Caino e Abele. Della fratellanza delusa!


CAINO E ABELE

-DELLA FRATELLANZA DELUSA-

Di

kiriosomega

verso il sole

verso il sole

Nel momento in cui gli elementi societari basilari più universalmente accettati si mostrano in dissonanza con la realtà, è segno che qualcosa non va e che deve, ad ogni costo, essere chiarita.

Tra i numerosi conflitti del mondo moderno i più rilevanti sono quelli dell’esaltazione indeterminata della persona umana, dell’assoluta concordia sul principio cristiano dell’amore, d’inutili starnazzamenti e leziosaggini per conseguire la pace tra i popoli, d’orrore per i minorenni omicidi ed i cattivi nazisti.

Tutte cose, queste, che ci riempiono di meravigliato raccapriccio come se il fatto fosse assolutamente estraneo a chi ne parla ed ai suoi interlocutori.

“La marmaglia? I ragazzi del vicinato” rispose il padre di cinque figli, di cui tre con carichi giudiziari pendenti, al giornalista che lo apostrofava.

Nonostante il “tutto va bene” e il “ci vogliamo un gran bene nel nome di Dio”, assistiamo e sopportiamo impotenti continue violenze morali e fisiche esercitate dal potere costituito e dalla criminalità, mentre spesso la tecnologia più avanzata è usata come mezzo di controllo e d’omicidio di massa.

Nuove genti hanno tolto, al vecchio pio “zio Adolfo”, il diritto di prelazione sul genocidio dei popoli, facendolo così apparire, insieme a Gengis Khan, al “Flagello di Dio” ed a Tamerlano come innocue creature bisognose d’affetto. In questo mondo dove “tutto va bene” si arriva ormai a giustificare anche il concetto di “guerra preventiva”, senza mai avere il coraggio di guardare finalmente la trave nel proprio occhio e non la pagliuzza degli altri.

Si, certamente qualcosa non va in questa società, qualcosa che è così sottile e contemporaneamente così enormemente grande che non potrà essere chiarita in questo breve scritto.

Un concetto però è chiaro, i fratelli, i fratelli in Dio, la fratellanza, le fratrie e quant’altro sono un’ipocrisia da tutti noi creata per nascondere la nostra “Fame” che troppo spesso si sublima, leggendo le statistiche medico legali del reato, nell’attività più vecchia del mondo, l’omicidio.

Quest’aberrante attività deve essere colpita sempre e in ogni modo con la massima severità, non sono attenuanti la minore età o la temporanea infermità mentale, queste sono aggravanti del reato perché mostrano il vero volto del mostro-reo.

Propongo un esempio per chiarire il concetto: “Condurre l’automobile, in città, con andatura pericolosa, è chiaro segno di squilibrio della personalità del conducente che, proprio perché abilitato dallo Stato alla guida di un automezzo, quindi reputato presuntivamente sano nelle funzioni ideative, si mostra con personalità tendente ad offendere e necare quando si lascia che il Jackil, che è in ognuno di noi, emerga. Questo comportamento non può essere addebitato ad imperizia o pazzia o seminfermità o alla tossicodipendenza ed all’ebbrezza alcolica, ma è da addebitarsi alla profonda asocialità contenuta nella personalità del reo che, pertanto, deve essere colpito in maniera adeguata.

Quale possa essere il “premio alla colpa” deve essere il legislatore a comminarlo, ma egli non deve scambiare per attenuanti quelli che invece sono i veri motivi scatenanti del reato.

Fratellanza: astratto concetto di comunione rivolto alla specie umana che si vorrebbe credere capace di superare i suoi ristretti tabù etnici, sociali, politici ed economici, ma che nella pratica non va aldilà del più generico dei “volemose bene”.

            “Occhi nel folto celati malignamente spiavano la sparuta famigliola d’ominidi che presta consumava il suo pasto. Le vedette già erano state silenziosamente trucidate, solo l’urlo annunciò l’immediato pericolo quando ormai era già troppo tardi per la fuga. L’imponente mole del grosso primate fu subito su di loro, armata di gran ferocia e della propria selce. Urla di paure ancora mai espresse, grida, stridii a nulla valsero. La morte giunse rapida in un turbinio di fendenti e di schizzi di sangue mentre qualcuno, avido, s’impadroniva del cibo.”

