Sionismo – Palestina – Controllo della Terra e possesso delle Acque.


Introduzione

Ho seguito in questo scritto uno spirito moderato, cercando solo di descrivere avvenimenti senza lasciarmi coinvolgere politicamente ed emotivamente dagli avvenimenti.

Tutto l’intero lavoro già è stato oggetto di pubblicazione. Per utilizzare parti dello scritto si prega d’informare l’Autore e richiederne l’approvazione. Grazie.

Sul conflitto tra israeliani e palestinesi, sempre al centro dell’attenzione politica internazionale, si è scritto, visto e dibattuto molto, tuttavia, nonostante l’alto impatto mediatico sul tema, permane un diffuso ed imbarazzante velo di incomprensione derivante da un’informazione che su entrambi i fronti si sofferma più su preconcetti ed ideologie, piuttosto che su una ragionata e dettagliata analisi dei fatti.

Questa tesi si concentra sul conflitto tra lo stato d’Israele e la Palestina soffermandosi principalmente su questioni geopolitiche relative alle risorse “terra” ed “acqua”. Si vedrà come le astuzie diplomatiche ebraiche posero le basi per la nascita dell’attuale Stato d’Israele nel 1948; ci si soffermerà ampiamente sul concetto di sionismo ebraico e si approfondirà una delle questioni più spinose che alimenta il conflitto, cioè quella relativa all’attribuzione delle risorse idriche.

A questi e altri quesiti si cercherà di dare una risposta significativa attraverso il presente lavoro ripercorrendo quelle importanti fasi storiche che hanno caratterizzato, e caratterizzano a tutt’oggi, la difficile convivenza tra palestinesi ed ebrei.

Con questo lavoro anche si tenterà, attraverso l’utilizzo di fonti attendibili, di presentare l’attuale dramma mediorientale dando rilievo all’importante ruolo che hanno giocato gli avvenimenti storici e culturali tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX secolo.

Come vedremo gli avvenimenti storici di maggior rilievo, che con il loro verificarsi contribuirono alla formazione dello Stato israeliano, dipesero maggiormente dalla politica estera europea, della Francia e dell’Inghilterra, a cavallo fra la prima e la seconda decade del XX secolo; mentre l’aspetto culturale predominante nel favorire l’idea di una Terra per il popolo ebraico sarà quello del Sionismo. Ovviamente, questa tesi vorrebbe mettere in risalto anche l’efficacia che hanno avuto, con il loro susseguirsi, le ondate migratorie del popolo ebraico in Palestina a partire già dalla prima avvenuta nel 1882. Quelle ondate migratorie, in ebraico alyià, accrebbero sia la presenza ebraica in Palestina sia la consapevolezza di poter sperare nella creazione di un proprio Stato in quella Terra. Pertanto, la controparte palestinese iniziò già dal 1920 ad avvertire il pericolo di una possibile espropriazione territoriale tanto è vero che, in quell’anno, tenne a Damasco il Primo Congresso Generale per meglio definire quella strana situazione, e dall’analisi qui condotta emerge chiaramente che la presa di coscienza ‘nazionalista’ palestinese non scalfì minimamente il volere del popolo d’Israele. Questo, inoltre, poteva contare sul nettissimo aiuto diplomatico della Gran Bretagna che con le proprie politiche fece credere al mondo arabo, da secoli sotto il giogo dell’Impero ottomano, di collaborare in funzione anti turca (Primo Conflitto Mondiale) e, al contempo, di portare un’ondata di modernità nei distretti mediorientali. Come premesso, le alyià rafforzarono il sogno ebraico riguardo la possibilità di avere un proprio Stato poiché fecero lievitare il numero di ebrei presenti in Palestina. Quelle comunità ebraiche, man mano che crescevano demograficamente, si fecero sempre più forti e adottarono conseguentemente un atteggiamento ostile e di chiusura verso i contadini palestinesi che iniziarono a percepirsi come i veri ospiti in questo delicatissimo contesto. Vedremo come l’obiettivo di voler acquisire sempre più terre, da parte ebraica, si trasformerà in una sorta di tormento; quindi, un successivo aspetto qui analizzato riguarderà appunto la compravendita di terre fertili in Terra Promessa.

C’è chi da sempre sostiene, per difendere l’attuale punto di vista israeliano, che se ci sono stati degli acquirenti evidentemente ci sono stati individui disposti a vendere a mero scopo di lucro! Nulla di più logico, bisogna però pur dire che la Palestina del XIX secolo era ancora una sorta di feudo amministrata da ricche famiglie di proprietari terrieri alle quali importava più l’immediato compenso che l’eventuale perdita della terra; inoltre, la maggior parte di quelle famiglie abitava al di fuori della Palestina. E quelle vicende scardineranno non poco il regolare ritmo di vita della gente palestinese che dovrà affrontare il rischio di perdere la possibilità di poter continuare a lavorare le proprie terre. Quelle terre, una volta acquistate dagli ebrei, che diedero vita ai primi kibbutz, cioè case agricole a prevalente o nettissima manodopera ebraica. I kibbutz funsero perciò da richiamo verso tutti quegli ebrei che ancora vivevano nei ghetti dell’Europa dell’Est.

Per finire, si è analizzato il conflitto israelo-palestinese anche da un punto di vista d’importanza vitale, vale a dire l’attribuzione e l’utilizzo delle risorse idriche superficiali e sotterranee tra palestinesi ed ebrei, come queste sono controllate e gestite e reimpiegate dallo Stato ebraico e, quindi, su come un problema di natura territoriale e culturale abbia acquisito nel tempo i connotati di una guerra per l’acqua. A questo punto, sarà possibile notare come i fondamentali scontri bellici israelo-palestinesi (del 1948 e del 1967) possano essere facilmente interpretati in relazione al controllo e alla gestione del fiume Giordano, delle alture del Golan e della falda acquifera della Striscia di Gaza.

Trattare un così delicato argomento non è certamente stato semplice. È stato anzitutto necessario tenere a bada eventuali punti di vista propri, evitando di farsi sopraffare dalla sensibilità. È con quest’obiettivo che è stato concepito questo lavoro, che, ribadisco, non mira a condannare o a prendere le difese di una delle due parti in causa coinvolte, bensì a mostrare le principali ragioni che hanno condotto all’orrore attuale costellato di violente rappresaglie israeliane e spietati atti terroristici palestinesi, che, purtroppo, in entrambi i casi mietono vittime civili di ogni età, talvolta del tutto estranee a qualsiasi forma di violenza.

Fatte le dovute premesse è altrettanto importante sottolineare quanto “la questione territoriale”, in questa sede affrontata, abbia acquisito notorietà ed importanza nel panorama geopolitico attuale-

infatti non pochi sono i paesi che cercano oggi di contribuire alla soluzione del conflitto –

e quanto questa abbia coinvolto la Francia e l’Inghilterra ancora prima della stessa nascita dello Stato ebraico avvenuta nel 1948.

L’interesse per l’argomento è nato, oltre che da una personale inclinazione verso fatti e avvenimenti di natura geopolitica, anche dalla visione di video documentari, reports e films di sensibilizzazione al problema mediorientale e la partecipazione a seminari d’approfondimento, dove sono stati spesso presenti individui direttamente coinvolti, israeliani o palestinesi. Il criterio di ricerca adoperato per la stesura del presente lavoro è consistito nel reperimento di fonti bibliografiche, dossier e riviste di geopolitica specifiche sulle problematiche trattate.

La tesi è stata divisa in tre parti:

La prima, “Il Sionismo”, è concentrata sul movimento ideologico sorto verso la fine dell’Ottocento come motore propulsore del ritorno ebraico in “Terra Promessa”.

La seconda, “La Terra”, mette in luce gli aspetti legati all’acquisizione e successiva suddivisione territoriale tra i due popoli (Risoluzione 181).

La terza ed ultima parte, “L’Acqua”, propone una lettura alternativa del conflitto in funzione della scarsità delle risorse idriche presenti nel Paese.

Tale suddivisione risponde alla scelta di trattare lo stesso argomento dai diversi punti di vista sopra citati al fine di addentrarsi in maniera mirata nelle specifiche questioni che lo riguardano e che, insieme, ne formano un quadro più completo.

Capitolo I: Il sionismo e le sue forme

Questo capitolo si suddivide in tre parti:

  1. La prima introduce al concetto generale di sionismo e descrive qual è l’obiettivo che questo si prefigge di realizzare. Si porrà l’accento nel ribadire la laicità di questa dottrina in quanto essa non è un movimento religioso, ma al contempo si evidenzierà quanto questa abbia preso spunto dai Testi Sacri [ToraH e Mishnah].

  1. La seconda si concentra principalmente sull’ampio consenso che questa dottrina ottiene nei salotti intellettuali europei, poiché si considera sin da subito come l’unica alternativa valida al problema della ghettizzazione degli ebrei. Sempre all’interno della stessa sezione, sarà dedicato un po’ di spazio alle diverse sfaccettature ideologiche che il sionismo acquisisce nel tempo, trattando in modo più approfondito quella forma che l’ha reso un movimento rilevante e di spicco nel panorama europeo.

  1. L’ultima parte si concentrerà, infine, sugli accordi strategici che hanno favorito una più celere risoluzione dei propositi sionisti, i quali, andando di pari passo con le mire espansionistiche di diverse nazioni europee, trovarono più speditamente la strada per il raggiungimento dei propri fini.

1. 1. Ritorno alla terra promessa: sionismo tra mito e realtà

Sorto in Europa nella seconda metà del 1800 n.e. [nostra era – altri notificherebbero con d. C.] come un movimento laico d’autodeterminazione territoriale, il sionismo ambisce all’ottenimento di una patria in Palestina sulla base del diritto al ritorno degli ebrei. Nonostante il palesato aspetto laico, il sionismo tende spesso a motivare il proprio diritto al rimpatrio rifacendosi alle Sacre Scritture; infatti, secondo i Testi Sacri, il ritorno in Palestina doveva concretizzarsi a seguito della diaspora conosciuta anche come “Esodo” di cui fu vittima il popolo ebraico tra il 1250 e il 1200 a.n.e. Questo diritto al ritorno è però contrastante con le idee di molti ebrei ortodossi praticanti, dato che, secondo i loro dogmi, il regno di Israele avrebbe dovuto ricostituirsi alla venuta del vero figlio di Dio.

La Bibbia racconta che durante gli anni della “diaspora”, o “esodo”, tra il XV o XIII sec. a.n.e. gli ebrei vissero in Egitto in condizione di schiavitù, e che la grande impresa di liberarli dalla tirannia del faraone sia stata portata a termine da Mosè. A seguito di questa liberazione i figli d’Israele vagarono per quarant’anni nel deserto prima di stanziarsi sul monte Sinai ai confini con la loro Terra Promessa (Palestina), dove avrebbero fatto rientro in un secondo momento.

Tale Terra Promessa, definita Terra di C’nàan nelle cartine bibliche, era già conosciuta come Filastin per i filistei dai quali si pensa derivino gli arabo-palestinesi.

Leggendo il Pentateuco, cioè l’insieme dei primi cinque libri che formano l’Antico Testamento, si evince come il rimpatrio degli israeliti in Terra Promessa farebbe parte di un disegno divino.

Breve sintesi dei libri-

      1. La Genesi- In essa si narrano le origini dell’universo e dell’umanità, e la scelta,  da        parte di Dio, di un uomo al quale è promessa una discendenza (il futuro popolo di            Israele), destinata a ricevere una terra. Gli avvenimenti narrati si collocano in un          periodo che risalirebbe fino al 1800 a.n.e.

  1. L’Esodo prosegue narrando il periodo di schiavitù del popolo di Dio in Egitto, e il viaggio che questi compirà verso la terra che era stata promessa ai padri.
  2. Il Levitico racconta il soggiorno di un anno che il popolo giudeo fece presso il monte Sinai prima di rientrare in terra promessa.
  3. Numeri illustra i quarant’anni di pellegrinaggio del popolo nel deserto, e si conclude con la conquista della Trans Giordania, ai confini con Canaan, la Terra Promessa.
  4. Il Deuteronomio, infine, riporta le sue ultime istruzioni al popolo di Israele che si trovava, in quel momento, ai confini della Terra Promessa, nel periodo orientativamente compreso tra il 1400 e il 1250 a.n.e.

Questo disegno divino si sta compiendo oggi come si compì allora e, per questo, il sionismo, cioè il ritorno alla Terra di Sion (nome biblico di Eretz Israel), pur essendo una dottrina laica, è avvertito da parte della popolazione israeliana come la realizzazione di un volere divino desiderato da millenni. Dunque, secondo questo pensiero, gli ebrei hanno diritto alla Palestina perchè Dio, nella Bibbia, la promise ad Abramo ed ai suoi discendenti.

Dal Deuteronomio: “Quando il Signore, il tuo Dio, ti avrà fatto entrare nel paese che giurò ai tuoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe, di darti […] Farai ciò che è giusto e buono agli occhi del Signore, affinché venga a te del bene dopo che egli avrà scacciato tutti i tuoi nemici come ti ha promesso”.

Dunque, il dissidio sta nel fatto che nessun sistema di leggi abbia mai stabilito che un documento religioso, con la pretesa di contenere affermazioni fatte da Dio, possa costituire la base di dichiarazioni di proprietà legalmente accettabili. Immaginiamo cosa potrebbe accadere se i governi cominciassero ad avallare pretese sul possesso di una terra, un fiume, una montagna, sostenendone la promessa divina.

1.2. Varie forme di sionismo- Diverse visioni a confronto

Dalla seconda metà del 1800, i circoli intellettuali ebraici realizzarono che i tempi fossero ormai maturi per divulgare gli obiettivi del sionismo in Europa e, quindi, di mettere in moto l’atteso rientro in Palestina per fondare lo Stato d’Israele.

Gli ebrei, stanchi di subire periodici attacchi antigiudei nelle diverse nazioni europee dove soggiornarono, i cosiddetti pogrom, accettarono volentieri la proposta sionista in quanto la considerarono come l’unica soluzione al loro atavico problema di essere un popolo senza terra continuamente discriminato. Considereremo dunque il sionismo come la commistione di due elementi cruciali fideismo e nazionalismo.

A dispetto di quanto si è portati a pensare, il vero slancio sionista non è riconducibile ai tragici avvenimenti subiti dagli ebrei durante il Secondo Conflitto mondiale (1939-1945), esso è piuttosto il frutto di un desiderio ben più remoto che alberga già dalla seconda metà del XIX secolo nelle menti di molti influenti ebrei che potremmo definire proto-sionisti:

Yehuda Alkalai 1798-1878, Zvi Hirsch Kalisher 1795-1874, Moses Hess 1812-1875,

Leo Pinsker 1821-1891, Liliemblum Pincas 1843-1910.

Proprio per questo il sionismo è stato rielaborato nel tempo secondo diverse concezioni, e lo dimostra il fatto che ne sono esistiti diversi modelli (Marzano 2003).

  1. Il modello proto sionista, dei sopra citati Yehuda Alkalai, Zvi Hirsch Kalisher, Moses Hess, Leo Pinsker e Liliemblum Pincas, risalente già alla prima metà del XIX sec, che ambiva all’ottenimento della Palestina per la creazione di un “focolare ebraico”, ma aveva difficoltà pratiche nella realizzazione di quanto proponeva perché privo di una vera e propria strategia politica e perché basato piuttosto su una visione religiosa e messianica.

  1. Il modello che potremmo definire pratico guidato dal medico russo Leo Pinsker che propose una soluzione di tipo territoriale al problema ebraico, da attuare in un posto qualsiasi. Contemporaneamente alla diffusione del pensiero di Pinsker in ambienti ebraici, un gruppo di studenti universitari russi predicavano l’amore per Sion e l’immigrazione immediata in Palestina inaugurando un movimento che passò alla storia come la prima aliyà, termine che traduce il concetto di “ascensione-salita” in quanto l’immigrazione in Palestina fu considerata una forma d’esistenza più elevata di circa 20.000 ebrei che fondarono una serie di colonie agricole, alcune delle quali evoluirono in vere e proprie città per un ventennio interamente sovvenzionate  dal ricco banchiere Edmund Rothschild.

  1. Il modello politico adottato da Theodor Herzl (1860-1904), così chiamato perché mirava a sfruttare l’appoggio politico di uno Stato forte, fosse questo la Germania, l’Inghilterra se non lo stesso Impero Ottomano. Il sionismo politico di Herzl fu quello che riscosse maggiore accoglimento intellettuale nell’Europa e negli Stati Uniti d’America, per questa ragione sarà trattato in maniera più approfondita in seguito.

