre molto lontana da quella teista.

Nel 1729, Voltaire tornò in terra di Francia dove compì una serie di fortunate speculazioni che lo affrancano da una vita grama. Poté così dedicarsi, libero da ambasce, alla letteratura. Scrisse la sua famosissima “Lettere sugli inglesi o Letture filosofiche” edite dalla stampa in lingua inglese nel 1733, e, durante l’anno successivo, la stessa opera apparve anche pèostuma in idioma francese. Questo scritto trasse largo spunto dalle sue frequentazioni inglesi con Alexander Pope: (Londra 1688 – Twickenham, Middlesex 1744), ribelle poeta cattolico ed ottimo traduttore d’Omero- e con Jonathan Swift (Dublino 1667-1745), scrittore irlandese artefice di narrazioni mordaci e scritti satirici politici. Gustosa e avvincente è la sua “Favola della botte in cui ridicolizza l’arrogante pignoleria religiosa inglese. Allo stesso cenacolo appartennero William Congreve, (Bardsey 1670 – Londra 1729), scrittore teatrale e poeta inglese- e Horace Walpole (Londra 1717-1797), politico di secondo piano, poeta non eccelso ma tra i fondatori del “romanzo gotico”. La sua fama è legata, principalmente, ad un nutrito arguto, satirico epistolario.

Gran successo Voltaire ottenne con la sua “Zaira” del 1732, ma le “Lettere filosofiche”, apparse nell’anno successivo, per il loro violento attacco manifestato contro le arroganti istituzioni religiose e politiche, in breve notissime al pubblico, divennero e furono considerate come il “Manifesto dell’Illuminismo”. Lo scritto divise la società di quell’epoca in due parti, una di esse manifestava contro l’opera adducendola come scandalo, l’altra fazione societaria osannava quella prosa come nuova frontiera della mente.

In ogni modo, per lo scandalo pubblico dovuto alle “Lettere filosofiche”, Voltaire, nuovamente in conflitto con le Autorità politiche e religiose, dovette abbandonare Parigi ritirandosi nel ducato indipendente di Lorena. Questo periodo di nuovo “ostracismo”, con permanenza nel castello di Çirey, coincise con la massima produzione letteraria teatrale e satirica in versi, ma anche con la creazione di numerosi scritti scientifici di cui quello più noto certamente è “Elementi della filosofia di Newton”.

Per la gran sottigliezza logica ed intellettiva dei suoi scritti le opere letterarie passarono in secondo piano, ma per ambedue le qualità che riusciva ad esprimere, Voltaire ottenne la protezione della Pompadour, amante di Luigi XV che riuscì a farlo divenire uno dei cortigiani importanti a corte ed anche “Accademico di Francia”.

In questo periodo scrisse “Il secolo di Luigi XV”, il “Poema di Fontenoj”, “La principessa di Navarra”, ed “Il trionfo di Traiano”. In chiusura di questo periodo della sua vita scrisse “Zadig o del Destino”.

Nel successivo 1749, ormai oltremodo famoso, Voltaire accolse un invito rivoltogli da Federico II di Prussia affinché si recasse presso la sua corte. Il soggiorno berlinese fu breve perché, oggi diremmo, esistette una “incompatibilità di carattere” tra i due personaggi, ma egualmente, durante questa permanenza, terminò “Micromega” lavoro anche questo a carattere filosofico.

Abbandonata la Germania, Voltaire si stabilì, dopo qualche tempo, nel castello di Ferney (Svizzera) che poi acquistò. Qui effettivamente terminò, nel 1756, una delle sue opere di maggior importanza: “Saggio sui costumi”. Lo scritto fu uno studio, con forte monito sociale, sulla dimostrata incapacità ad evolversi del pensiero umano quando ricorre al metafisico, cosa che Voltaire aborrì e condannò insieme a tutto ciò che è clericale e dogmatico. Secondo “l’Enciclopedista” tutte le tesi che necessitano del ricorso al soprasensibile, per rispondere a quesiti esistenziali, è inutile e dannoso. Egli, al contrario, esaltò ogni tesi che riuscì a librarsi avvalendosi dell’arte del libero pensiero, avvenimento che la svincolò dal comodo ed infingardo dogmatismo. Tuttavia il nostro Pensatore si pose come già riferito, per parte della sua vita, in una posizione di “Deismo Mitigato”, perché anch’egli soggiacque all’idea di un Dio mallevadore dell’ordine universale.

In ogni modo egli fu aspro oppositore delle, così da lui definite, “bugiarde consolazioni religiose” ed a questo proposito scrisse, nel 1756, “Il disastro di Lisbona” in cui affrontò il problema del bene e del male. In questo nuovo scritto egli fermamente ed aspramente condannò l’interpretazione emessa e perorata di cui si fece portavoce la Chiesa Cristiana cattolica. Egli sostenne, infatti, che nel problema del male non si sarebbe potuto scientemente credere ed avvalorare l’ipotesi cristiana del “mal comune mezzo gaudio”. L’Arouet, anche in seguito, continuò a suggerire questa sua tesi manifestandola pure ne “Il Candido, ovvero dell’Ottimismo”, romanzo filosofico sociale del 1759. E’ questa una simpatica lettura in cui Voltaire condannò l’ottimismo di G. Wilhelm Leibniz in proposito “del migliore dei mondi possibili”, esaltando, di converso, l’empirismo.

Seguì, nel 1764, il “Dizionario Filosofico” in cui egli avvertì ed espresse la sua necessità di abbracciare tutto lo scibile che considerò solo umano.

Dopo quanto abbiamo sinora riportato, anche se succintamente, possiamo affermare che dalla lettura e commento degli scritti voltairiani si può ricavare una sola indiscutibile interpretazione. Quella di un uomo dedito ed assetato di ricerca scientifica e filosofica che predilige una posizione culturale DEISTA, in altre parole quella di una credenza puramente razionale.

François-Marie Arouet tornò in Francia, a Parigi, nel 1778 in occasione della rappresentazione della sua “Irene”, ma morì dopo breve tempo. Si spense il 30 Maggio dello stesso anno.

Fu segretamente inumato nel circondario della periferia parigina e ciò avvenne senza alcun pubblico funerale per volere della Chiesa Parigina e delle forze politiche a lui avverse.

I suoi resti rientrarono poi fastosamente in Parigi nel 1791, con la città in tripudio, e furono tumulati nel Panthéon.

Ci resta solo da dire, dopo questo piccolo resoconto storico letterario, che non è assolutamente certo che Voltaire incontrò Giacomo Casanova, perché di tale fatto ci giunge comunicazione solo dagli scritti dell’eclettico e spregiudicato “veneziano errante”.

[Si suggerisce di leggere il “Candido” per avere contezza dell’ottusa “metafisica teologica cosmologica stoltologia”, come lo stesso Voltaire, ironicamente, la definisce. Quest’insegnamento, nello scritto, è impartito dal precettore Pangloss allo stesso Candido durante tutto il tempo della sua permanenza nel castello del barone di Thunder-ten-tronckh].

kiriosomega

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