La fame aveva scatenato l’arte di uccidere, il rito che porta a sazietà era stato compiuto[1][1].

Questa fu la tragica successione d’avvenimenti similari che, all’alba dell’uomo, i nostri antichi progenitori vissero e vollero o crearono e sopportarono secondo le occasioni.

Chissà, forse con un differente comportamento, una dissimile attitudine sarebbe sortita nella nostra specie, perché la memoria genica avrebbe avuto un diverso substrato.

Ma ci sarebbe stato poi stato veramente utile campare all’insegna del “questo non si fa?” Certo però che nemmeno è conveniente sopravvivere all’insegna del più esasperato permissivismo, a patto di “saperci fare!”

Già il Genesi 4,26 racconta: “Adamo conobbe poi Eva, sua moglie; ella concepì ed ebbe Caino, agricoltore….ebbe poi Abele suo Fratello. Abele fu pastore di greggi e Caino agricoltore….. Caino disse poi ad Abele suo fratello: “Andiamo ai campi” e, quando furono arrivati Caino si scagliò contro Abele suo fratello e lo uccise”.

Questo è l’istruttivo racconto con cui s’inizia la storia ufficiale della fratellanza che tale è, anche ai nostri giorni, solo di nome.

Anche il vocabolario sembra contemplarla quasi per forza mentre dà maggior risalto a termini concettualmente simili ma non eguali.

Nell’esame degli esempi che potremmo fare, nell’interesse del nostro discorso, mi sembra opportuno ricordare come si esprimeva il dialettale “Martoglio[2][2]”, nella sua “Centona”, sui fatti di Caino ed Abele:

“Abbeli morsi a manu di so frati;

Ma pirchì morsi….?

Morsi pirch’era un veru…beccaficu.

Sudd’era Abbeli iu,

Quannu Cainu accuminciava a carrammari

“Sorvi” e mi spuntava u primu chicchimiddu

C’immiscava un corpu di reorvi e

Tempu nenti facia Abeli a iddu.”[3][3]

Non sempre però la storia della tanto bistratta fratellanza è così truculenta, essa, al contrario, spesso s’ammanta dei panni del dì di festa ma, certo, il risultato non cambia.

Ricordate la raffinata storia d’Isacco, Rebecca e dei loro figli Esaù e Giacobbe – Genesi 25,19 e 27,46: “Esaù divenne buon cacciatore e uomo della campagna, mentre Giacobbe, uomo amante del comodo, se ne stava sotto le tende.”.

Fu il fato o il desiderio di possesso che indusse Giacobbe al reato? Quand’egli, cottasi una vivanda, vide Esaù tornare dai campi che così lo apostrofò: “Via fammi mangiare un poco di cotesta roba rossa, sono stracco morto…” ma l’equivoca risposta fu: “Vendimi subito la primogenitura” ed Esaù: “Non vedi che sto per morir di fame, che ho da farmene della primogenitura?”

Subito Giacobbe disse: “Giuramelo dunque”. Esaù giurò e vendette la primogenitura a Giacobbe.

In seguito, ciò che inizialmente sorse, forse con l’aiuto del caso, proseguì col dolo, in cui la complicità di un uomo e di una donna, solo madre e figlio questa volta, raggirarono la buona fede di un padre cieco che impartì al subdolo la sua benedizione con il maggior lascito d’eredità.

A chi di profonda ignoranza o di vivo ingegno, lascio la lettura dei commentatori ecclesiastici a questo proposito, che ciascuno giudichi a suo senno, mi permetto però di rammentare alcune terzine dell’Inferno – XI, 52,55 –

…”La frode, ond’ogni coscienza è morsa

Può l’uomo usar in colui che si fida

E in quello che fidanza non imborsa.

Per l’altro modo quell’amor s’oblia

Che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,

Di che la fede spezial si cria:

Onde nel cerchio minore, ov’è il punto

Dell’universo in su che Dite siede,

Qualunque trade è in eterno consunto”….