  1. Il modello sintetico guidato da Chaim Weizmann (1874-1952) che si risolveva nella sintesi di due piani del sionismo, quello pratico e quello politico. Per i pratici era essenziale realizzare l’immigrazione in Palestina col fine di creare aziende agricole ebraiche che contribuissero a cambiare il volto del paese, a prescindere da un intervento politico favorevole esterno (Marzano 2003). Il piano politico ribadiva quanto sostenuto da Herzl e cioè che si sarebbe dovuto attendere l’appoggio di una grande potenza prima di procedere con l’immigrazione, così da essere garantiti sul piano diplomatico. Per Weizmann i due aspetti dovevano dunque procedere di pari passo, in un certo senso mescolarsi .

  1. Il modello socialista i cui maggiori esponenti furono Borochov (1881-1917) e Gorgon (1856-1922) si sviluppò successivamente al sionismo sintetico e vedeva nell’esistenza di un diffuso proletariato ebraico in Palestina la strategia per conquistarne la terra; infatti, i due concetti cardine furono: “kibush ha-avodah” (conquista del lavoro) e “kibush haadamah (conquista della terra). Così facendo, si mirava ad incentivare nuovi flussi migratori che precedentemente abbiamo definito aliyà, infatti, i nuovi arrivati erano consapevoli di poter ottenere facilmente terra e lavoro nelle case agricole comunitarie ebraiche, tanto è vero che tra il 1904 e il 1914 circa 40.000 ebrei migrarono in Palestina con l’obiettivo di fondare colonie agricole, i cosiddetti kibbutz, in fin dei conti una nuova società di contadini e operai. Questo disegno negò ai fellah, i contadini arabo-palestinesi, la possibilità di continuare a lavorare le terre delle quali erano fittavoli, perché ora acquistate dagli ebrei, costringendoli a cercare altrove qualche occupazione.

  1. Il modello religioso nacque dalla volontà di fondare centri spirituali che, ignorando la contrarietà dell’ortodossia ebraica, traguardavano il sionismo come un’accelerazione dei progetti divini, o addirittura come una forma di sostituzione di Dio (Marzano 2003) perché contribuivano al progetto sionista di costruzione di Eretz Israel. Esponente di primo piano fu il Rabbino lettone Avraham Kook (1865-1935).

  1. Il modello revisionista si fondò sulla filosofia politica di Vladimir Jabotinsky che avvalorava la superiorità della patria rispetto ad ogni altro valore, e l’importantissimo ruolo che deve svolgere un leader carismatico attraverso la subordinazione del conflitto di classe rispetto ad obiettivi nazionali. Questa visione permise a Jabotinsky di teorizzare la colonizzazione di massa dei territori su entrambe le sponde del Giordano col fine ultimo di creare un grande Stato ebraico dotato di un proprio corpo armato. Tale visione fu definita revisionista in quanto si fondava sull’idea che la politica sionista dovesse ambire alla creazione di uno Stato ebraico di dimensioni decisamente più grandi.

1.3. Il sionismo politico di Herzl

Oggigiorno però, a prescindere dalle diverse correnti che sono state analizzate in questa sede, è comune associare il nome di Theodor Herzl alla dottrina sionista. Uno dei motivi potrebbe riguardare il fatto che fu lui ad istituire il Primo Congresso Sionista a Basilea nel 1897, e quindi presentare a una grande platea europea il desiderio ebraico di creare un proprio Stato in Palestina.

Queste le sue parole: “Dovessi riassumere il congresso di Basilea in una frase, che mi guardo bene dal pronunciare in pubblico, sarebbe questa, a Basilea ho fondato lo stato ebraico (1897). Se lo dicessi ad alta voce, provocherei una risata generale. Forse tra cinque anni e certamente tra cinquanta, tutti lo ricorderanno” (Goldberg, D. 2000, Citato in Marzano 2003 p. 21).

Herzl, nacque a Budapest, e dopo una non brillante carriera come commediografo e giornalista decise intorno ai trent’anni di mettersi alla guida del movimento nazionale ebraico il cui scopo principale fu appunto il rientro in Palestina. Si narra che Herzl dedicò parte della propria vita alla causa sionista perché indignato dall’ennesimo atto discriminatorio antigiudeo compiuto ai danni dell’ufficiale francese d’origini ebraiche Dreyfus.

Alfred Dreyfus fu accusato nel 1894 di tradimento sulla base di affermazioni prive di fondamento che trovarono giustificazione nell’antigiudaismo.

L’affaire, come fu definito ai tempi dalla stampa francese, condusse Herzl alla convinzione che il popolo ebraico doveva necessariamente abbandonare l’Europa per porre fine a quelle discriminazioni ed iniziare una nuova vita in Sion. Fu così che Herzl informò del suo progetto l’élite ebraica occidentale che inizialmente non mostrò forte entusiasmo in quanto l’agiata condizione socio-economica le fece intuire che non conveniva recarsi in una nuova Terra e ricominciare tutto; differente fu però la reazione da parte degli ebrei che abitavano l’Europa orientale, infatti, le non facoltose condizioni economiche giocarono un ruolo opposto rispetto a quelle dell’area centrale. Quegli ebrei, residenti in Polonia, Russia e Romania, versavano in misere condizioni e pertanto accolsero Herzl e la sua proposta sionista come sinonimo di vera salvezza.

Fu così che a soli tre anni dall’Affaire Dreyfus (1894), Herzl riuscì a:

  1. Forgiare un consistente movimento politico;

  2. Ottenere finanziamenti per il proprio movimento e per le prime forme di migrazione in Palestina dal barone Lord Rothschild;

  3. Organizzare il Primo Congresso Sionista a Basilea (1897).

Di seguito il programma sionista proposto a Basilea: “Il sionismo intende stabilire un focolare per il popolo ebraico in Palestina garantito dalla legge internazionale”

“Il congresso prevede i seguenti strumenti per ottenere quest’obiettivo” (Della Pergola 2007).

  1. “La promozione di mezzi adeguati per l’insediamento in Palestina di agricoltori, artigiani e industriali ebrei”.

  2. “L’organizzazione e l’unione di tutto il popolo ebraico attraverso apposite organizzazioni locali ed internazionali, nel rispetto delle leggi di ciascun paese”.

  3. “Il rafforzamento e la promozione dell’identità e della consapevolezza nazionale ebraica”.

  4. “L’attuazione di passi preparatori tesi ad ottenere il consenso dei governi, laddove necessario, per raggiungere gli obiettivi del sionismo”.

Stupisce che nella mente di Herzl e dei suoi seguaci, non fu minimamente preso in considerazione che la Palestina fosse abitata da circa 650.000 persone (Said 2003), anzi la reazione fu di questo tipo: dal diario di Herzl (Barnard 2006).

Tenteremo di sospingere la popolazione in miseria oltre le frontiere procurandogli impieghi nelle nazioni di transito, mentre le negheremo qualsiasi lavoro sulla nostra terra… Sia il processo d’espropriazione che quello d’allontanamento dei poveri devono essere effettuati con discrezione e cautela, incoraggiando questa misera popolazione ad andarsene oltre confine procurando loro un lavoro nei paesi di destinazione e negandoglielo nel nostro”.

A questo punto è necessario considerare che ciò che nel sionismo era necessario per il raggiungimento dei fini della tradizione ebraica (salvarli dall’antigiudaismo, da una condizione di senza patria, ridare a loro un posto tra le nazioni) si fuse in pratica con quegli aspetti etnocentrici della cultura occidentale che rendevano normale per gli europei considerare inferiori, marginali o irrilevanti tutti gli uomini nati al di fuori del vecchio continente (americani esclusi); questo mise in moto una cultura discriminatoria nei confronti degli arabi. Il sionismo non solo accettò i concetti generalmente razzisti della cultura europea, ma fece leva sul fatto che la Palestina fosse popolata da gente incapace e poco progredita. Tutto ciò al fine di poter sostenere che fosse dovere degli ebrei assumere un ruolo predominante portando un’ondata di modernità.

I sionisti progettarono delle linee generali per la creazione di una rete di nuove realtà in Terra Promessa. Essi ambivano ad un’unica lingua parlata, l’ebraico, ad un insieme di colonie, scuole e organizzazioni fondate tutte col fine di trasformare la Palestina dalla propria condizione arretrata in uno Stato moderno.

Questa rete non avrebbe dovuto rettificare le realtà esistenti ma fingere di non vedere, svilupparsi parallelamente a queste per poi cancellarle.

Pertanto la colonizzazione ebraica in Palestina procedette sempre come se si trattasse della ripetizione di un qualcosa già avvenuto. Gli ebrei non stavano soppiantando e smantellando la società locale, bensì la società arabo-palestinese era da loro considerata un’anomalia che aveva rotto la tradizione di una sovranità ebraica sulla Palestina durata sessant’anni e scomparsa da due millenni, millenni durante i quali quella terra era rimasta nel cuore degli ebrei. Realtà, queste, piuttosto difficili da comprendere per i nativi palestinesi (Said 2003).

1.4. Sionismo, diplomazia segreta e colonialismo europeo

Herzl, che fu l’ideatore di quella forma di sionismo in precedenza definito “politico”, si convinse sempre più che il progetto della fondazione di uno Stato ebraico in Palestina aveva bisogno dell’appoggio di una potenza occidentale. Possiamo constatare che aveva ragione e che seppe ben scegliere l’alleato adatto, una scelta logica dato l’allora recente interesse della Gran Bretagna per il Medio Oriente.

I frutti degli sforzi fatti da Herzl si concretizzarono attraverso due eventi accaduti durante il Primo Conflitto Mondiale.

Il primo coinvolse Francia e Inghilterra, entrambe implicate nel conflitto. Queste, stipularono un accordo segreto di fondamentale importanza nel 1916: l’Accordo Sykes-Picot. In conformità a questo, Sir Mark Sykes (del Foreign Office Britannico) e Georges Picot, suo collega del ministero degli esteri francesi, si spartirono il Medio Oriente arabo in due sfere d’influenza: alla Francia sarebbe toccata la zona settentrionale del territorio compreso tra il golfo Persico e la Turchia acclusi Siria e Libano, e alla Gran Bretagna la zona meridionale e orientale inclusiva della Palestina con le due sponde del Giordano e dell’Iraq (Della Pergola 2007).

Il secondo evento riguardò la famosa “Dichiarazione Balfour”, del ministro degli esteri Britannico, avvenuta nel 1917.

Queste le sue parole:“Caro Lord Rothschild, ho il grande piacere di trasmetterle, da parte del Governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia verso le aspirazioni sioniste che è stata sottoposta e approvata dal Gabinetto. Il Governo di Sua Maestà, vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico e metterà in atto i suoi migliori sforzi per facilitare il conseguimento di quest’obiettivo, essendo chiaramente inteso che nulla sarà fatto che possa recare pregiudizio ai diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina, o ai diritti e allo statuto politico goduti dagli ebrei in qualsiasi altro paese. Le sarò grato se vorrà portare questa dichiarazione a conoscenza della federazione sionistica”.

Secondo lo storico Hadawi Sami, nel suo saggio Raccolto amaro del 1969, il testo della Dichiarazione Balfour, tende a distorcere la realtà quando dichiara che: “nulla sarà fatto che possa recare pregiudizio ai diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina”.

Dunque, continua commentando che gli abitanti cristiani e musulmani sono menzionati in modo tale da conferire loro una posizione falsa nei confronti del paese; infatti, “queste comunità non ebraiche” rappresentavano il 92% della popolazione totale.

Certamente, anche ciò contribuì a diffondere l’idea che gli arabi fossero una minoranza insignificante in posizione subordinata agli ebrei e che inoltre non vennero subito a conoscenza di questa Dichiarazione e di questi Accordi; infatti, il governo inglese stava ancora ufficialmente combattendo a loro fianco in funzione anti ottomana ed in qualità di alleato. Quindi, un vero e proprio doppio gioco studiato e preparato a dovere.

A seguito di tale dichiarazione e sul finire del Primo Conflitto mondiale, le principali potenze alleate si dichiararono favorevoli alla creazione di un focolare nazionale per il popolo ebraico e l’Inghilterra iniziò ad esercitare la propria influenza in Palestina dando vita a quelli che sono ricordati come gli anni del mandato britannico.

La dichiarazione Balfour entrò, dunque, a far parte del preambolo e del testo costitutivo del Mandato britannico sulla Palestina stipulato il 24 Luglio 1922:

Preambolo. “Le principali potenze alleate hanno accettato che il Mandato sia responsabile della messa in atto della Dichiarazione fatta originariamente il 2 Novembre 1917 dal Governo di Sua maestà britannica e adottato dalle dette Potenze in favore della creazione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”.

art. 2. “Il mandato avrà la responsabilità di porre il paese in condizioni politiche, amministrative ed economiche tali da assicurare la creazione del focolare nazionale ebraico, come stabilito nel preambolo, e lo sviluppo di istituzioni di autogoverno, oltre che la salvaguardia dei diritti civili e religiosi di tutti gli abitanti della Palestina senza distinzione di razza e religione”.

Secondo lo storico israeliano Pappe, la Dichiarazione Balfour (successiva agli accordi Sikes-Picot), rientrò nel tentativo britannico di ridimensionare la precedente proposta di sovranità franco-britannica sulla Palestina.

Nel Novembre del 1917, infatti, le truppe inglesi stavano già occupando la Palestina e non un solo soldato francese era presente nella regione. Gli inglesi così diventarono de facto i sovrani della Palestina senza la minima volontà di condividere con qualcuno tale sovranità, francesi inclusi. L’accordo Sikes-Picot non fu dunque applicato alla Palestina dove gli inglesi rimarranno dal 1917 al 1947.

Un filone di studi sostiene che le colonie in Medio Oriente ed in Africa servivano ad incrementare il prestigio degli Stati europei. Questa forma di imperialismo si basava esclusivamente sul segreto di Stato; infatti, il contenuto degli accordi non era generalmente noto ai contemporanei, tanto è vero che la diplomazia segreta tutelava in questo modo le proprie scelte sia dalle altre potenze sia da quella parte dell’opinione pubblica poco favorevole alle campagne coloniali. Queste decisioni erano dunque prese sempre all’interno di circuiti circoscritti, e solitamente da:

Sovrani, capi di Governo, ministri degli Esteri, ambasciatori ed alti funzionari permanenti dei ministeri degli Esteri. Ciò valse sia per gli stati autocratici come Germania e Russia, sia per quelli liberali come appunto Francia ed Inghilterra.

La politica estera agli inizi del Novecento fu pertanto materia di pubblico dibattito che coinvolse partiti, gruppi di interesse e correnti d’opinione. Le alternative sulle quali si disuniva l’opinione pubblica erano due: spese sociali o spese per gli armamenti? Quindi da queste due possibilità si sviluppavano due movimenti:

Quelli favorevoli alla corsa agli armamenti e quelli favorevoli alla pace e alle riforme sociali. Un mix tra colonialismo e nazionalismo furono quindi gli ingredienti necessari adoperati dai governi col fine di distrarre le classi lavoratrici dai problemi interni, sia politici sia sociali.

Lo stesso Hobsbawm ha definito questo fenomeno come “imperialismodelle masse” in quanto gli elettori erano attratti più dalla gloria e dall’idea di appartenere ad una Nazione potente, dominante e colonizzatrice che non dall’appartenere ad una Nazione mite ma che garantisse loro un livello di vita più che dignitoso e da un diffuso grado di welfare.

E cosa c’era di più glorioso della conquista di territori esotici e di gente con carnagione scura?

Cap II: La terra

Questo secondo capitolo si sofferma sull’importante ruolo che gioca la ‘terra’, risorsa preziosa, all’interno del conflitto arabo-israeliano.

Già dalla prima ondata migratoria ebraica in Palestina, che seguendo l’ottica del progetto sionista cominciò nel 1882 e proseguì fino al 1903, si riscontrarono palesi dissidi tra la popolazione locale palestinese contro quella giudaica in quanto mancavano dei veri presupposti di collaborazione e d’integrazione culturale per poter risiedere pacificamente sulla stessa terra. Se gli ebrei si percepivano come coloro che ritornano alla Terra dei Padri, e questo ‘ritorno’ era da loro interpretato come qualcosa di divino e legittimo; gli arabo-palestinesi, lì residenti da 2.300 anni, non erano in grado di assecondare l’alone di candore di questo ‘ritorno’, che restava e resterà ai loro occhi un’azione di espropriazione territoriale iniqua.

