Solo per ridere un po’. Era una notte buia e tempestosa.


Era una notte buia e tempestosa.

Il temporale durava da ore, scrosci di pioggia investivano la domus solitaria che stava lassù, nel promontorio verso il mare, proprio là dove il cielo sembrava sempre scontrarsi con la scura massa d’acqua.

Dalle stanze vicine al triclinium, quelle con le alte volte, nel silenzio della notte si sentivano i cavalloni urtare la scogliera con sordi tonfi che sembravano romperla, così che il giorno di sole era sempre diversa.

Il Pater Familias, Tullius Chiunquefus, aveva scelto il luogo appartato sperando che il figlio Claudius Chiunquefus stesse lontano dall’Urbs, dove con gli scapestrati amici passava le notti in conventiculae di contestatori il cui capo indiscusso era certa Eleonora Dusae attrice di un teatro moderno che il povero Tullius non capiva.

Fu proprio in quella notte tremenda che un sonoro scampanare ridestò echi nelle stanze dei domestici, e uno di questi, Almanaccus, no, Alambiccus, s’alzò svogliato per rispondere al richiamo.

Con un fioco lume in mano, l’allampanato Alambiccus si diresse per i bui corridoi raggiungendo il luogo da dove sapeva era giunto l’imperioso richiamo. Lì trovò Claudius, dagli amici detto Bisius, il figlio di Tullius che, come sempre ubriaco, era tornato nella domus con i calzari in mano sperando di trovare l’uscio aperto, e così non far rumore che avrebbe svegliato il Pater severus , Percallina la mater e Lucilla la soror.

La sbornia di cui era preda il rampollo era grande, e Alambiccus, quasi ubriacato per l’odore di vino Falerno e apertamente ruttando per l’aroma dolciastro delle trippe di uro, però fritte nel grasso di orso che chissà per quale motivo Bisius aveva al collo a mo’ di monili, lo trascinò verso il cubiculum.

Sembrava che nessuno avesse avvertito il baccano, quando Ideafissae la cagnetta di Bisius festante incominciò ad abbaiare giocosa. S’alzarono tutti, e per prima giunse la soror Lucilla che le schiave avevano già pettinato per l’orgia che si teneva da Trimalcione dall’indomani mattina. Poi arrivò allarmata Percallina che sempre temeva che il suo Bisius ferito dal terribile brigante che da qualche tempo infestava la contrada, certo Habeascorpus capo della più strana banda di farabutti che l’URBS avesse conosciuto, fosse giunto nella domus malridotto.

Per ultimo, sbadigliando, Tullius Chiunquefus si fece vedere mentre per il terribile bruciore di stomaco creato dalle ostriche, che gli giungevano freschissime da Baia Domizia dopo soli 8 giorni di dorso di mulo, chiedeva una bevanda lenente.

Giunsero allora i servitori, tra gli altri certi galli quasi “gioielli” comprati nel negotiatio di Pallongonfius, il più esclusivo mercante di schiavi di tutta la Città Eterna.

Questi furono comandati di preparare la bevanda per Titius, così destando le gelosie dell’antico cuoco di casa Chiunquefus.

Era quello un energumeno poco raccomandabile il cui nome, O’torinolarinoiatryx, già metteva in allarme perché lo indicava capace di tagliare la gola a chiunque, ma era bravissimo anche nel disossare selvaggina e nemici.

O’torino ecc era nato in una contrada che la testardaggine di Cesare aveva voluto conquistare. Un paese dove gli indigeni avevano strane usanze, infatti, ogni 5 giorni interrompevano la battaglia con i legionari conquistatori per una strana usanza che chiamavano week end, e tornavano dopo due giorni con grave scorno e nervosismo dei romani che intanto si annoiavano, così la guerra andava piuttosto per le lunghe.

Il paese era anche impossibile perché la nebbia vi stava sempre di casa dal primo meriggio al mattino, e la pioggia la faceva da padrona per 360 giorni l’anno, però qualche volta anche per 361.