Nei pochi versi sopra citati c’è di che a lungo ponderare, anche senza scomodare la teoria che vuole racchiusa, in ogni terzina dantesca, un triplice significato. Nella letteratura, d’ogni tempo e dove, sono numerosi gli esempi che illustrano i vincoli di sangue intesi come motivi di coesione familiare, di pace e di concordia, ma proprio il continuo richiamo a questi concetti mi fa pensare che tutto non va per il suo verso.

Sorvoliamo sul fatto che mancano le prove della “voce del sangue”, ed osserviamo che è la stessa letteratura che c’indica una miriade d’esempi di fratelli uniti solo fino alla spartizione dei beni, poi tra loro il diluvio.

Torniamo al nostro vocabolario e leggiamo com’è interpretata la parola fratellanza, impareremo che essa è una: “Relazione naturale e civile di fratelli e sorelle; consorzio pacifico di tutti gli uomini; società laica di mutuo soccorso; relazione di religiosi dello stesso ordine”.

Facile è perciò trascendere da questo termine a quello di “fratelli” che in biologia sono intesi come individui aventi i genitori in comune. Si distinguono in fratelli naturali quando i genitori sono sposati; “uterini” quando hanno in comune solo la madre; “consanguinei” quando sono figli dello stesso padre ma la madre è diversa. Gli ultimi due casi sono comunemente intesi come “fratellastri” e per solito il termine è usato in senso spregiativo (Re Lear).

Ma, anche trasponendo il discorso della fratellanza ai fratelli, subito notiamo che nulla di nuovo esiste solo il sole perché raramente questi restano uniti, infatti, naturalmente tendono alla diaspora. Questo comportamento è legato sia al desiderio di preminenza della propria personalità, che rimarrebbe altrimenti limitata nel suo sviluppo, dai legami familiari, sia al tabù dell’incesto (Freud – Totem e Tabù).

Esistono però rari casi in cui, in un certo gruppo familiare, non avviene la diaspora. Ma, anche in questa coincidenza il concetto di fratellanza è disatteso perché, per solito, si realizza un giogo di predominio da parte di un soggetto del gruppo che è investito di massima autorità. Chiari esempi di questo fenomeno sono gli antichi accorpamenti sociali a conduzione patriarcale. E’ rilevante, a questo proposito, lo scritto “I Malavoglia” del “verista” G. Verga sul ciclo dei vinti. Altrettanto rappresentativi sono i gruppi che si uniformano creando il matriarcato, “legge del maggiorasco”.[4][4]

Ma la vera realtà dell’economia della natura è insita nella “catena alimentare” che nel mondo degli animali diversi dall’uomo si mostra con tutta la sua forza e necessità di esistere. Anzi, tra questi non c’è alcun tentativo di distorcere la verità dei fatti come ci dimostrano la recente etologia di K. Lorenz ed anche la nostra ragion logica.

La lotta per la supremazia è la regola nel branco, fenomeno che si propone, nell’economia delle cose, come uno squisito meccanismo naturale di selezione della specie.

Natura docet, affermavano i nostri padri latini.

Il volere però esaminare questi avvenimenti, ci discosterebbe molto dal tema che trattiamo, lasciandoci, infine, con l’inevaso quesito di domandarci se è giusto accomunare le abitudini naturali di vita di tutti gli animali includendo l’uomo.

Il pensiero del raffronto, tra questi mondi apparentemente lontani, scaturisce dalla constatazione del fatto che nel gruppo umano la volontà di mascherare la realtà fa apparire come prevalente l’aspetto sociale e politico su quello biologico.

Anche in mondi culturalmente elevati esiste una gran propensione verso il sembrare più che l’essere. Personalmente ho assistito all’assenso, durante un seminario di medicina sociale, di medici che assecondavano l’etiologia del delitto basata su teorie sociali, proposte da un magistrato. Succedeva anche, nella stessa occasione, che tutti costoro si schierassero contro le tesi dei grandi biologi moderni che affermano e dimostrano la prevalenza, anche nel mondo degli umani, della bio sociologia.

Certo ci vuole molto coraggio per realizzare il gran salto di mentalità, ma esso avverrà in ogni caso, necessariamente, per la naturale evoluzione della specie.