Analizzando più dettagliatamente le fasi del processo di rientro ebraico in Terra Santa, ci si può rendere tuttavia conto che questo si realizza attraverso diversi momenti.

Vi è un più mite periodo iniziale coincidente con la prima ondata migratoria, o prima aliyà, durante il quale ebrei ed arabi cercano di convivere tranquillamente dando vita a forme di reciproca conoscenza culturale al fine di poter meglio coabitare nel tempo a venire.

In tale fase gli ebrei si comportano a tutti gli effetti come dei nuovi arrivati che cercano di assimilare cultura e lingua araba, concedendosi ad un processo d’integrazione che possa dar vita a lievi forme di collaborazione lavorativa nelle case agricole da loro costruite.

I primi ebrei non sono ancora israeliani; emigrati dall’Europa più per necessità che per convinzione, sono consapevoli del fatto che non esista ancora un loro Stato, dunque, raggiungono una terra che sentono come propria in modesta misura solo perché così annunciato dai Testi Sacri, ma dove allo stesso tempo è molto forte la presenza dei palestinesi, sia dal punto di vista culturale, sia dal punto di vista demografico.

Le successive ondate migratorie, grazie alle quali aumenta il numero e l’entusiasmo degli ebrei, permettono ai nuovi arrivati di non vedersi più come dei semplici ospiti ma come coloro che credono e che portano avanti un progetto d’acquisizione territoriale e conseguente creazione di un’entità statale. Questo nuovo modo di percepirsi modifica in peggio l’atteggiamento verso gli arabi che cominciano ad essere esclusi dalle comunità ebraiche pur essendo ancora in una terra del tutto propria; l’esclusione si attuava negando loro lavoro nelle aziende agricole ebraiche costruite con i finanziamenti di Lord Rothschild (nota n°5 cap. prec.) provenienti dall’Europa. Queste case agricole, i kibbutz, avevano funzioni manifeste che ambivano non solo ad incoraggiare la migrazione ebraica in Terra Santa, di tutti quegli ebrei ghettizzati e poveri che abitavano principalmente nell’Europa dell’Est, ma anche alla crescita economica degli ebrei in Palestina e ovviamente al consolidamento della loro nuova realtà; di contro, il kibbutz aveva la funzione latente di creare delle vere e proprie enclaves sioniste che avrebbero nel tempo esasperato il rapporto con gli arabi i quali cominciavano già a identificarsi come poco meno che ‘ospiti’.

È rilevante sottolineare, per comprendere come gli ebrei abbiano potuto sin da subito acquistare così tante terre in Palestina, che questa era gestita come una sorta di sistema feudale poiché i contadini palestinesi non erano direttamente proprietari delle terre che coltivavano, bensì, semplice manodopera che affittava zone fertili da ricchi proprietari.

Queste ricche famiglie arabo-palestinesi, alla luce delle ondate migratorie e della disponibilità economica dei banchieri ebraici europei, non ebbero scrupoli nel vendere appezzamenti di terreni fertili agli ebrei; i quali, a loro volta, diventati i nuovi proprietari, davano vita a nuove case agricole dove s’impiegava massimamente manodopera ebraica. Alla luce di ciò possiamo intuire come questa prima fase del processo d’espropriazione territoriale, avvenuta in un modo che potremmo definire ‘soft’, sia ancora lontana dallo scatenare guerre e forme di violenza in quanto provoca solo frustrazione e rabbia per coloro i quali perdono il lavoro ma non lascia presagire quale sarà il successivo scenario della Palestina diplomaticamente divisa tra due popoli da una Risoluzione dell’O.N.U.

Come premesso all’inizio del paragrafo, le cinque ondate migratorie ebraiche che si susseguirono secondo questi range cronologici, 1882-1903;1904-1914;1919-1923;1924-1929;1930-1939, le ‘aliyà’, e che fecero accrescere il numero degli ebrei in Palestina da 20.000 unità nel 1880 a 460.000 unità nel 1939 (Marzano 2003), man mano che si realizzarono, contribuirono molto ad aumentare la determinazione del popolo ebraico a tornare alla ‘Terra dei Padri’ e, soprattutto, di fondare uno Stato ebraico in Palestina.

L’obiettivo dei paragrafi seguenti sarà, dunque, quello di evidenziare come quest’accresciuta consapevolezza ebraica produrrà importanti effetti, nello specifico:

  1. Il peggioramento delle relazioni tra ebrei e palestinesi, a seguito di un forte atteggiamento di chiusura giudaico verso la gente del luogo.

  2. Il consistente aumento della presenza ebraica in Palestina e la conseguente rinuncia britannica di continuare il Mandato (nota n°9 cap. prec.) che accelerarono i tempi per poter affidare all’O.N.U. la difficile decisione di realizzare uno Stato ebraico in Terra Santa, decisione che sarà sancita dalla Risoluzione n°181 il 27 Novembre del 1947.

  3. L’ambito riconoscimento da parte dell’O.N.U. favorevole alla nascita di uno Stato ebraico in Palestina, e il previsto rifiuto arabo della divisione della terra che favorì, come vedremo, il progetto sionista di sferrare un violento attacco con le proprie milizie, non ancora esercito regolare, sulle principali città e villaggi, col fine ultimo di ‘dearabizzare’, quindi ‘ebraicizzare’, quanto più territorio possibile.

  4. L’insorgere nella popolazione araba di un orrore tale che questa (circa 800.000 profughi) preferirà evacuare le terre piuttosto che rimanere possibile vittima di questo violento ed impari conflitto.

  5. L’ottenimento dei principali scopi del sionismo che andavano compiendosi in quanto la maggior parte delle Nazioni del mondo si erano dimostrate favorevoli alla creazione di uno Stato ebraico (nota n°14) in Palestina e, contemporaneamente, la fuga dei palestinesi permise di assicurarsi quanta più terra possibile secondo la “Legge sulla proprietà degli Assenti” (paragrafo 2.3.3).

2.1. Sionismo, terra e prime ondate migratorie

Fino all’occupazione della Palestina da parte della Gran Bretagna, nel 1918, il sionismo fu valutato dagli arabi poco influente. Gli ebrei in Palestina costituivano solo il cinque per cento della popolazione complessiva del paese e vivevano quietamente in comunità senza influire sulla gente locale, tanto è vero che destinarono la maggior parte delle proprie energie e risorse all’acquisto in blocco di appezzamenti di terra nel tentativo di entrare nel mercato del lavoro locale e creare reti sociali-comunitarie che potessero sostenere quel gruppo ancora ristretto ed economicamente vulnerabile di nuovi arrivati (Pappe 2003). Queste ondate migratorie cambiarono nel tempo, man mano che il movimento sionista acquisì maggiore consapevolezza riguardo alla propria capacità di poter realizzare un proprio ‘focolare’ ebraico in Palestina. Infatti gli ebrei di prima aliyà furono disposti ad imparare l’arabo, sia per poter comunicare con la popolazione locale sia per non interrompere i rapporti di lavoro con gli agricoltori palestinesi; ma con le successive aliyà, gli ebrei, forti della loro presenza sempre più massiccia e consapevoli delle proprie risorse economiche, cominciarono ad allontanare gli arabi negando loro la possibilità di collaborare per eventuali lavori.

Durante i ventisei anni del Mandato britannico la politica sionista, garantita e appoggiata dall’Inghilterra, fu in grado d’acquistare parecchie terre coltivabili ancor prima di arrivare all’ufficializzazione dello Stato ebraico.

Gran parte del successo sionista, d’acquisto e conseguente espropriazione di terre coltivabili, dipende dall’essere stato “una politica attenta ai dettagli” (Pappe 2007). La Palestina, infatti, non era solo la Terra Promessa, concetto sfuggente e vago, piuttosto un territorio specifico con determinate caratteristiche fisico-geografiche che fu studiato e pianificato fino all’ultimo millimetro. Fu infatti adottata la pratica della schedatura dei villaggi arabi attraverso registrazione topografica (Pappe 2007). Il risultato finale permise ai sionisti di costruire un archivio molto dettagliato inerente alla collocazione di ogni villaggio: le vie d’accesso, la qualità della terra, le sorgenti d’acqua dolce, le principali fonti di reddito, la composizione sociale, le affiliazioni religiose, il rapporto con gli altri villaggi e l’età degli uomini. Fu addirittura definito un indicatore di ‘ostilità’ verso il progetto sionista, misurato attraverso il livello di partecipazione alle rivolte anti sioniste che videro impegnati gli arabo-palestinesi. Esisteva quindi un elenco di nomi di chiunque avesse partecipato alle sommosse. La schedatura acquisì nel tempo informazioni sempre più accurate riguardo l’agricoltura e la fertilità della terra. Furono dunque numericamente schedati gli alberi da frutto presenti nelle piantagioni, la qualità di ogni frutteto e addirittura la qualità di ogni singolo albero già schedato.

A ridosso degli anni ’30, la costante preoccupazione di avere abbastanza terra era diventata una specie d’isteria nazionale (Pappe 2007). Per David Ben Gurion (1886-1973) la terra era tutto, risorsa grazie alla quale i giovani ebrei avrebbero potuto insediarsi e formarsi come soldati, lavoratori ed agricoltori. Nel 1929, Ben Gurion giunse alla decisione che la terra doveva avere la priorità nei finanziamenti, pertanto il 40% della spesa dell’Agenzia Ebraica si fondò nell’acquisto di terre e nella colonizzazione agricola, e circa il 75% degli investimenti fu finalizzato a tale scopo. La consapevolezza del legame tra ricchezza e terre consolidò il sogno sionista di dedicarsi alla costruzione delle fondamenta del futuro Stato (Pappe 2003).

Capacità manageriali del genere erano del tutto assenti sul versante palestinese, da un lato perché la maggior parte dei palestinesi si era sempre dedicata alle terre di ricchi proprietari terrieri da semplice fittavola, dall’altro perché con l’arrivo degli ebrei era meno competitiva all’interno del circuito economico riguardo l’acquisto di eventuali terre. La parte rurale della Palestina fu dunque devastata da queste politiche coloniali, un misto di fattori negativi fecero precipitare la situazione per la gente del luogo: una disastrosa ed impari competizione economica nell’agricoltura; la corsa all’acquisto di terre coltivabili dai grandi proprietari terrieri; il conseguente sfratto dei fittavoli arabo-palestinesi che le lavoravano. La compravendita di terre fertili fu possibile in quanto i sionisti le acquistarono anche presso quei facoltosi proprietari terrieri palestinesi che non abitavano in Palestina ma che lì possedevano diverse terre coltivabili ed edificabili. Questi latifondisti, a loro volta, vendevano ai migliori offerenti in base a ovvie logiche di mercato.

Tale fenomeno incrementò il tasso di disoccupazione tra i contadini palestinesi in quanto i sionisti, una volta divenuti proprietari delle terre, preferirono farvi lavorare la loro gente, col fine ultimo di sollecitare e motivare il processo di rientro in Terra Santa. Queste cinque aliyà porteranno importanti trasformazioni nel tessuto sociale, politico ed amministrativo in Palestina. Da un lato, l’immigrazione di oltre 380 mila ebrei (Della Pergola 2007), fra il 1918 e il 1948, determinava un eccezionale salto di qualità nelle risorse umane della regione e stimolava la crescita economica; dall’altro lato però, gli arabi non ottennero nulla da quest’ondata di ‘modernità’ e non ebbero mai possibilità d’integrazione e cooperazione con i coloni (Marzano 2003). Fu così che gli agricoltori palestinesi, non più affittuari, si trasformarono in proletariato e offrirono le proprie prestazioni di lavoro, non necessariamente agricolo, al miglior offerente. Chiamati harat, il loro numero crebbe rapidamente e la crescente mancanza di lavoro ne determinò pure il comportamento politico: volubile e influenzabile da chiunque prospettasse loro soluzioni radicali (Said 2003). L’insieme di questi fattori rappresenteranno un’ulteriore spiegazione del successo ebraico, nello scontro decisivo israelo-palestinese, che avrà inizio nel Maggio del 1948.

2.2. La reazione palestinese alle logiche dell’appropriazione territoriale sionista

L’opinione pubblica, anche attraverso la famosa massima ebraica “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, è stata indotta a credere che la Palestina fosse una zona desolata, dimenticata e spopolata e che lo sviluppo ed il progresso fossero il frutto di attività prettamente ebraiche. Alla fine della prima guerra mondiale (1918), la Palestina era invece una terra araba come qualsiasi altra parte del Medio Oriente e aveva una popolazione religiosamente eterogenea di 700.000 persone, nell’ordine: 574.000 musulmani, 70.000 cristiani e 56.000 ebrei più che altro arabi di fede ebraica (Sami 1969). Da parte araba germogliava, nella Palestina appena descritta, la rivendicazione all’omogeneità nazionale e culturale che, si poneva in contrasto con la crescente presenza ebraica che iniziava ad essere percepita come un’indebita invasione straniera.

Giocarono un ruolo fondamentale le rispettive identità comunitarie: quell’ebraica focalizzata sui tormenti che hanno caratterizzato la storia di questo popolo che finalmente ritrovava armonia e nuovi stimoli tornando alla Terra dei Padri, e l’identità palestinese ancora incerta tra il far parte di una grande Siria, Stato che si trova a Nord degli immediati confini palestinesi e che ambiva ad una serena annessione di quest’ultima; o l’emanciparsi dalle velleità siriane e diventare una nazione autonoma a tutti gli effetti (Sami 1969); inoltre, un aspetto da non trascurare riguardava che, la presa di coscienza dei palestinesi si concretizzava su un territorio già da questi abitato; viceversa, il movimento nazionalista ebraico idealizzava un ritorno alla propria patria storica su un territorio dal quale gli ebrei erano assenti da duemila anni (Della Pergola 2007). Una crescente identità palestinese spinse dunque verso l’opposizione politica contro una presenza ebraica che si faceva sempre più massiccia, e che iniziava ad essere percepita ostile riguardo ad un eventuale processo d’autonomia e gestione territoriale; tanto è vero che, fu organizzato nel 1920 a Damasco il Primo Congresso Generale palestinese che deliberava il seguente programma: “La Palestina è la nostra terra![…] Confermiamo quanto diciamo da sempre, ossia che la Palestina fa parte integrante della Siria. Richiediamo che resti tale e faremo di tutto, fino all’ultima goccia del nostro sangue e all’ultimo respiro dei nostri figli, per raggiungere questo scopo.

Provenendo da tutte le parti della Siria riteniamo il pericolo sionista diretto contro di noi e contro la nostra futura esistenza politica ed economica. Respingeremo, pertanto, i sionisti con tutte le nostre forze.

Se gli alleati (inglesi) continueranno a consentire che proseguano nella loro attività, li contrasteremo con tutti i mezzi possibili. […]

Come possiamo accettare di vivere da schiavi degli ebrei e degli stranieri senza difendere i nostri diritto politici e naturali? […] Se in mezzo a voi, esiste qualcuno che, corrotto dall’oro o dagli onori, si allea con il governo d’occupazione, state lontani da lui, boicottatelo, mostrategli il vostro disprezzo, perché è un traditore della sua terra e nazione. Allo stesso modo boicottate gli ebrei. […]Forza, forza, oh fratelli!”

Secondo lo storico Sami Hadawi, l’ingresso di singoli ebrei in Palestina non fu mai ostacolato dagli arabi prima dell’avvento del sionismo. Gli arabo-palestinesi ritenevano che gli ebrei si sarebbero ben integrati e avrebbero partecipato serenamente alla vita del paese. Ma quando i sionisti, a seguito degli accordi fatti con gli inglesi, di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente, cercarono di conquistare la Palestina mediante “la corruzione e l’offerta di lauti vantaggi” (Sami 1969), la popolazione palestinese cominciò a rifiutare la politica sionista appurando che i metodi da questa adottati remavano contro i loro specifici interessi politici ed economici. Cominciarono allora i primi atti di violenza tra le due popolazioni. La ragione principale dell’opposizione araba al sionismo si basava sul fatto che gli abitanti musulmani e cristiani del paese non potevano accettare una politica che mirava ad espropriarli della loro terra nativa (come dimostreranno gli eventi successivi). Gli arabi respinsero, e respingono tuttora, il tentativo adottato dal sionismo di celare il carattere arabo della Palestina e rivendicarono il proprio diritto di decidere il destino del paese che abitavano da secoli.

