Convitto M. Cutelli Catania-


Convitto M. Cutelli Catania – Un gioiello nell’oblio!

quotidie morimur (lucius anneus seneca)

Convitto Cutelli. Facciata

Convitto Cutelli. Facciata

Questo scritto forse suonerà come la solita nota di chi, non avendo di meglio da fare, disputa sul tempo, le donne ed il governo, quasi alla maniera di un vecchio pensionato mezzo addormentato dal vino forte.

Una vostra pagina mi ha riportato ai tempi della gioventù, quando, giunto a Catania, nel 1966 scelsi di frequentare il “Convitto Cutelli” in qualità di convittore.

Il palazzo dalle ciclopiche mura, austero, signorile, bellissimo, in quel tempo era sede di scuole elitarie; ed il suo Rettore, l’indimenticato Professor Francesco Paolo Drago, era coadiuvato da un vice Rettore di prim’ordine, il Professor Carlo Tuccari.

Il Rettore Drago era piccolo di statura, ma non esile. Portava gli ormai grigi e radi capelli tagliati all’Umberta, ma ancora s’indovinavano esser stati rossi. Il suo sguardo schietto, leale, sincero, leggermente velato dalle lenti fotocromatiche, subito ti ammoniva che era un “duro”, ma serio e giusto, così all’istante afferravi che era meglio rispettare i regolamenti in vigore per non “godere” della sua disapprovazione che, già di per sé, ti faceva tremare.

Gli faceva contrasto il vice Rettore. Era alto, massiccio, tendente alla pinguedine, sempre con indosso un elegante pettinato grigio, o nero antracite da cui ai polsi, sporgendo, spesso facevano bella mostra di sé due magnifici gemelli d’oro bianco con inziali. Egli sprizzava energia e bonomia, ma la sua voce non ammetteva repliche: “Lei si comporti da convittore”, soleva ripetere calcando la voce su convittore, “e vedrà che andremo d’accordo”.

Facevano loro seguito i vice Rettori Aggiunti, Professori Di Fazio ed Angelo Sinardi, insieme con un gran numero d’istitutori e l’economo Tusa, poi arrivò anche Interlandi.

La vita tra studio e regolamenti era dura, ma la gioventù, è noto, fa superare ogni avversità; e poi ci prendevano per la gola, infatti, la mensa, nella bellissima ma sobria sala da pranzo, era ottima e curata dal “Maestro di Casa” Sig. Purrazzo e dal cuoco titolare Sig. Avolio.

Contorno al convittore, al primo piano, erano le grandi aule di studio distinte secondo l’età degli studenti che ospitavano, e, lì di presso, pulite ed ariose, v’erano le camerate. Tutto era armonico ed equilibrato, e l’interna architettura s’accordava con la gran “rotonda” di disimpegno su cui anche s’affacciava il salone di ricevimento. Il salone dei filosofi l’avevo soprannominato! Lì, Gorgia, Protagora, Anassagora, Anassimandro, Anassimene, Plotino, Democrito, Seneca… mi scrutavano pensosi dai grandi affreschi murari che li ritraevano, quando, la domenica, Padre Greco celebrava la messa. Tutte queste cose erano a contorno della vita del convittore.

Poi, più in alto, sopra le nostre teste c’era il campanile che con il suo orologio cadenzava l’intera giornata, e giù, verso l’ingresso, per noi superabile solo in occasione delle vacanze scolastiche, vedevamo anche l’andito della scalinata d’onore e la superba corte del Vaccarini. Ma quei tre luoghi erano però vietati ai convittori, infatti, era proibitissimo valicarli e calpestarli.

E quel necessario rigore d’ordine morale, quel senso del dovere che dona i diritti, lo ritrovai poi in Accademia Militare, ma questa è un’altra storia.

Il cortile a mosaico, in passato una corte d’onore, non doveva essere attraversato per non danneggiare le pietre che lo componevano, e lo stesso Rettore ed il suo seguito si uniformavano alla legge emanata. Ricordo che una sola volta, accompagnandomi, il Rettore mi fece attraversare quel mosaico, ed una sola volta usufruii, sempre da lui accompagnato, della scalinata d’onore. Tutto avvenne allorché comunicai, superato l’esame di maturità liceale, d’essere stato ammesso ai corsi dell’Hdemia Militare. Ma anche tornando in visita, in divisa di cadetto, il Rettore Drago, apostrofandomi come se glie lo avessi chiesto, asserì che il premio già l’avevo ottenuto.

Tornai negli anni a venire al convitto Cutelli, e, purtroppo, già in matura età. Ricordo che tra me osservai che, oltre l’apparenza, anche il suo odore era cambiato; ma ancor più mi sorprese l’andirivieni di ragazzetti che calpestavano il selciato del cortile, due sputarono anche in terra. Interrogai con gli occhi il nuovo Rettore, il non più giovane Sinardi, che capendomi rispose: “I tempi sono cambiati”!

Mi sentii anacronistico, quasi morto redivivo in un mondo non più suo.

Molte cose che osservavo mi mostravano i segni dell’incuria; altre da sé s’erano rotte quasi gioendo d’abbandonare un mondo ormai senza più rispetto verso se stessi, verso gli ideali e le cose create.

Ma l’apprensione per il degrado del Palazzo mi si acuì, quando, due anni addietro, vi tornai invitato per l’inaugurazione della risorta “Accademia Gioiena”.

Rividi i volti scrutatori dei filosofi ormai stinti dal tempo, rividi il mosaico assai usurato e con pietre mancanti, finanche avvertii odore di muffa nei corridoi delle austere aule liceali. Tutto era scolorato, quasi una lebbra vi attecchiva; ma soprattutto capivo che mancava una cosa: “Il rispetto per se stessi e per l’ambiente che ci ospita”.

Io non so quanta responsabilità ho nel degrado del Palazzo Mario Cutelli, in ogni caso me ne faccio carico almeno di un po’. Ma agli amministratori catanesi, figli di un mondo disordinato che mi ha lasciato indietro col mio credo nella dignità dell’uomo e delle cose, chiedo di ricordarsi anche del Convitto Cutelli e di non farlo distruggere dal tempo e dall’oblio. Così che le vocine tintinnanti dei ragazzi che l’hanno vissuto, ancora racchiuse tra quelle mura, continuino ad inneggiare al bellissimo architetturale monumento ed a salutare i loro Rettori che non han potuto, ahimé, sopportare gli anni e i terremoti sociali e politici.

kiriosomega.

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