Si notano, infatti, nella storia dell’umanità il formarsi di fratrie che, iniziandosi da un antico gruppo familiare, per esempio i clan scozzesi, conducono nel tempo al raggruppamento d’individui uniti da interessi ed ideali comuni o forse da angosce e fobie collettive, dominate dall’istinto di possesso e prevalenza.

Ad una più attenta lettura, la mitologia di Caino ed Abele ci suggerisce, adombrata, la lotta avvenuta tra popoli stanziali, gli agricoltori, difensori delle loro terre e dei raccolti, e le genti nomadi, i pastori, che nel loro girovagare con gli armenti, li invadevano distruggendo le coltivazioni.

Lo stesso “Esodo[5][5]” altro non è che il racconto, da tanti orpelli ormai ammantato, di ciò che avvenne nei vasti possedimenti del Faraone, quando il volere degli schiavi, peraltro di diverse razze, creò il “popolo eletto” che doveva unirsi in “Nazione” per difendersi dal predominio dei più forti.

Tutta la strategia fu sorretta dalla creazione, nel movimento profetico, di un dio senza volto, guerriero e vendicativo che, in un’arca, andava in battaglia con chi in lui si riconosceva.

Il credo religioso della fratellanza subiva già allora i primi duri colpi sino a quelli inferti dal moderno sacerdote che, convenientemente schierato, benediceva le truppe del “Ein Volk – Ein Reich – Ein Fuhrer” e dei “First to go – Last to know”[6][6], sempre in nome dello stesso dio.

Un ottimo saggio storico, “La paura in occidente – secoli XIV – XVIII” di J. Delumeau”, evidenzia, qualora ce ne sia bisogno, come l’angoscia collettiva è stata sempre brillantemente asservita agli Stati ed alla Chiesa per tenere unite e sottomesse le genti.

Lungo è l’elenco delle fratrie che nel tempo sono assurte a notorietà, ricordiamo i “Fratelli d’Amore, i Fratelli della costa, i Beati Paoli, la Mafia, i Templari, i Casini di conversazione, i Fratelli laici e quelli cristiani, il Rotary… ma tutte dimostrano che alla luce di quel generico “volemose bene” sono frammisti interessi politici, economici, snobismi, aneliti culturali e… meno leciti scopi.

Il raffronto tra fratrie e fratellanze, vuole perciò porre l’accento sulle loro differenze almeno linguistiche, infatti, questa ultima possiede come primo ed unico scopo quello di promuovere l’amore com’elevazione spirituale dell’uomo sopra le contingenze, per una comunione universale.

Ma come raggiungere il fine? L’insegnamento è, purtroppo, spesso arido di gratificazioni perché pochi uomini sono in grado di profittarne mentre molti di loro sanno fraintenderlo; inoltre, sembra che l’umana natura sia costruita in modo da richiedere particolari stimoli, lusinghe e forse anche paure.

Tra gli antichi popoli si celebravano riti magici e religiosi con l’intento di stringere legami di fratellanza tra i membri della comunità. Gli impegni reciproci assunti, vincoli cultuali spesso sacrificali, comprendevano diversi obblighi sociali e, la paura della divina punizione, discendente da immaterialità trascendenti o trascendentali, faceva sì che essi fossero rispettati.

Un’amara considerazione ci fa subito comprendere come la poco praticata “catena d’unione”, delle famiglie massoniche, sia in ogni caso un inadeguato unguento a lenirne i mali che le colpiscono.

Data l’ancora iniziale forma culturale in cui magismo e feticismo, demonologia e panteismo… erano alla base d’ogni rapporto sociale, è semplice oggi comprendere come i cerimoniali “della Primavera, dell’Acqua, del Fuoco…” sono alla base di riti riproposti in molte festività religiose.

La celebrazione di san Giovanni, per esempio, mostra precise derivazioni dalle antiche festività dedicate al latino dio “Giano”, mentre, al contrario, i ludi fescennini ed i riti carnascialeschi si riallacciano ad avvenimenti popolari con matrice liberatoria ed esorcistica.

Qualunque sia stata l’origine delle feste, il loro scopo è sempre stato quello di creare una sorta di parentela con le forze naturali e quindi di fratellanza tra coloro che in esse si raffigurano.