L’opposizione araba al Mandato si protrasse per tutti i ventisei anni della sua durata; i palestinesi tentarono di ristabilire lo status quo precedente alla Dichiarazione Balfour attraverso proteste, dimostrazioni, scioperi e atti di violenza:

  1. Il primo di questi atti si verificò una Domenica del 1920 durante la Pasqua ebraica.

  2. Il secondo nel Maggio 1921.

  3. Il terzo nell’Agosto del 1929.

  4. Tra il 1936 e il 1939, scoppiò una ribellione generale seguita da uno sciopero durato sei mesi.

A seguito d’ogni rivolta, furono istituite dal Governo britannico delle commissioni d’inchiesta, in ordine:

  1. La Commissione Palin del 1920.

  2. La Commissione Haycraft del 1921.

  3. La Commissione Shaw del 1930.

  4. La Commissione Reale o Peel del 1939.

Particolare attenzione merita il triennio 1936-1939 noto agli archivi storici come il periodo della ‘rivolta’ araba. Nel ’36, l’Alto Comitato arabo, dopo un fallito tentativo di negoziazione con l’Agenzia ebraica, decise di intervenire energicamente contro le ferme intenzioni ed ambizioni territoriali dei sionisti. Il metodo attuato consistette nella proclamazione di uno sciopero generale (realizzabile perchè i lavori di tipo operaio, man mano che la realtà economica ebraica cresceva in Palestina erano eseguiti da manodopera palestinese mal pagata), seguito da una nutrita serie di manifestazioni in tutto il paese: la più importante fra queste ebbe luogo a Gerusalemme a cui parteciparono circa duemila dimostranti all’interno della cinta muraria della città vecchia. Le dimostrazioni divennero più violente tre settimane dopo, allorché, l’esercito britannico fece fuoco sui manifestanti a Lord Peel. Quest’insurrezione senza precedenti impressionò gli inglesi i quali istituirono, come precedentemente osservato, una commissione d’inchiesta presieduta da Lord Peel e che per questo porta il suo nome. Costui suggerì che si sarebbe dovuto procedere con la spartizione territoriale stabilita sulla base della presenza demografica ebrea ed araba del momento, proporzione che avrebbe nettamente avvantaggiato gli arabi. Tale proposta non fu tuttavia accolta dall’Alto Comitato arabo, decisione che in un certo senso ha peggiorato le cose più di quanto non si potesse pensare perchè porterà ad una perdita territoriale maggiore del previsto, a danno dei palestinesi, nel conflitto del ’48; mentre fu ben accetta dai sionisti rappresentati da Ben Gurion. La proposta fu vista dagli ebrei, come la base di partenza di un negoziato, non un punto d’arrivo e, solo per questo, fu disposto d’accontentarsi di una parte così limitata della Palestina.

Due le reazioni a seguito di questo triennio (1936-1939):

Quella palestinese la quale aveva ormai perso ogni fiducia nei confronti degli alleati inglesi, in quanto questi palesarono le loro reali intenzioni filo sioniste, secondo la stampa locale, specialmente per come avevano cercato di sedare le insurrezioni attraverso torture, impiccagioni e spietatezze;

Quella sionista, che emerse dall’insurrezione ancora più forte, motivata e militarmente preparata.

Fu in questo periodo che la soluzione militare del problema in Medio Oriente prese il sopravvento su quella negoziale ed emerse un particolare tipo di militarismo sionista che ricorderemo attraverso i nomi di Haganà (difesa), Irgun (Organizzazione Nazionale Militare), e Stern Gang o ‘banda Stern’ (combattenti per la libertà di Israele).

Queste forme di violenza, alimentate quasi quotidianamente dalle opposte fazioni, hanno originato nel tempo scontri e rappresaglie.

2.3. Appropriazione legale ma violentadella terra

Come si è osservato, le prime forme di aliyà si manifestano attraverso una convivenza pacifica, svolgendosi attraverso lievi forme d’integrazione culturale. Ho per questo definito “soft” quella forma d’espropriazione territoriale che subivano i contadini palestinesi e che si basava esclusivamente sulla compravendita delle terre fertili (paragrafo 2.2).

A seguito della Risoluzione 181, gli ebrei non sono più costretti a comprarsi le terre da ricche famiglie arabo-palestinesi, ma hanno finalmente ottenuto quel diritto tanto atteso di possederne delle proprie, quindi:

  1. La dinamica del processo d’insediamento ebraico in Palestina si sposta all’interno del ‘frame’ della legittimità, in quanto autorizza gli ebrei a procedere verso la formazione di un proprio Stato.

  2. La terra è formalmente divisa attraverso i criteri delle Nazioni Unite in linea di principio super partes.

  3. L’alone di legittimità e legalità, che la Risoluzione emana, modifica in peggio l’interazione sociale tra ebrei e palestinesi, perché pone le basi per gli scontri che cominceranno di lì a poco, in quanto gli ebrei, consapevoli del rifiuto palestinese, esproprieranno dalle loro terre i residenti palestinesi attraverso metodi aggressivi, non più ‘soft’, che d’ora in avanti saranno più facili da giustificare.

  4. In altre parole, l’intervento dell’O.N.U. nuoce molto ai nativi palestinesi ai quali è data un’unica alternativa onde evitare di soccombere, dalla controparte ebraica: abbandonare la non più propria terra.

Gli attriti precedentemente definiti ‘soft’ acquistano quindi connotati ‘hard’ di una guerra che tragicamente porterà all’espulsione forzata e voluta di parte della popolazione nativa. Ben Gurion esprimeva già nel 1937, ben dieci anni prima della Risoluzione, in una lettera inviata al figlio, la convinzione che per fondare uno Stato ebraico “gli arabi dovranno andarsene” , occorre solo aspettare il momento giusto per realizzarlo, per esempio attraverso una guerra; secondo lui, l’80% della Palestina sarebbe stato sufficiente a permettere al movimento sionista di realizzare i propri sogni ed ambizioni.

Tutto ciò fu formulato senza considerare mai la possibilità di resistenza da parte della popolazione locale: l’unica preoccupazione riguardò un’eventuale reazione della Gran Bretagna ancora potenza coloniale in Palestina fino al ’47.

Un importante retroscena di come fu concepito il metodo violento d’acquisizione territoriale, risale al 10 Dicembre del 1947; infatti, Durante una riunione della consulta sionista (presieduta da Ben Gurion), due importanti militari ancora semisconosciuti ai livelli più alti del sionismo, Danin e Palmon, espressero le loro strategie per poter conquistare le terre arabe di Palestina. Questi ottennero reazioni favorevoli dalla Giunta in gran seduta; secondo Danin si doveva adottare una politica molto aggressiva sui territori arabi, tale da scoraggiare qualsiasi forma di resistenza da parte della popolazione locale e ripetute azioni violente avrebbero terrorizzato i palestinesi rendendo inutile un eventuale aiuto da parte del mondo arabo (Pappe 2007).

Rientravano nel concetto di politica aggressiva azioni come:

  1. Il far esplodere mezzi pubblici di trasporto.

  2. L’affondamento di pescherecci e barche usate per la pesca.

  3. Il boicottaggio delle industrie palestinesi e conseguente impedimento alle materie prime di arrivare nelle fabbriche.

A seguito di questa riunione fu ordinato all’Haganà (nota n°9) di entrare nei villaggi ed intimidire la popolazione, consegnando a quest’ultima dei volantini dove s’invitava a non collaborare con l’Esercito Arabo di Liberazione. Qualsiasi eventuale resistenza a queste incursioni finiva di solito con i soldati ebrei che sparavano a casaccio sulla gente, uccidendo di conseguenza molti civili. Questo tipo di perlustrazione fu chiamata hasiyur ha-alim che, tradotto in italiano, significa perlustrazione violenta. A sostegno di quanto sinora detto, emblematica è l’esclamazione “Non basta!” pronunciata da Yossef Weitz, componente di spicco della consulta sionista, già capo del Fondo Nazionale Ebraico, il 31 Dicembre del ’47, a seguito della quale propose apertamente ciò che aveva scritto in privato nel suo diario agli inizi degli anni quaranta:

“Non è giunta l’ora di liberarcene? Perché continuare a tenere tra noi quelle spine nel fianco se costituiscono una minaccia?” (Pappe 2007).

Per lui, insomma, bisognava attaccare ma anche occupare i villaggi arabi con il fine ultimo di allontanare da quelle terre chi quelle terre le coltivava da generazioni e fare in modo che solo gli ebrei potessero un giorno averne qualsiasi diritto amministrativo:

“Il trasferimento forzato non serve solo a ridurre la popolazione araba ma anche ad un ulteriore scopo non affatto meno importante e cioè sgomberare la terra che attualmente è coltivata dagli arabi e liberarla per gli insediamenti ebraici. In conclusione, l’unica soluzione sarà quella di trasferire gli arabi da qui ai paesi limitrofi; non dovrà essere risparmiato un solo villaggio o una sola tribù.

2.3.1. Fine del Mandato britannico e Risoluzione 181: fattori favorevoli al processo d’acquisizione territoriale sionista?

A meno di un anno dall’ufficializzazione dello stato ebraico, che avverrà nel 1948, la Palestina era ancora formalmente amministrata da una sfiancata Gran Bretagna, reduce dal Secondo Conflitto mondiale. L’Inghilterra doveva ora impegnarsi nel risarcimento monetario agli Stati Uniti i quali assunsero un atteggiamento intransigente riguardo l’annullamento del debito di guerra (Pappe 2003). Come se non bastasse oltre alla variabile della crisi economica, ne intervennero altre ad aggravare la situazione inglese.

Due riguardarono i difficili aspetti coloniali, ovvero, il mantenimento protratto di truppe in India (colonia inglese dal 1856) e in Palestina (sotto protettorato inglese dal 1917); l’altra concerneva il desiderio sempre più marcato dei coloni sionisti di raggiungere l’obiettivo della fondazione di uno Stato ebraico, che si concretizzò attraverso azioni terroristiche che accrebbero il numero dei morti e dei feriti dell’esercito inglese. Alla luce di ciò la Gran Bretagna iniziò un processo di decolonizzazione in India e si avviò verso la fine del Mandato in Palestina.

Questo processo fu propizio per il compimento del sogno ebraico: la creazione di un proprio Stato. In questo modo l’Inghilterra lasciando il suolo palestinese, da un lato, favorì la comunità ebraica per la fondazione di Israele, dall’altro, delegò alle Nazioni Unite la decisione della spartizione territoriale della Palestina in due entità distinte, una ebraica e l’altra palestinese.

Nel 1947, l’O.N.U. nominava il Comitato Speciale di Inchiesta sulla Palestina (U.N.S.C.O.P. United Nationts Special Committee for Palestine) composto dai rappresentanti di undici paesi. Questa sezione particolare decise di appoggiare la spartizione come soluzione migliore, raccomandando all’Assemblea Generale la fondazione di due Stati legati da un’unità economica simile a quella di una federazione, e inoltre richiese che la città di Gerusalemme diventasse un corpus separatum sotto un regime internazionale amministrato dall’O.N.U.. Il 29 Novembre 1947, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvava la Risoluzione 181(II) che prevedeva di fronte alla rinuncia britannica alla gestione del mandato sulla Palestina la spartizione di tale terra tra uno Stato arabo, uno Stato ebraico e una terza area territoriale comprendente la zona di Gerusalemme e di Betlemme eretta a corpus separatum per un periodo di almeno 10 anni sotto l’egida della Nazioni Unite.

Tale Risoluzione fu serenamente accettata dalla leadership sionista che, dopo tutto, si era da sempre battuta per questo; fu invece rifiutata dalla leadership arabo-palestinese che voleva risolvere il problema attraverso un processo molto più lungo di negoziati. Il previsto rifiuto della 181 da parte dei palestinesi permise alla direzione sionista guidata da Ben Gurion di affermare che il piano O.N.U. fosse lettera morta già dal giorno stesso in cui fu approvato, tranne per quelle clausole che riconoscevano la legalità dello stato ebraico in Palestina.

Citando Ben Gurion: “i confini, dato il prevedibile rifiuto palestinese e arabo, saranno decisi con la forza e non con la Risoluzione di spartizione”.

È chiaro che nell’approvare la Risoluzione 181, l’O.N.U. non s’interessò minimamente riguardo la composizione etnica della popolazione del paese; inoltre, se avesse deciso di dare l’equivalente porzione di territorio in base a come si erano stanziati i coloni, avrebbe dovuto concedere loro non più del 10% delle terre, invece accettò le rivendicazioni nazionaliste avanzate dal movimento sionista e concesse uno Stato che comprendeva più di metà del paese, per l’esattezza il 56% (Pappe 2006). Presto emersero aspetti che indebolirono la credibilità morale e legale della 181, in quanto questa, dando un’occhiata ai confini, incorporava nel futuro Stato ebraico le terre più fertili ed i maggiori spazi rurali ed urbani. Come se non bastasse, includeva oltre 400 villaggi palestinesi all’interno dei propri confini. Secondo lo storico Pappe, la 181, si rivelò un disastro in quanto andava decisamente contro la volontà della popolazione palestinese che, tra le altre cose, costituiva demograficamente la maggioranza. Si potrebbe allora sostenere in difesa dell’U.N.S.C.O.P. che la Risoluzione 181 si basava sul presupposto che le due nuove entità politiche avrebbero condotto una pacifica coesistenza e che di conseguenza non occorreva prendere in particolare considerazione gli equilibri demografici e geografici. Citando Walid Khalidi (1992), “la Risoluzione 181 rappresentò una decisione affrettata che concedeva più di metà della Palestina ad un movimento ideologico che dichiarava apertamente già negli anni Trenta (del’900) la propria intenzione di ‘dearabizzarla’. Ciò acuì le tensioni e fu causa del deterioramento del paese che precipitò in una della fasi più violente della propria storia. Il caos che ne seguì causò vari scontri tra palestinesi ed ebrei. Si giunse successivamente all’attuazione del piano sionista Dalet; acuta strategia ideata da un giovane storico dell’università ebraica di nome Ben-Zion Luria. Il piano Dalet o piano ‘D’ è il quarto di una serie di piani che Israele aveva già preparato nel caso in cui l’Inghilterra si fosse ritirata dal Medio Oriente. Il piano ‘A’ detto anche Elimelech, dal cognome del comandante della truppa ebraica ‘Haganà’ a Tel Aviv nel 1937, ideato però da Ben Gurion, stabiliva le possibili linee guida per impadronirsi della Palestina nel caso di un ritiro britannico; il piano ‘B’ del 1946 era stato fuso insieme al piano ‘A’ per formare il piano ‘C’ che mirava a preparare le forze ebraiche in Palestina per la controffensiva nella quale si sarebbero impegnate non appena gli inglesi se ne fossero andati. Le azioni punitive presenti nel piano ‘C’ erano quelle di uccidere la dirigenza politica palestinese, uccidere gli istigatori politici ed i loro istigatori, uccidere i palestinesi che agiscono contro gli ebrei, danneggiare i trasporti palestinesi, attaccare club, caffé e ritrovi palestinesi, danneggiare le fonti di sussistenza palestinesi: pozzi d’acqua, mulini, frantoi ed, infine, attaccare i villaggi vicini che avrebbero potuto partecipare ad attacchi futuri.

2.3.2. Il Piano Dalet, strategia sionista per l’appropriazione della terra e consecutivo Primo Conflitto israelo-palestinese

Dato che i Palestinesi non intesero minimamente accettare la divisione territoriale prevista dall’O.N.U. i sionisti fermamente guidati da Ben Gurion procedettero serenamente secondo i loro piani. Secondo lo storico Pappe (2003), l’allontanamento dei Palestinesi cominciò dodici giorni dopo l’adozione della Risoluzione 181 e l’azione militare fu intrapresa duramente anche sui civili. Ben Gurion spiegò che lo scontro armato rappresentasse un mezzo valido per rendere il nuovo stato nascente, Israele, a prevalenza ebraica. Nel marzo del 1948 la campagna militare iniziò veramente e secondo i dettami del piano ‘D’ che ambiva principalmente al raggiungimento di due obiettivi strategici: il primo consisteva nell’impadronirsi rapidamente di qualsiasi installazione (civile o militare) lasciata dai britannici, il secondo, di gran lunga più importante, era quello di allontanare oltre confine il maggior numero di palestinesi. Alla truppa militare principale, la Haganà, fu consegnato un elenco di villaggi da occupare, precedentemente schedati, la maggior parte dei quali fu infatti conquistata dagli ebrei. Queste operazioni costrinsero migliaia di palestinesi a fuggire via in quanto timorosi di perdere la vita durante gli scontri e spesso a lasciare le loro case portando con sé solo l’indispensabile.