Gli abitanti della contrada, i Britanni, specialmente quelli della tribù degli Oxford’s sempre in lotta con i Cambridge’s, si muovevano e parlavano in modo buffo, così che erano lo spettacolo ilare delle tribù viciniori, specialmente dei Germani e di certi popoli nordici che avevano scure navi chiamate drakkar. Era capo di questi Mataff un omone che prediligeva i baccalà alla crema irrorati da una specie di gervogia che chiavano cranica per via dell’usanza di berla nei teschi dei nemici vinti. Per questo motivo i valorosi guerrieri del Nord che non conoscevano la paura che mette le ali erano sempre girovaghi tra popoli stranieri per tentare di conoscere il segreto del volo, e a chi non rivelava loro come fare gli picchiavano in testa con la mazza, ma piano piano per non rompere il prezioso teschio che avrebbe permesso di bere la cranica.

O’torino ecc era anche cocus magister (oggi sarebbe detto chef) nel cucinare il singularis porcus (cinghiale) bollito con salsa di menta e gervogia tiepida, ma la scaltra familias Chiunquefus non lo usava per sé, ma solo per ospiti poco graditi affinché sloggiassero presto impietositi per la fine che la povera bestia aveva fatto.

I galli di Pallongonfius, comandati, si portarono in cucina e qui preparano una delicatezza tipica degli Allobrogi. Si trattava di mischiare, nella marmitta fumante, fichi secchi, sapone di Massilia (Marsiglia), peperoncini, un gallo vivo non spiumato che regolarmente si rifiutava di collaborare, peperoncini in abbondanza e certi semi che chiamavano senape, più tutto il sale che potevano trovare. L’intruglio doveva bollire nell’aceto, ma qualcuno lo chiama “çitronette” perché per ingentilirlo aggiungono mezzo limone.

Comunque sia, la delicata bevanda fu portata al pater familias mentre nel cortile della domus l’ultimo gallo sopravvissuto, stupito dal tramestio e pensando d’essere in ritardo, cantava da spezzare il cuore per la paura di finire in pentola.

L’effetto fu immediato, mai pozione fu più magica, lo stomaco di Tullius Chiunquefus guarì all’istante; e Bisius che volle assaggiare la brodaglia subito fu pronto per nuovi bagordi chiedendo di poter avere anche la parte solida del delicato manicaretto.

Fu Lucilla la soror che ebbe l’idea che subito propose: “Facciamo un’orgia privata, in questa casa non se ne fanno mai”!

Percallina, la moglie, come tutte le mogli sempre un po’ scontenta, intervenne chiedendo a Tullius di organizzare subito un’orgia che da quando erano giovani più non ne facevano insieme.

Furono chiamati citharistae (suonatori di cetra), cornicini (corno), tibicini (tibia), buccinatori (tromba) e anche le danzatrici della Pannonia per allietare la serata. I triclini furono subito pronti, e la festa iniziò. I servi portarono lingue di pavoni in salmì, murene allo spiedo, trippe di orso fritte nel miele, caseus ovillus ( formaggio pecorino)…vinello dei Castelli dell’Urbs…

Giunse l’alba e il sole cancellava la notte di tempesta, intanto siliginarii, peperonarii, olleari (venditori di olio), piscatori, cinarae (venditori di carciofi) passando vicino la casa per recarsi nella più meravigliosa città del mondo sentivano che i suoi pazzi abitanti erano stranamente già desti, ma nonostante ciò il tonsor (barbiere) non era ancora stato chiamato, anzi era stato minacciato che se si fosse fatto vedere, per il mal di testa che ognuno aveva sviluppato per i bagordi, l’avrebbero crocifisso… e, per Juppiter, nella domus di Bisius non si scherzava, specialmente quando arrivava la sua amica, l’iberica encantadora Vanessa Encontrada che pochi però riescono a “encontrare”.

Così una terribile notte buia e tempestosa si era trasformata nel giorno del più terribile mal di testa che storia d’uomo ricordi.

kiriosomega


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