Su questi temi d’origine “pagana” s’incanalarono le Chiese in epoche più recenti, ciò per almeno due ordini di motivi. Il primo mostra una precisa relazione con l’ineluttabilità di non interrompere bruscamente le tradizioni ed i secolari condizionamenti popolari, fatto che sempre è pericoloso per l’ordine pubblico, il secondo colloca la sua necessità nell’avvalersi di ciò che già esiste per proporre il proprio messaggio.

I problemi non sono, in questo modo, risolti, perché così agendo, i messaggi del Budda e del Cristo sono travisati al punto da giungere ad assurdi quali quelli che oggi imperano: “Ama e rispetta il fratello tuo perché così n’otterrai giusta ricompensa, ma anche legittima dannazione eterna se non lo farai”.

Ciò è come voler sancire che l’Amore fraterno è un concorso a premi, o se preferite, una sorta di contabilità tra dare ed avere.

Certamente il legame di fratellanza come concetto spirituale è al di sopra d’ogni contingenza, esso è premio a se stesso, è base dell’essere, è il dovere per il dovere della morale di Kant, è anche il, certo troppo astratto, L...U...F... massonico.

Questo concetto di fratellanza già era espresso nelle dottrine buddiste del quarto secolo avanti Cristo e, secondo alcuni esegeti, era già presente anche nelle dottrine degli Arii.

Nei tempi, le grandi scuole iniziatiche filosofiche ed esoteriche, pontificando, se n’appropriarono più volte ma, probabilmente, la migliore espressione del concetto di fratellanza è contenuta nell’esposizione del Cristo.

Purtroppo, di volta in volta, i messaggi proposti per insegnamento e guida furono travalicati dal simbolismo ed a tal punto travisati che gli stessi ministri del culto non divennero che sterili adoratori di cariatidi, quando essi stessi non furono organizzatori d’orge e delitti…

Da tutti questi presupposti nasce l’esigenza di creare una fratellanza universale avulsa dal potere religioso e politico, dalle convenienze economiche e dall’ignoranza, dal servilismo e dalla paura d’essere puniti.

La fratellanza deve invece rendersi concreta nella coscienza del sé in un rapporto multi univoco con tutte le creature della propria specie e, nel limite della ragione, anche con tutte le altre creature.

Ma nonostante tutti gli insegnamenti della storia, oggi pullulano i farisei che del rito fanno commercio, spesso travisandone l’essenza che, probabilmente, essi stessi non conoscono.

Si è così purtroppo creato un mondo pieno di Gulliver e di Lilliput, in cui anche lo stesso combattimento non può esistere in gruppi diversi.

Termino, lasciandovi alle Vostre meditazioni, con un ultimo pensiero che traggo da una vecchia canzone di Francesco Guccini: “…Da te, dalle tue immagini, da ogni loro impostura, libera, libera, libera nos Domine”.

                                                                                                   kiriosomega


[1][1] Interessantissimi sono a questo proposito gli scritti del Professor Gino Raja, già docente di filosofia estetica. S’invita il lettore a leggere i volumi: “La fame” e “L’arte di uccidere”.

[2][2] Nino Martoglio, catanese, poeta e scrittore minore della letteratura italiana. Tra i suoi scritti salienti sono da ricordare il “San Giovanni decollato” portato sulle scene da Angelo Musco, e la “Centona” opera in versi.

[3][3] “Abele morì per mano di suo fratello; ma perché morì…? Morì perché era un vero… stupidotto. Se fossi stato io Abele, non appena Caino incominciò ad armeggiare sarei balzato su, come se mi fosse comparsa la prima idea pazzesca, gli avrei sparato un colpo di rivoltella e, immediatamente, avrei fatto di lui Abele”.

[4][4] Si legga su quest’argomento la bell’esposizione fatta da G. VENTURA nel suo testo “La terra delle quattro giustizie”, edizioni ATANOR.

[5][5] Si legga a questo proposito il bellissimo saggio di “Laffont” intitolato “E Mosé creò Dio”, purtroppo l’edizione italiana è scomparsa dalle librerie ormai da molti anni.

[6][6] Si tratta, nell’ordine, delle truppe della Wehrmacht e dei Marines americani

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