Secondo alcuni studiosi, tra cui Pappe che riporta nel suo La pulizia etnica della Palestina (2007), l’atroce massacro avvenuto nel villaggio di Deir Yassin fu un episodio particolarmente brutale e violento che ha letteralmente scioccato la popolazione palestinese. Orchestrato dalla Haganà ma eseguito dall’Irgun e dalle truppe della banda Stern, si svolse appunto nel villaggio pastorale di Deir Yassin, un piccolo borgo che aveva sottoscritto un piano di non aggressione con la Haganà ma che fu distrutto perché rientrante nell’area assegnata ad Israele. Non appena entrate nel villaggio, le forze ebraiche crivellarono le case con le mitragliatrici, uccisero molti abitanti (le stime ammontano a 170 compresi bambini e donne) e quelli sopravvissuti furono radunati e uccisi a sangue freddo. Come se non bastasse, la leadership ebraica divulgò ampiamente lastrage, con l’obiettivo di scoraggiare gli abitanti dei villaggi limitrofi ad eventuali resistenze. Lo scopo di terrorizzare i civili del luogo fu raggiunto: molti furono infatti i casi durante i quali contadini indifesi abbandonarono le loro case e villaggi ancor prima di essere attaccati (ma già circondati) gridando: Deir Yassin.

A seguito di questi tristi episodi, ebbe inizio l’esodo dei palestinesi i quali s’incamminarono verso i vastissimi campi profughi che l’O.N.U. generosamente preparava nella valle del Giordano. A nulla valse la reazione militare degli stati arabi che, all’atto della scadenza del mandato britannico (15 maggio 1948), tentarono di respingere gli ebrei sionisti nelle zone di partenza. Gli ebrei, servendosi di aerei e carri armati forniti in continuazione dagli USA e avendo la possibilità di giustificare la loro azione come necessaria, continuarono le ostilità occupando con facilità nuovi territori. Occupare nuove aree rurali e non, in Palestina, significò portare a termine il Piano ‘D’ con ogni mezzo possibile. Il triste epilogo, cui si faceva riferimento riguardo Deir Yassin, interessò molte atre zone della Palestina dove esistevano entità urbane molto più forti e coese rispetto a questi piccoli villaggi.

L’offensiva contro i centri urbani cominciò con Tiberiade, storica e antica capitale dal nome dell’omonimo lago. Qui arabi ed ebrei avevano convissuto pacificamente per secoli. Una delle tattiche adoperate per la conquista di tale centro urbano fu quella di far rotolare giù dalle colline bombe-barile e diffondere con potenti altoparlanti terribili frastuoni per terrorizzare la gente (Pappe 2007). Tiberiade cadde il 18 aprile del 1948.

Seguì la volta dell’importante centro portuale di Haifa. Qui, secondo la maggior parte degli storici, larga parte della popolazione (tra le 15.000 e le 20.000 unità) abbandonava la città ancor prima dell’assedio, cercando rifugio in Libano o in Egitto. C’è da dire che la città di Haifa faceva parte dell’area assegnata agli ebrei a seguito della 181. Gli ebrei tenevano molto all’ottenimento del centro urbano, senza però dare la possibilità di rimanere ad un totale di 75.000 abitanti palestinesi. Anche in questo caso la campagna bellica sionista, affidata per l’occasione alla brigata Carmeli, unità scelta dell’esercito ebraico, fu condotta energicamente. Fu così che, nel dicembre del ’48, terribili bombardamenti accompagnati da fiumi di carburanti in fiamme buttati giù dalle montagne interessarono anche Haifa e la popolazione locale fu invitata ad andarsene, incitata attraverso l’uso di forti altoparlanti. Mordechai Maklef, ufficiale operativo della brigata Carmeli, condusse la campagna di allontanamento ordinando alle truppe: “Uccidete ogni arabo che incontrate, date alle fiamme qualsiasi oggetto infiammabile e buttate giù le porte delle case con dell’esplosivo” (Maklef divenne in seguito capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, archivi dell’Haganà 69/72, 22 Aprile ‘48). Non appena eseguiti, questi ordini provocarono un immediato shock sulla popolazione residente a tal punto che, senza portare con sé alimenti o oggetti utili, si avviò verso un esodo massiccio dirigendosi verso il porto della città. La brigata Carmeli, sapendo che la popolazione terrorizzata ed in fuga si radunava all’interno dell’area portuale, ordinò ai propri uomini di piazzare alcuni mortai sui pendii della collina, esattamente sopra il mercato (a trenta metri dall’ingresso principale del porto) e il porto, quindi di bombardare la folla che si raccoglieva lì sotto.

L’urbicidio non risparmiò Gerusalemme che mutò rapidamente da città eterna (come definita in un libro di Salim Tamari) a città fantasma. Le organizzate truppe ebraiche colpirono la zona ovest della città, danneggiando quelle eleganti aree urbane arabe dove alloggiavano ormai da generazioni le più importanti famiglie palestinesi (Husayni, Nashashibi, Khalidi).

Gli ordini rivolti all’esercito regolare ebraico erano chiari: “Occupare il quartiere e distruggere tutte le case” e con esse la memoria di questi luoghi e della loro gente. Fortunatamente però un’area della città (Shaykh Jarrah primo quartiere arabo palestinese costruito fuori dalle mura urbane) beneficiò dell’intervento delle truppe inglesi (ancora in Palestina) che a differenza di altri quartieri, di altri villaggi e di altre città, decisero di agire in soccorso palestinese; Khalidi (1992) racconta come le truppe del comando britannico salvarono il quartiere e mette in evidenza che, se questa capacità d’intervento non si fosse limitata solo ad una singola area ma si fosse estesa anche ad altre città e zone della regione, il destino dei palestinesi sarebbe stato di gran lunga diverso. Dopo Gerusalemme, fu la volta di Acri la quale diede prova di grandi capacità difensive. Ovviamente ciò fu sufficiente fino ad un certo punto; infatti, l’azione combinata dell’arrivo di una grande quantità di profughi provenienti da Haifa e il pesante bombardamento quotidiano erano di per sé condizioni difficili da gestire. Tuttavia l’elemento che portò alla resa di Acri fu abilmente escogitato dall’apparato sionista; questo consistette nell’avvelenamento delle sorgenti di Kabri (che attraverso un acquedotto vecchio di due secoli facevano arrivare acqua potabile al centro urbano) nelle quali furono introdotti i batteri del tifo. Ciò mise in moto un’improvvisa epidemia che conseguentemente inginocchiò e costrinse alla resa i cittadini di Acri. Gli emissari locali della Croce Rossa riferirono alla loro sede centrale cosa stava accadendo facendo chiaramente capire che tutti i sospetti ricadevano sulla Haganà. Il sei Maggio del ’48 fu convocata una riunione d’emergenza presso l’ospedale libanese di Acri, alla quale presero parte i britannici Beveridge (capo dei servizi sanitari), Bonnet, Maclean (medico dell’esercito) e il Sig. De Meuron. Questi conclusero che l’infezione da tifo, che aveva già colpito 70 palestinesi, aveva sicuramente origine dalla contaminazione dei bacini idrici potabili e che nessun soldato inglese prima di allora (durante i ventisei anni di mandato) si fosse mai ammalato di tifo. La Haganà, per discolparsi, fece riferimento alle cattive condizioni igienico-sanitarie che si verificarono ad Acri, a seguito del sovraffollamento causato dai profughi provenienti da città e villaggi vicini. Fu così che con il morale a terra, causato sia dall’epidemia di tifo che dagli incessanti bombardamenti, gli abitanti di Acri diedero retta agli altoparlanti che intimavano alla resa e che nello specifico diffondevano: “Arrendetevi oppure suicidatevi, vi distruggeremo fino all’ultimo uomo!”

Il tenente Petit, osservatore francese delle Nazioni Unite, riferì che, non appena la città cadde nelle mani dei sionisti, si scatenò un saccheggio sistematico da parte dell’esercito, di mobili, abbigliamento e di tutto ciò che poteva essere utile ai nuovi immigrati, scoraggiando ulteriormente un eventuale ritorno dei profughi.

Giaffa fu l’ultima città ad essere occupata (come molte città palestinesi aveva una lunga storia risalente all’età del bronzo). Il 13 Maggio, 5000 uomini dell’Irgun e della Haganà attaccarono questa città valorosamente protetta da 1500 volontari arabi guidati da Michael al-Issa. Gli arabi resistettero per tre settimane ma alla fine soccombettero e, con essi, l’intera popolazione, che fu espulsa con l’aiuto della mediazione britannica. Con la caduta di Giaffa, le forze occupanti ebraiche avevano sgomberato e spopolato tutte le più grandi città della Palestina. La maggior parte degli abitanti di ogni classe, religione e professione non rivide mai più le proprie città.

2.3.3. Il Primo Conflitto israelo-palestinese si avvia verso la tregua

Come sostengono diversi studiosi, il piano ‘D’ e il Primo Conflitto israelo-palestinese fanno parte di uno stesso disegno bellico che può essere suddiviso in due fasi: una prima, d’attuazione del Piano ‘D’, che va dal Novembre del ‘47 al Maggio del ‘48, ed una seconda fase, che va dal Maggio del ‘48 al Marzo del ’49, nota alla memoria storica come Primo Conflitto israelo-palestinese (Marzano 2003). La sostanziale differenza che emerge tra le due fasi è riconducibile al fatto che la prima coinvolge solo le improvvisate milizie palestinesi nello scontro contro i sionisti, i quali nel frattempo assediano e conquistano villaggi e città (Piano “Dalet”); mentre nella seconda fase la guerra assume connotati più convenzionali perchè coinvolge gli Stati arabi della regione: Libano, Siria, Giordania, Iraq ed Egitto che accorrono in difesa della piccola Palestina.

Con l’ingresso in campo degli Stati arabi, lo scontro acquista caratteristiche di una guerra vera e propria, dato che la fase precedente non poteva essere definita tale in quanto vi erano, da un lato, delle agguerrite milizie ebraiche ben organizzate e preparate, dall’altro un’indifesa popolazione palestinese che assisteva inerme al proprio massacro e alla propria espulsione. Nonostante la collaborazione bellica pro-Palestina, gli eserciti arabi non furono in grado di mantenere la promessa riguardo al Piano di Salvataggio anche a causa del fatto che le truppe impegnate nello sforzo bellico difettavano d’esperienza, erano scarsamente motivate e il morale era generalmente basso.

La proclamazione dello Stato d’Israele avverrà il 14 Maggio 1948, poco prima dell’armistizio che porrà fine al conflitto David Ben Gurion dichiarerà l’indipendenza dello Stato d’Israele e l’attesa messa in atto di quella parte della Risoluzione dell’O.N.U. che accettava la costituzione di uno Stato ebraico in Palestina.

In realtà quindi, questo scontro bellico è stato condotto grazie alle loro ‘milizie’ e non grazie ad un loro ‘esercito’ regolare. Balza alla mente, dunque, come gli ebrei abbiano condotto una vera e propria campagna bellica come se stessero agendo in funzione di difesa di uno Stato già proclamato e a loro avviso liberandolo dalla reazione e presenza della popolazione palestinese che abitava nelle città e nei villaggi facenti parte del territorio loro assegnato.

La dichiarazione d’indipendenza dello Stato d’Israele proclamava le seguenti premesse fondamentali 14 Maggio 1948:

“La Terra d’Israele è stata il luogo di nascita del popolo ebraico. Qui ha preso forma l’identità spirituale, religiosa e politica degli ebrei. Qui essi hanno raggiunto per la prima volta la condizione di stato, hanno creato valori culturali di significato nazionale ed universale e hanno dato al mondo l’eterno Libro dei Libri […]

Noi siamo qui radunati nel giorno della fine del Mandato britannico in virtù del nostro diritto naturale e storico e in forza della Risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, qui dichiariamo la costituzione di uno Stato ebraico in Èretz Israèl che sarà noto col nome Stato di Israele […]

Stendiamo la nostra mano a tutti gli stati vicini e ai loro popoli e li invitiamo a stabilire legami di cooperazione ed aiuto reciproco con il sovrano popolo ebraico insediato nella propria terra”.

L’epilogo del conflitto darà nuovi connotati geopolitici alla Palestina in quanto sarà divisa fra tre entità:

Due palestinesi definite in maniera alquanto imprecisa tra Striscia di Gaza e Cisgiordania (annessa senza il consenso né tanto meno l’entusiasmo della popolazione).

Una rappresentata dallo Stato d’Israele sempre più convinto nell’opera di annessione di nuove aree della Terra Santa.

Senza dubbio uno degli aspetti più drammatici al Piano di Spartizione e alla conclusione del conflitto, riguarda l’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro terre di residenza. L’ammontare di profughi arrivò a 750.000 unità, secondo fonti palestinesi, o a 675.000 secondo fonti israeliane. Queste persone trascorsero il particolarmente freddo inverno del ’48 in tende fornite da Organizzazioni caritative internazionali, riscaldati unicamente dalla Risoluzione N°194 delle Nazioni Unite che prometteva un rapido rientro in patria; questa Risoluzione emanata l’11 Dicembre dello stesso anno dichiarava che: “I rifugiati che desiderano ritornare alle loro case e vivere in pace con i loro vicini dovrebbero averne il permesso alla più prossima data possibile, e che un indennizzo dovrebbe essere pagato per la proprietà di coloro i quali scelgono di non ritornare e per la perdita o il danneggiamento di proprietà che, secondo i principi della legge internazionale o in equità, dovrebbero essere effettuati dai governi o dalle autorità responsabili. L’assemblea Generale istruisce la Commissione di Conciliazione affinché faciliti il rimpatrio, il reinsediamento e la riabilitazione economica e sociale dei rifugiati e il pagamento dell’indennizzo e mantenga stretti i rapporti con il Direttore del Soccorso delle Nazioni Unite per i Rifugiati palestinesi e, attraverso la sua persona, con gli appropriati organi ed enti delle Nazioni Unite”.

Purtroppo nel giro di un anno il problema da risolvere riguardo i rifugiati scomparve dall’agenda internazionale. Inizialmente presentato come uno dei tre problemi principali della questione palestinese, unitamente a quelli del futuro di Gerusalemme e dellapartizione del territorio. Nel biennio ’48-’49, questo triplice aspetto convogliò l’impegno delle Nazioni Unite in direzione della pace.

Negli immediati anni successivi, il rimpatrio incondizionato dei palestinesi non faceva però parte del disegno politico di Israele il quale rimase fermo sulle proprie posizioni avviando una politica che si concentrò nella distruzione totale o nell’acquisizione di qualsiasi casa o dimora palestinese rimasta vuota nei villaggi come nei quartieri cittadini. Man mano che l’interesse della comunità internazionale andava affievolendosi, il governo israeliano ebbe via libera nell’acquisizione di ulteriori terre senza incappare nelle rimostranze dell’opinione pubblica internazionale; tanto è vero che, per impedire la politica del rimpatrio palestinese, il parlamento (Knesset) approvò nel 1950 una legge che autorizzava la confisca della proprietà palestinese e il suo utilizzo a fini pubblici, “Legge sulla Proprietà degli Assenti” (5710-1950). Questa politica fornì la base giuridica per proseguire nel processo di spopolamento di villaggi palestinesi motivato da motivi di sicurezza. La tragedia della perdita di altri villaggi, e conseguente aumento del numero di profughi, fu aggravata dall’edificazione frettolosa di nuovi insediamenti ebraici sulle rovine dei 370 villaggi palestinesi distrutti durante la guerra del ’48 (Pappe 2003); e nel Luglio del ’49 Ben Gurion si occupò del progetto di ampio respiro finalizzato alla modifica della toponomastica araba con quella ebraica su tutti i luoghi, città, villaggi, monti, valli, strade e fonti del paese.

Questo compito fu portato a termine con l’aiuto di archeologi ed esperti biblici che contribuirono volontariamente al lavoro tramite un comitato ufficiale per i nomi che doveva ebraicizzare la geografia della Palestina. Questo comitato per i nomi era una vecchia organizzazione attiva dal 1920 il cui scopo consisteva già da allora nell’attribuire nomi ebraici ai luoghi e alle terre acquistate di recente dagli ebrei col fine ultimo di dearabizzare il territorio dalla propria geografia ma soprattutto dalla propria storia.

Lo storico Pappe sostiene che secondo il Ministero della Giustizia israeliano, quello che stava accadendo faceva parte di una forma di ‘giustizia naturale’:

Gli immigrati ebrei erano stati espulsi dal mondo arabo (cosa vera solo nel caso dell’Iraq) ed ora si vedevano assegnare le case ormai disabitate dei palestinesi. Con tale giustificazione, i funzionari del Ministero degli Esteri cercavano di persuadere la comunità internazionale facendole intuire che si era verificato come uno ‘scambio’ di popolazioni e pertanto non c’era più il bisogno di continuare a cercare una soluzione al problema dei rifugiati.

2.4. Alcune riflessioni

Si è cercato di far luce su alcuni retroscena riguardanti i metodi di espropriazione territoriale subita dai palestinesi. Com’è lecito aspettarsi, ognuna delle parti coinvolte nel conflitto colpevolizza l’altra riguardo gli scontri che si ripetono incessantemente dal ’47-‘48 sino ai nostri giorni. Due, infatti, i punti di vista ufficiali:

  1. Quello palestinese che preme sull’espulsione forzata da parte delle forze militari israeliane, nel corso dei combattimenti.

  2. Quello israeliano che sostiene che la popolazione palestinese sia volontariamente fuggita di fronte alla propria avanzata, sia per timore, sia per non ingombrare il campo di battaglia ove si era diretto l’esercito arabo in aiuto dei palestinesi.

Contemporaneamente a questa fuga volontaria, aumentava la quantità di rifugiati in campi profughi. Ma, anche se vera la versione israeliana della fuga volontaria, perché in questi 61 anni non è stato mai più consentito agli sfollati di ritornare nella propria terra d’origine? A tal proposito credo sia doveroso citare la Risoluzione 194 dell’O.N.U. (ratificata l’undici dicembre del 1948) in base alla quale si delibera che:

“I rifugiati che desiderano ritornare alle loro case e vivere in pace con i loro vicini dovrebbero averne il permesso alla più prossima data possibile e che un indennizzo dovrebbe essere pagato per la proprietà di coloro i quali scelgono di non ritornare e per la perdita o il danneggiamento di proprietà che, secondo i principi della legge internazionale o in equità, dovrebbero essere effettuati dai governi o dalle autorità responsabili”.

Ma seguendo un percorso logico e senza dover fare troppe astrazioni, è facile intuire che la Risoluzione 194 sia la diretta conseguenza della cattiva applicazione della famigerata Risoluzione 181.

Secondo la 181, le Nazioni Unite dovevano essere presenti sul campo per sovrintendere all’esecuzione del piano di spartizione che si basava nel fare della Palestina un paese indipendente con due Stati distinti; inoltre, questa prevedeva degli obblighi chiarissimi, ovvero che le Nazioni Unite promettevano solennemente di impedire qualsiasi tentativo, da una o dall’altra parte, di confiscare la terra che apparteneva ai cittadini dell’altro Stato o dell’altro gruppo nazionale. Dunque, se fosse stata davvero impedita l’appropriazione di terre ad una delle due forze in conflitto, l’O.N.U. non si sarebbe dovuto ripronunciare a distanza di un anno riguardo tale questione. Certo è indubbiamente vero che, al tempo, le autorità britanniche (ancora in pieno Mandato) proibirono la presenza di un corpo organizzato O.N.U. che potesse vigilare sull’esatta esecuzione della Risoluzione di entrambe le parti. Voci più scaltre considerano questa chiusura territoriale britannica ai rappresentanti delle Nazioni Unite, come risposta favorevole alla solita politica filo-sionista in quanto gli inglesi erano già da tempo a conoscenza dell’orrore che si stava compiendo.

A metà del 1949 le Nazioni Unite intervennero per cercare di mediare ai cattivi risultati del piano di spartizione del 1947. Una delle prime decisioni errate dell’O.N.U. fu quella di non coinvolgere l’Organizzazione Internazionale dei Rifugiati (I.R.O.), che raccomandava da sempre il rimpatrio come prima opzione alla quale i profughi avevano diritto (Pappe 2007), ma di creare un’agenzia speciale per i profughi palestinesi: l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e per l’Occupazione (U.N.R.W.A.). Tale agenzia non si occupò del ritorno dei profughi deciso dalla Risoluzione 194 (11/12 1948) ma fornì semplicemente sussidi al milione circa di profughi palestinesi. Per cercare di risolvere la questione palestinese, l’O.N.U. intraprese una serie di conferenze diplomatiche culminate a Losanna nel 1949. Questa conferenza pose l’accento sulla 194 e il diritto al ritorno incondizionato dei profughi palestinesi fu considerato la base essenziale per negoziare la pace. Tutte le parti in causa accettarono questo punto fondamentale della trattativa (Usa, Nazioni Unite, Medio oriente e il ministro degli Esteri israeliano Moshe Sharett), purtroppo però non lo accettarono Ben Gurion (primo ministro israeliano) e il re Abdullah di Giordania, i quali avevano segretamente deciso, durante il primo conflitto israelo-palestinese, di spartirsi ciò che sarebbe rimasto della Palestina. Dopo quest’eclatante fallimento, i trattati di pace diminuirono rapidamente con una fase di stallo nel ventennio ’48-’67.

2.5. Brevi conclusioni

Alla fine del Primo Conflitto arabo-israeliano, Israele, nonostante il prezzo pagato di 6.000 vittime, pari al 10% della propria popolazione, aveva dimostrato di essere militarmente e strategicamente superiore alle legioni dei vicini Stati arabi, intervenuti in difesa della Palestina, sconfiggendole sonoramente sul campo di battaglia.

Per l’ennesima volta, la zona acquisirà dei nuovi confini; tra gli Stati intervenuti nel conflitto ci sarà chi acquisirà nuove aree e chi dovrà cederne: l’Egitto, anche se sconfitto, aveva occupato la Striscia di Gaza; la Transgiordania si era impossessata della Cisgiordania e, a seguito di questa occupazione, le due si fonderanno dando vita alla Giordania nel 1950; la Siria cedeva, perché sconfitta, la regione di Himmah vicina al lago Tiberiade; mentre il Libano non perdeva né acquisiva nulla.

Pertanto, il 12 Maggio del ’49, alla Conferenza di Losanna, Israele firmerà con gli arabi un Protocollo che metterà in luce due risoluzioni chiave dell’Assemblea Generale dell’O.N.U. sulla Palestina: il piano di spartizione, o Risoluzione 181 del 29 Novembre del ’47, e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, o Risoluzione 194 dell’11 Dicembre ’48.

Lo stesso giorno Israele entrerà a far parte dell’O.N.U. ma dimostrerà sin da subito di non portare avanti seriamente le trattative riguardo il rimpatrio dei profughi.

Questa negazione del diritto dei palestinesi all’autodeterminazione porterà in Medio Oriente 5 guerre d’importanza fondamentale, dopo quella del 1948, una nel 1956, poi nel 1967, un’altra nel 1973 e, infine, nel 1982 la guerra in Libano, ma porterà anche violenze giornaliere e un generale clima di terrore fino ai nostri giorni.

Capitolo III: L’acqua

L’obiettivo di questo terzo capitolo, a differenza dei precedenti, nei quali nei quali è stato dato maggior rilievo alle questioni storico-politiche e territoriali del conflitto arabo-israeliano (sionismo, fondazione dello Stato d’Israele, attribuzione dei confini e Risoluzione O.N.U. n°181), è quello di segnalare che esiste una chiave di lettura alternativa del conflitto in Medio Oriente, che trova le proprie ragioni nell’insufficienza d’acqua dolce. Come sottolinea Vandana Shiva nel proprio saggio “Le guerre dell’acqua”, citando a propria volta il vicepresidente della Banca mondiale Ismail Serageldin:

“Se le guerre del XX secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del XXI secolo avranno come oggetto del contendere l’acqua” (1995).

Oggigiorno molte prime pagine di quotidiani fanno presagire che Serageldin ha avuto tuttavia ragione; infatti, si parla sempre più spesso d’insufficienza idrica in Israele, India, Cina, Bolivia, Canada, Messico, Ghana e Usa.

Che si tratti d’Israele o dell’India, è innegabile che la contesa si sollevi riguardo alle scarse ma vitali risorse idriche e, spesse volte, le ragioni dei molteplici conflitti basati su queste sono celate da chi controlla il potere che preferisce far passare le guerre per l’acqua come conflitti etnici e religiosi.

Prendendo ancora spunto dalle riflessioni della Shiva, qualcosa di simile è successo riguardo alla contesa di terra ed acqua tra palestinesi, arabi ed ebrei: “uno scontro sulle risorse naturali è presentato come un conflitto di carattere principalmente religioso tra musulmani ed ebrei”. Inoltre, le particolari condizioni climatiche rendono alcuni tratti del Medio Oriente aridi e a forte rischio idrico, quindi l’acqua è a maggior ragione un fattore strategico che comprende al proprio interno altri elementi importanti come l’aumento demografico, la crescita industriale/economica e il controllo del territorio.

Come vedremo, la guerra per l’acqua in Medio Oriente viaggia su diversi livelli: quello militare riguardante gli episodi di natura bellica arabo-israeliani, che ha puntato alla conquista o alla difesa di obiettivi vitali come fiumi, laghi, zone fertili, pozzi, falde sotterranee. Quello gestionale, relativo agli aspetti amministrativi successivi alla vittoria dello Stato israeliano, che si concentra a propria volta sulla costruzione di acquedotti, reti fognarie e sulla tariffazione del consumo idrico (domestico, agricolo, industriale). Quello tecnologico che si sofferma sia sulle evolute tecniche adoperate dallo Stato ebraico per riutilizzare le acque reflue (attraverso la dissalazione in centrali termoelettriche) sia sui semplici metodi adottati dai palestinesi al fine di poter di riutilizzare la stessa acqua, almeno quattro volte.

In sintesi, la questione delle risorse idriche si colloca su uno sfondo che mira al controllo del territorio, all’aumento demografico e alla crescita economica. Tanto è vero che gli stessi Accordi di Oslo (1993-1995) non potranno fare a meno di prendere in considerazione anche questo delicatissimo aspetto.

Le aree che presentano elevati problemi legati al deficit idrico in Medio Oriente sono definite dalle riviste di geopolitica Water Stress Zone, perché ad elevato tasso d’ostilità riguardo alle risorse disponibili. Nel proprio saggio, intitolato “L’impatto delle scarse risorse idriche nel conflitto arabo-israeliano” (1992), Wolf analizza, attraverso la storia della regione, il ruolo che l’acqua ha avuto sia sulla localizzazione degli insediamenti umani sul territorio, sia le successive tensioni politiche sorte tra i paesi rivieraschi. Quindi, un valido motivo di scontro è da ricercare nel timore di perdere ulteriormente risorse idriche, al momento limitatissime per gli arabi, e nella volontà di gestirne quante più possibili da parte israeliana.

Altro aspetto da non trascurare riguarda le dimensioni territoriali che, in zone così aride, non sempre assicurano benessere; infatti, avere chilometri quadrati a disposizione non è sinonimo di ricchezza idrica in Medio Oriente. Non si dimentichi che il 40% del territorio situato a Sud d’Israele è formato dalla sabbia del deserto del Negev e che l’acqua dolce, in Palestina, si trova invece verso Nord al confine siro-giordano, sulle cosiddette Alture del Golan, dove nasce il più importante e conteso fiume della Palestina/Israele, il Giordano. Dunque, va da sé che i 12.800 chilometri quadrati di deserto sarebbero totalmente inutili ad Israele se non fosse stato possibile prelevare l’acqua del fiume, attraverso delle speciali condutture che ne deviano il corso. Come si vedrà in seguito, la volontà di deviare il flusso naturale del fiume acuirà il conflitto in Medio Oriente e, nel tempo, si scateneranno delle guerre che possiamo catalogare a ragione come “guerre per l’acqua”.

3.1. Percorso geografico che segue il letto del Giordano

Nasce dal monte Hermon, a 2700 metri d’altitudine nella catena montuosa dell’anti Libano al confine tra Siria e Libano, è lungo 320 chilometri e raggiunge le Alture del Golan da dove riscende arricchito da tre affluenti, il Dan, l’Hasbani e il Baniyas.

Solo il Dan è nello Stato israeliano sin dalla sua fondazione, l’Hasbani si trova in Libano e il Baniyas nel territorio siro-giordano che Israele strappò nel 1967.

Ingrossato da questi tre fiumi, il Giordano forma il bacino minore dell’Huleh e dunque sfocia nel lago Tiberiade; da qui riprende il suo percorso, ancora una volta arricchito da tre affluenti, l’Hared, lo Yabis e il più grande Yarmuk, fino a disperdersi nel caldo e salatissimo Mar Morto. Nel corso del tragitto, sono operati ingenti prelievi e ciò spiega perché soltanto 1850 milioni di metri cubi annui si riversano nel Mar Morto.

Il suo bacino forma un gran sistema idrico che si estende dalla Turchia asiatica del sud fino all’Africa nord-orientale e include la valle di Beqaa in Libano, il Mar di Galilea (lago di Tiberiade), la valle del Giordano e il Mar Morto. Nonostante l’unitarietà geologica, il bacino è politicamente e geograficamente diviso tra quattro Stati: Siria, Libano, Israele, Giordania e dall’Autorità Palestinese in Cisgiordania (Mattera, 1994).

La vera ricchezza del fiume è racchiusa nella parte alta, “Alto Giordano”, sia perché esso è lì al massimo della propria potenza sia perché non è stato ancora corrotto dall’alta salinità del Mar Morto che ne rende l’acqua inutilizzabile ma anche perchè solo nella parte alta è possibile usare “l’arma” della deviazione del letto del fiume contro gli Stati che si trovano in posizione inferiore, i downstreamers.

Cartina I: Il fiume Giordano ed i suoi affluenti.

Palestina- Fiume Giordano e affluenti

Palestina- Fiume Giordano e affluenti

3.2. Necessità e bisogni a confronto

Attualmente, il problema legato all’insufficienza idrica in Medio Oriente è gestito e percepito in maniera diversa dai paesi coinvolti, Israele, Palestina (Gaza e Cisgiordania) e Giordania. Nel dettaglio:

Israele è per lo più preoccupato di non far subire contraccolpi pesanti al proprio apparato industriale, qualora fosse costretto a limitare l’utilizzo dell’acqua dolce; questi eventuali contraccolpi andrebbero a ritorcersi sulla crescita economica del paese; infatti, il problema derivante da un minore utilizzo dell’acqua resterebbe puramente economico, perché lo Stato ebraico gode di sufficiente quantità d’acqua per la propria agricoltura e per i bisogni dei propri abitanti che non avvertono affatto la drammaticità della situazione o un’imminente penuria idrica.

L’agricoltura israeliana è intensiva: dal 1948 ad oggi, sono stati piantati oltre 200 mila unità d’alberi e, di conseguenza, è aumentata la flora sul territorio del 6,5% (compresa quella delle aree desertiche, ma il principale problema provocato da tale irrigazione continua è, come vedremo, l’accumulo di sali negli strati superiori del terreno che possono ostacolare o impedire la crescita delle piante e/o diminuire la fertilità.

Dunque, come vedremo in un successivo paragrafo, lo Stato ebraico comincia a prendere delle serie contromisure per limitare lo sfruttamento eccessivo d’acqua dolce ed eventualmente poter riuscire a riciclare quella adoperata per l’agricoltura e per l’industria attraverso la moderna tecnica di rigenerazione delle acque reflue. Questo sia per il rischio legato all’aumento della salinità in terre fertili sia per quello relativo all’impoverimento delle falde acquifere, sia infine per quello legato all’inquinamento da pesticidi e fertilizzanti.

La Palestina (Cisgiordania e Gaza), al contrario, non si preoccupa che l’industria o che la crescita economica possano risentire della mancanza d’acqua, bensì della sua disperata condizione di semi assetamento a causa della quale non è possibile coltivare le terre ed, ancora peggio, soddisfare le esigenze vitali dei propri abitanti.

Amnesty International ha recentemente accusato Israele di negare ai palestinesi il diritto ad un adeguato accesso all’acqua, poiché mantiene il controllo incondizionato e totale delle risorse idriche e mette in atto politiche discriminatorie, concepite per limitare la disponibilità d’acqua e impedire lo sviluppo nei Territori palestinesi occupati. Donatella Rovera, ricercatrice di Amnesty International, ha dichiarato: “Israele consente ai palestinesi di accedere solamente a una piccola parte delle risorse idriche comuni che si trovano per la maggior parte nella Cisgiordania occupata, dove invece gli insediamenti illegali dei coloni ricevono forniture praticamente illimitate”.

Sempre secondo Amnesty International, se il consumo giornaliero di acqua dei palestinesi raggiunge a stento i 70 litri a persona quello degli israeliani è superiore a 300 litri, quattro volte di più. Anzi, in alcune aree rurali, i palestinesi sopravvivono con solamente 20 litri al giorno, cioè la quantità minima raccomandata per uso domestico in situazioni di emergenza. Circa 180.000/200.000 palestinesi che vivono in comunità rurali non hanno accesso all’acqua corrente e l’esercito israeliano spesso impedisce loro anche di raccogliere quella piovana, che i palestinesi raccattano adoperando delle piccole cisterne posizionate sopra i tetti delle case. Al contrario, i coloni israeliani che vivono in Cisgiordania hanno fattorie con irrigazioni intensive, giardini ben curati e piscine.

Fig. I: Piscina e vasca di raccolta.

piscina e vasca di raccolta

piscina e vasca di raccolta

2 piscina e vasca raccolta

Sopra:a sinistra una piscina all’interno delle colonie israeliane; al centro, una riserva d’acqua rimasta vuota a Jiftlik, un villaggio palestinese nella Valle del Giordano occupata, i cui residenti dipendono dall’agricoltura ma incontrano crescenti limiti all’accesso all’acqua.

FotoAmnesty International tratta dal documento consultabile on line: Sete di Giustizia. Le limitazioni d’accesso all’acqua per i palestinesi, http//www.amnesty.international.it.

Nella Striscia di Gaza la situazione è peggiore a quella della Cisgiordania. La falda acquifera della Striscia fa parte, da quando fu occupata nel 1967, della falda costiera d’Israele; di conseguenza il rifornimento idrico a Gaza dipende totalmente dalla generosità dello Stato ebraico. Gaza vanta purtroppo una drammatica situazione idrica; infatti, a causa dell’aridità del suolo, soltanto il 13% dei terreni è coltivabile e la piovosità ha una bassa media annua che varia da 150 millimetri a 400 millimetri, media che addirittura peggiora nel Sud della Striscia. Non essendoci fiumi permanenti, ma solo wadi, cioè letti naturali che permettono la nascita di corsi d’acqua temporanei, l’approvvigionamento idrico dipende in massima misura dalle piogge. Inoltre, a causa dei rigorosi divieti, controlli e posti di blocco imposti negli ultimi anni dal governo israeliano, preoccupato di eventuali ritorsioni terroristiche arabo-palestinesi, si rallenta fortemente alle frontiere l’arrivo di beni necessari per la sopravvivenza della popolazione, comprese le cisterne d’acqua trasportate dai camion. Per far fronte alla carenza d’acqua e alla mancanza di impianti di distribuzione, molti palestinesi sono dunque costretti ad acquistarla dalle cisterne mobili i cui corrieri, obbligati ad allungare il percorso per evitare i posti di blocco, aumentano necessariamente il costo dell’acqua alla popolazione dell’intera Striscia per recuperare le spese derivanti da un maggior consumo di carburante.

In Giordania, il territorio prevalentemente desertico determina una scarsa presenza di vegetazione e il principale problema di tale regione è proprio quello relativo alla carenza idrica; il territorio giordano è infatti particolarmente arido e la poca acqua disponibile è per lo più impiegata in agricoltura. La scarsità di terreni coltivabili e l’aridità del paese limitano molto la produzione agricola; infatti, solo il 4,5% del territorio è coltivabile e solo una piccola percentuale dei terreni coltivati è irrigata. Tale situazione si è venuta a creare a causa dell’atteggiamento negativo d’Israele che, imponendo il proprio diktat, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni e successiva occupazione delle Alture del Golan nel ’67, ha ridotto notevolmente la disponibilità d’acqua dolce alla Giordania e peggiorato quindi le condizioni del paese. Il flusso del Giordano che può essere utilizzato dal Paese è molto limitato; infatti, i prelievi massicci da parte di Israele, riducono la portata del fiume e lo rendono oltremodo salino, tale da non poter essere impiegato in agricoltura; pertanto la principale fonte di risorse idriche è costituita dall’affluente Yarmouk che rappresenta il 40% delle acque di superficie (Ferragina 2002). Dunque, è lecito a questo punto chiedersi com’è possibile che lo Stato sul quale scorre buona parte del fiume più importante e grande del Medio Oriente sia ridotto in condizioni tali da non poter soddisfare neanche la domanda alimentare e coltivare le proprie terre? La risposta è in parte rintracciabile nella perdita di territori importanti per le coltivazioni che, a sua volta, ha determinato un forte calo della percentuale dei lavoratori impiegati nel settore, passata dal 37% del 1965 al 6% del 1993. La zona occidentale, prima del conflitto con Israele, garantiva serenamente il 25% del grano, il 70% della frutta e il 40% degli ortaggi per il paese, e contemporaneamente anche l’industrializzazione, avviata su piccola scala all’inizio degli anni Sessanta, raggiungeva un buon livello di sviluppo (Fonte: Dossier di Legambiente). Tuttavia, la perdita di questa zona ricca d’acqua ha comportato per la Giordania anche la diminuzione di circa un quinto delle attività industriali.

Alla luce di quanto sinora detto, è chiaro che la situazione in questi Paesi mediorientali poveri è costantemente stressata dal pensiero che non vi sia acqua sufficiente ed è chiaro che la conseguenza diretta di tale insufficienza possa compromettere ulteriormente le già stentate condizioni della popolazione. Non è dunque contraddittorio pensare che qualsiasi negoziato di pace tra l’Autorità Palestinese e lo Stato d’Israele, oltre a concentrarsi su aspetti di natura politica e territoriale, deve necessariamente tener conto dell’impari accesso alle risorse idriche che i palestinesi (Cisgiordania e Gaza) e i giordani subiscono per volere israeliano; infatti lo Stato ebraico nega il diritto all’acqua, lo stesso per cui ha lottato, a popolazioni arabe che invece ne godevano serenamente, prima che Israele s’impadronisse attraverso l’uso della forza di tutte le risorse idriche della regione.

3.3. Progetti di diversione fluviale in Palestina: come nascono le guerre per l’acqua

Già nel 1919, Chaim Weizman (sionista, politico e chimico israeliano nei primi anni della nascita dello Stato d’Israele) scrisse al primo ministro inglese Lloyd George che “il futuro economico della Palestina, nel suo complesso, dipende dal suo approvvigionamento d’acqua per l’irrigazione e per la produzione di energia elettrica”. Sin da allora, infatti, si ambiva ad inglobare nel futuro Stato, oltre alla Palestina, il Golan, i Monti Ermon in Siria, il Sud del Libano con il suo fiume Litani e la riva Est del fiume Giordano.

I motivi principali che da sempre sono causa dell’inadeguatezza delle risorse idriche in Palestina dipendono da diversi fattori:

  1. Le limitate precipitazioni che si concentrano in brevi periodo dell’anno.

  2. Il clima particolarmente caldo, complice dell’evaporazione delle acque superficiali.

  3. La particolare disposizione montuosa dalla quale nascono i grandi fiumi e gli affluenti minori che è purtroppo concentrata solo in una parte del paese.

Arrivati in Palestina sin dai primi anni del’900, gli ebrei delle prime aliyà, impegnati nella costruzione dei primi insediamenti, dovettero da subito affrontare il problema legato alla scarsità d’acqua dolce.

Più industrializzati e tecnologicamente più evoluti degli antagonisti arabi, elaborarono nuove strategie per poter impiegare al meglio l’acqua del fiume Giordano; infatti, nel 1926, l’Organizzazione sionista fondò una compagnia elettrica che riuscì nell’impresa di poter deviare parte dei corsi d’acqua del fiume Giordano e del suo affluente maggiore Yarmuk verso un lago artificiale, al fine di produrre energia idroelettrica.

Gli arabi non accettarono mai i tentativi dei nuovi venuti di avvantaggiarsi di parte delle risorse idriche e, fin da allora, la battaglia per l’acqua è stata giocata senza esclusione di colpi tra tutti gli Stati rivieraschi, diventando una tra le cause primarie dei conflitti in Medio Oriente. Le ostilità riguardo al fiume Giordano derivano soprattutto dal forte gap tecnologico tra Israele e gli Stati arabi che a loro volta hanno sempre accusato lo Stato ebraico di sottrazione d’acqua impropria, eccessiva ed ingiusta, ovvero di “over pumping”.

Nei fatti, i primi veri scontri per l’acqua tra arabi ed ebrei ebbero inizio nel ’53, quando Israele istituì il National Water Carrier Project, cioè il piano per la costruzione di una conduttura idrica sotterranea lunga 130 chilometri che doveva far arrivare l’acqua del fiume Giordano fino al deserto del Negev, al fine di “farlo fiorire”; questo piano andava a completare i due progetti precedenti che, come vedremo, portavano il nome degli ingegneri che li avevano preparati: Lowdermilk e Hayes.

Per realizzare tali imprese era però necessario deviare il corso naturale del fiume Giordano e parte del suo affluente Yarmouk, limitando parecchio l’uso delle risorse idriche ai nativi arabi.

Pertanto, questo progetto da 150 milioni di dollari, che ha richiesto dieci anni di lavori per essere ultimato e che ha cominciato le proprie azioni di pompaggio nel 1964, incontrò da subito la ferma opposizione da parte dei paesi arabi confinanti che vedevano in esso due minacce: la prima, che la deviazione del fiume avrebbe penalizzato non poco la loro agricoltura; la seconda, che avrebbe accresciuto notevolmente le potenzialità economico-industriali israeliane e con esse la capacità d’Israele di assorbire nuove ondate migratorie.

Di conseguenza, una volta cominciate le operazioni di pompaggio israeliane, la Siria e la Giordania intrapresero, sempre nel 1964, la costruzione di dighe sullo Yarmouk e la deviazione dell’affluente minore del Giordano, il Baniyas, col fine di poter trattenere l’acqua a monte del Lago di Tiberiade (da una posizione upstreamer) e cercare così d’impedire ad Israele di prelevarla per primo. Israele condannerà l’atteggiamento siro-giordano e bombarderà i lavori, da poco cominciati, di diversione dell’affluente del fiume Giordano, il Baniyas.

Da quanto detto sinora, si comprende come il fiume Giordano sia la risorsa acquifera superficiale più importante in Terra Santa: da questo dipendono i bisogni primari delle popolazioni residenti, l’irrigazione delle colture, ed anche il grado di sviluppo industriale poiché le industrie, nei contesti societari attuali, hanno molto più bisogno d’acqua di quanto non si immagini. Si pensi ad esempio che servono 10 litri d’acqua per produrre un litro di benzina o addirittura 100.000 litri d’acqua per produrre una tonnellata di alluminio (fonte: associazione H2o, http://www.h2o.it). Di conseguenza, dato che una delle aspirazioni sioniste è stata sempre quella di poter concepire un’entità statale moderna in Palestina, una delle primissime strategie di fondo, del futuro Stato israeliano, fu quella di risolvere la questione idrica attraverso i cosiddetti piani per lo sviluppo del bacino del Giordano.

3.3.1. Il Piano Lowdermilk

Piano che prende il nome dall’ingegnere idraulico che lo pianificò nel 1944 e che ambisce alla gestione delle acque del Giordano simile a quella americana nel bacino della Tennessee Valley.

Anche in Israele, come negli Usa, la gestione del bacino sarebbe servita per lo sviluppo dell’apparato industriale, per l’incremento della produzione di energia elettrica e per garantire lavoro e standard dignitosi di vita ad eventuali nuove immigrati ebrei; tuttavia, gli elevati costi per la realizzazione e la difficile situazione politico-militare, alle soglie del primo conflitto arabo-israeliano, non portarono al compimento di quest’ultimo che tra le altre cose prevedeva l’utilizzo e la deviazione delle acque dell’affluente del Giordano Yarmuk, da sempre controllate dalla Siria e dalla Giordania, e del fiume libanese Litani, il che rappresentò ulteriori ostacoli.

3.3.2. Il Piano Hayes

Questo nuovo Piano del 1948 può essere considerato come la prosecuzione del precedente e non attuato Lowdermilk. L’intelligence sionista, sempre più motivata ad investire ingenti capitali per la costruzione di un apparato idrogeologico, sia per poter aumentare la produzione di energia elettrica sia per poter far giungere l’acqua nel deserto del Negev e quindi aumentare la produzione agricola, credeva fosse giunto il momento per chiedere la collaborazione ad uno degli ingegneri americani direttamente coinvolti nella realizzazione della precedentemente menzionata T.V.A. (Tennesse Valley Authority); l’ingegnere Hayes appunto.

Anche quest’ultimo non seppe proporre progetti alternativi, poiché l’unico modo per incrementare la portata del Giordano e la capacità del lago di Tiberiade, al fine di poterlo utilizzare come una diga naturale, era anche in questo caso quello di deviare i corsi d’acqua dello Yarmouk che, com’è facile prevedere, sarebbe stata una valida ragione di scontro con le nazioni arabe rivierasche.

Nello specifico, il progetto aspirava a deviare metà della portata dell’affluente Yarmouk nel lago di Tiberiade per recuperare l’eventuale perdita del fiume Giordano contemporaneamente deviato, sempre per volere ebraico, verso il deserto del Negev a discapito della popolazione araba (siriani, trans giordani e giordani) da millenni là risiedente.

Ma i tempi per la deviazione del fiume Giordano e per la realizzazione di quell’opera idrico-ingegneristica, che passerà alla storia come National Water Carrier Project e che sarà in grado di far letteralmente “fiorire il deserto”, si dimostreranno maturi solo alla vigilia della famigerata Risoluzione di spartizione 181 della Palestina, che terrà conto di assegnare al nascente Stato ebraico non solo una maggiore fetta di terra (per l’esattezza il 56% ad una popolazione ebraica residente che rappresentava appena il 7% totale sul territorio complessivo), ma anche quei punti strategici che permetteranno di poter avere uno sbocco diretto sulle risorse idriche d’acqua dolce del paese in posizione di upstreamer; tanto è vero che l’allora presidente dell’Organizzazione mondiale sionista, Chaim Weizman, si complimentò con coloro i quali si premurarono di elaborare i piani della spartizione poiché, in base ai confini stabiliti, notava compiaciuto che avessero ben preso in considerazione i precedenti progetti di raccolta idrica Lowdermilk e Hayes. Nel tempo, il National Water Carrier Project (la cui inaugurazione risale al 1964) otterrà sempre maggiori successi e traguardi, costruendo un sofisticato sistema di pozzi, canali, tunnel, grazie ai quali trasportare l’acqua del Giordano in tutti i centri abitati del paese e da dove poi dirigerla verso le colture e le industrie. Il N.W.C.P. trasporta quindi acqua dolce per distanze che vanno fino a 130 chilometri, riuscendo a soddisfare i bisogni dell’intero Stato d’Israele. In sintesi è così organizzato: la pompa principale si trova nel Lago di Tiberiade, da qui l’acqua viene smistata verso la capitale Tel Aviv che a propria volta mette a disposizione i tre acquedotti principali, uno diretto verso Est, uno verso Ovest e uno direttamente indirizzato sulla città (Mattera 1995).

3.3.3. Il Piano Johnstone la contromossa siro-giordana

Non è un caso che il primo conflitto arabo-israeliano (1948) scoppierà lungo le rive del Giordano. Le motivazioni dei due fronti sono ovviamente opposte, e nello specifico:

Quella araba sosteneva che le acque non dovevano subire alcuna deviazione ma dovevano continuare a rendere fertili le terre dalla Valle del Giordano; quella israeliana che insisteva invece nella costruzione di un grande impianto idrico sotterraneo e di deviazione del corso del fiume Giordano che raggiungesse il deserto del Negev.

Quindi, nel 1953, a cinque anni dalla Prima Guerra arabo palestinese-israeliana, gli attriti relativi alla risorsa acqua, sorti in seguito alla progettazione israeliana dei piani (Lowermilk, Hayes), coinvolsero l’intervento degli Usa i quali si premurarono di inviare un emissario del presidente Eisenhower sul luogo; Johnston Eric. Secondo lo storico Hadawi Sami, quando Johnston raggiunse il Medio Oriente, non aveva con sé un piano o un progetto idrico da offrire, bensì una proposta su ciò che in linea di massima poteva essere fatto per negoziare l’accesso alle risorse idriche tra ebrei ed arabi; questo aspetto è sottolineato in quanto lo Stato ebraico aveva più volte sostenuto che il progetto di deviazione del Giordano fosse conforme al ‘fantasmatico’ “Piano Johnston”.

Costui presentò un’idea denominata Unifield Development of Water Resources per cercare di trovare una soluzione accettabile al problema che fu tuttavia rifiutata sia dai paesi arabi coinvolti sia da Israele. Nei fatti, proponeva che il 60% delle acque andasse al Libano, alla Siria e alla Giordania mentre il restante 40% fosse destinato interamente ad Israele.

Gli arabi non lo accettarono in quanto quest’accordo incorporava l’implicito riconoscimento dello Stato israeliano, ancora a 5 anni dalla sua nascita, e quindi ignorava completamente la natura “politica” del problema; mentre gli israeliani non lo accettarono perché prevedeva una minore possibilità di consumo d’acqua rispetto alle loro pretese/esigenze, ed in particolare la condivisione del fiume libanese Litani.

In breve, la “Proposta Johnston” considerava le già menzionate entità politico-territoriali della zona come semplici aree rivierasche che avrebbero dovuto mettere in comune le proprie risorse idriche indipendentemente dalla difficile situazione geopolitica del tempo; gli arabi, dal canto loro, non persero occasione nell’affermare che, risolvendo la questione idrica israeliana dalle alture del Golan (dove nasce il fiume Giordano) fino al deserto del Negev, si sarebbe facilitato l’ingresso di parecchi milioni di nuovi coloni ebrei a discapito dell’imminente questione palestinese e conseguente rimpatrio, questione che, da appena cinque anni, si era energicamente imposta sul panorama geo-politico medio orientale. Pertanto, già nel 1949 una speciale Missione Economica di Studio dell’O.N.U. dichiarò inattuabile la spartizione delle acque del Giordano fra Israele e Stati arabi, senza aver prima risolto il problema palestinese nella propria totalità; infatti: “Senza un accordo di pace fra Israele e Stati limitrofi sulle questioni fondamentali del rimpatrio e dell’indennizzo dei profughi arabi e dei confini territoriali, è irrealistico immaginare che le parti possano negoziare un accordo sulla complessa questione dei diritti internazionali sulle acque… Qualunque promessa possa contenere il pieno sviluppo del sistema del Giordano per il miglioramento delle condizioni di vita e della produttività economica del Medio Oriente. Questo deve attendere che vi sia il desiderio reciproco di produrre e di spartirsi i benefici derivanti dall’impiego migliore di acque che attualmente non sono utilizzabili da nessuna delle parti. L’assistenza edile, tecnica e finanziaria per la soluzione di questo problema presuppone l’esistenza di un clima di pace e di collaborazione prima che uomini e denaro possano essere impiegati per lo sviluppo del sistema del Giordano nel suo complesso”.

È chiaro quindi che la guerra per l’acqua (e non solo per il territorio) in Medio Oriente si preannunciava sin dal 1953 e che l’alone latente del conflitto idrico proseguì ininterrottamente per tutto il decennio fino alla realizzazione ed inaugurazione del sistema idrico israeliano National Water Carrier Project nel 1964.

Tuttavia, a seguito della realizzazione del Progetto, le vicine Giordania e Siria, preoccupate dalla diversione del fiume, avviarono il piano elaborato dagli ingegneri giordani e americani Ionides-MC Donald, che sarebbe stato costruito anche con finanziamenti americani ed europei oltre che arabi, per prolungare un canale d’irrigazione dal fiume Yarmouk verso Sud: l’East Ghor Canal.

Il progetto dell’East Ghor Canal faceva parte di un accordo siro-giordano del Giugno del ‘53 i cui lavori cominciarono nel ’58.

In base a questo si sarebbe costruito anche in Siria e Giordania un canale d’irrigazione principale, lungo 70 chilometri, che avrebbe avuto lo scopo di prelevare acqua dal fiume Yarmouk; inoltre, il progetto ambiva alla realizzazione di serbatoi per la raccolta d’acqua piovana da investire nella produzione di energia idroelettrica per i due paesi.

Scopi finali dell’East Ghor Project saranno quelli d’estendere l’agricoltura irrigua attraverso la diversione dell’affluente minore Baniyas (opera che resterà incompiuta a causa della ferma opposizione israeliana) e di aumentare la produzione d’energia idroelettrica, attraverso la costruzione di dighe e quindi garantire nuovi posti di lavoro. Tuttavia l’East Ghor Project è un progetto attuato solo per metà, infatti, gli arabi sono riusciti a costruire solamente le dighe a loro necessarie tra il ’58 e il ’63, diga di Mukheiba e diga di Maqarin, ma non sono riusciti a completare il progetto di diversione del fiume in quanto fermati dagli israeliani che non accettarono dal primo momento la loro iniziativa, tanto è vero che, nel 1964, bombarderanno le prime installazioni di diversione del Baniyas, ponendo così le basi per la Guerra Dei Sei Giorni del 1967; infatti, le grandi dighe sono costruite per deviare l’acqua dei fiumi dal loro corso naturale, alterarne il percorso significa però modificare allo stesso tempo i modelli di distribuzione acquiferi in un bacino. Questo ‘spostamento’ il più delle volte provoca conflitti tra i paesi rivieraschi che, degenerando, crea un clima di tensione e scontri immediati.

Fig II: Un tratto dell’East Ghor siro-giordano.

East Ghor siro giordano

East Ghor siro giordano

3.4. Il Terzo Conflitto arabo-israeliano in relazione al controllo delle acque

Solitamente si è crede che la data ufficiale dello scoppio della Guerra dei Sei Giorni, o Terzo Conflitto arabo-israeliano, sia il 5 giugno del ’67. Questa è la data ufficiale ma, in realtà, le basi per lo scontro risalgono al 1964, ovvero anno in cui lo Stato ebraico decide di ostacolare l’iniziativa siro-giordana di deviazione del Baniyas e di costruire dei bacini idrici. Durante il Summit del Cairo nel ’64, infatti, questi due paesi arabi decisero di deviare i corsi d’acqua degli affluenti del Giordano, Hasbani e Banyas, verso il più grande Yarmuk, in risposta all’inaugurazione del National Water Carrier israeliano; la risposta ebraica non si fece attendere, tanto è vero che lo Stato d’Israele dichiarò sin da subito che la diversione di questi fiumi avrebbe ridotto la portata del Giordano e quindi la capacità di prelievo per lo Stato israeliano del 35%. Pertanto le prime installazioni arabe furono bombardate. Con tale azione si posero le basi per il Terzo Conflitto arabo-israeliano, considerato il conflitto dell’acqua per eccellenza (Coppola e Ferragina 1997). In effetti, la guerra si scatenò nel ’67 ma sulla base di altri motivi, noti alla storiografia ufficiale. Secondo le ricostruzioni più accreditate, fu proprio l’atteggiamento provocatorio del presidente egiziano Nasser, indiscusso leader del panarabismo e fautore della lotta per la liberazione della Palestina che, schierando le proprie truppe nella zona del Sinai al confine con Israele, portò alla reazione israeliana. Gli ebrei, probabilmente preparati allo scontro, presero in contropiede la provocazione egiziana ed eseguirono a regola d’arte una guerra lampo grazie alla quale riuscivano a vincere il combattimento contro gli eserciti arabi coinvolti e tra loro alleati (egiziano, giordano e siriano) nel giro di “Sei Giorni”, conquistando quelle aree che, nel Primo Conflitto del ’48, non erano stati in grado di annettere, cioè Gerusalemme est e la Cisgiordania. Per questo motivo, il Terzo Conflitto arabo-israeliano del 1967 è tutt’ora noto alla memoria storica come Guerra dei Sei Giorni. Il successo territoriale israeliano non si limitò solamente ai luoghi appena citati ma, battendo l’Egitto, Israele annetteva di fatto anche la Striscia di Gaza; mentre, vincendo sulla Siria, s’impadroniva anche delle Alture del Golan, da sempre d’importanza fondamentale per quel che riguardava la gestione idrica del preziosissimo fiume Giordano; delle falde acquifere della Giudea e della Samaria, in Cisgiordania (che assicurano circa 850 milioni di metri cubi d’acqua all’anno); infine, degli affluenti libanesi del fiume Giordano Litani e Hasbani. Sul fronte degli sconfitti la Giordania fu, come abbiamo visto, il paese rivierasco che subì le conseguenze più gravi; infatti, perdendo la Cisgiordania perse 1/3 dei suoi territori agricoli migliori. Da allora, la popolazione araba della West Bank (Cisgiordania) è interamente dipendente dalle acque sorgive e dalle falde acquifere gestite dal vincente Stato ebraico; quindi, può utilizzare solo una piccola percentuale del totale per i propri bisogni.

3.4.1. Limitazioni, conseguenze ed iniziative consecutive alla guerra del ‘67

Con le leggi e le ordinanze militari introdotte da Israele a seguito della vittoria ottenuta nel Terzo Conflitto del ’67, le quali sono attualmente in vigore, l’acqua diventa una proprietà pubblica, inclusi i pozzi e le sorgenti private. Apparentemente questo cambiamento legislativo riguardo alle risorse idriche, che da private divengono pubbliche, dato che la Palestina dei tempi del Mandato era una sorta di feudo dove i proprietari terrieri arabi erano allo stesso tempo titolari delle risorse idriche presenti nelle loro terre, potrebbe sembrare favorevole anche alle esigenze arabo-palestinesi, ma in realtà consente allo Stato d’Israele di potersi appropriare legalmente delle risorse idriche che da private, quindi palestinesi, diventano pubbliche, cioè appartenenti allo Stato d’Israele, attraverso la colonizzazione delle terre. Colonizzare legalmente più terre possibili è stato attuabile anche grazie a quell’astuta legge israeliana, “Legge sugli Assenti” che, con il pretesto della sicurezza, proclama ‘zone particolari’ quelle aree abbandonate dai palestinesi durante i conflitti più sanguinosi (’48-’67) e ,successivamente, permette allo Stato ebraico di prenderne possesso. Questi conflitti hanno naturalmente spinto molti contadini ad abbandonare la propria terra, con la conseguenza di perdere il lavoro, per spostarsi verso le città e a vivere alla giornata in Israele. Tale provvedimento ha incrementato notevolmente il numero dei pozzi disponibili che, prima di subire la “catastrofe” del 1948, erano stati utilizzati dai nativi palestinesi. Nel tempo, questo espediente ha negato al popolo palestinese la possibilità di poter sviluppare un efficace ed autonomo sistema idrico, in quanto, in caso di assenti, si è sempre preferito assegnare pozzi e risorse ai nuovi coloni ebrei che ripopolavano la Terra Santa. In sintesi, secondo le leggi applicate dall’amministrazione israeliana, la terra abbandonata o non coltivata dai palestinesi può essere confiscata. Tutto ciò potrebbe far sorgere il dubbio che le politiche idriche israeliane siano state elaborate in modo tale da innescare un lento e continuo processo di appropriazione della terra e dell’acqua palestinese. Inoltre, mentre le colonie in Cisgiordania sono capaci di irrigare circa il 70% della loro terra coltivabile, proporzione che è persino più alta che nello stesso Israele, non più del 5-6% della terra palestinese in Cisgiordania è irrigata.

A seguito del conflitto, Israele imporrà il proprio regolamento sull’uso dell’acqua a discapito dei palestinesi (in Cisgiordania e a Gaza) e dei paesi arabi coinvolti con un’ordinanza militare del 30 ottobre del 1967, in base alla quale sarà stabilito:

1. Il divieto di scavo di nuovi pozzi che sottopone tale intervento ad un preventivo permesso da parte dell’autorità militare accordato sporadicamente ed esclusivamente al settore domestico.

2. Il divieto di pompare acqua lungo la dorsale montuosa al di sotto della quale si trova la più importante falda acquifera sotterranea della Cisgiordania, la Yarqon-Tanimin, che si estende in direzione Nord-Sud lungo le colline occidentali della West Bank.

3. Il divieto di ripristinare pozzi già esistenti e/o localizzati in prossimità di quelli israeliani.

Questo il testo originale: “Nessuno è autorizzato a possedere, costruire o amministrare un impianto idrico fino a nuovo ordine ufficiale. È possibile negare il permesso ad un richiedente, revocare o modificare una licenza, senza fornire spiegazioni. Le autorità interessate possono perquisire e confiscare eventuali risorse idriche non autorizzate anche se il proprietario non è stato sottoposto a reclusione”.

Le zone conquistate durante la Guerra dei Sei Giorni fanno ancora oggi parte, eccetto la striscia di Gaza, dei cosiddetti Territori Occupati; ulteriore prova di quest’occupazione è l’esistenza della Risoluzione O.N.U. n°242, formulata immediatamente dopo il conflitto, in base alla quale si approvava: “l’inammissibilità dell’acquisizione dei territori per mezzo della guerra e si auspicava l’instaurazione di una pace giusta e duratura in Medio Oriente, che si sarebbe dovuta raggiungere attraverso due condizioni essenziali: il ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati in seguito al recente conflitto e il rispetto e il riconoscimento della sovranità, integrità territoriale ed indipendenza politica di tutti gli Stati della regione e del loro diritto di vivere in pace all’interno di frontiere sicure e riconosciute”.

Ma la guerra dei Sei Giorni ambì effettivamente all’occupazione delle risorse di acqua dolce delle Alture del Golan, del lago Tiberiade, del fiume Giordano e della Cisgiordania. La creazione stessa d’Israele si basava sull’impegno ad assicurarsi in futuro l’acqua: ”È necessario che le fonti d’acqua dalle quali dipende il futuro della terra, non si trovino all’esterno della futura patria degli ebrei, per questo abbiamo sempre voluto che la terra d’Israele includesse le sponde meridionali del fiume Litani, le sorgenti del Giordano e la regione di Hauran dalla sorgente di El Auja a Sud di Damasco”.

Secondo stime recenti, in seguito all’occupazione israeliana della Cisgiordania del 1967, la Giordania ha perso il controllo dei corsi d’acqua della riva occidentale del Giordano (la West Bank), riducendo così la sua disponibilità complessiva di 140 milioni di metri cubi e perciò, di conseguenza, le risorse superficiali totali di quest’area ammonterebbero oggi a soli 568 milioni di metri cubi e, cioè, una disponibilità assai modesta se si considera la mancanza di punti di stoccaggio (dighe) sul territorio, indispensabili per immagazzinare le acque durante il periodo invernale e per ridurre i contraccolpi delle fasi di siccità cui va incontro quest’area (Coppola, Ferragina, 1997). Per potersi sottrarre ad un cronico e crescente deficit idrico, la Giordania dovrebbe disporre quantomeno di un bacino di stoccaggio per le acque dello Yarmouk.

L’idea di un bacino artificiale di stoccaggio acquifero, fa effettivamente parte di un altro progetto concordato tra Giordania e Siria, fissato il 3 Settembre del 1987. A seguito di quest’accordo si sarebbe effettuata la costruzione della diga de “l’Unità”, grazie alla quale la Giordania avrebbe concesso il 75% di energia prodotta, in cambio dell’accesso ad una quota addizionale di circa 75 milioni di metri cubici d’acqua. Ma la ferma opposizione da parte israeliana ha rallentato notevolmente i lavori, tale da mantenerli da allora in una fase di stallo nonostante l’elargizione di fondi americani ed europei. Solo Israele si è quindi opposto allo stanziamento della somma pattuita dichiarandosi contrario, in quanto, così facendo, si poteva provocare l’abbassamento del livello del Mar Morto ed un aumento della salinità del Giordano e del lago di Tiberiade. I negoziati interrotti quindi durante la guerra del Golfo nel ’90, sono stati ripresi nel 1994, per essere nuovamente abbandonati. Nel 1996 si cercherà di giungere ad un nuovo accordo siro-giordano, relativo alla costruzione della diga ma, anche in quest’occasione, si registrerà la ferma opposizione da parte di Israele che riterrà tale accordo contraddittorio rispetto agli accordi di pace siglati con il regno Hashemita (Giordania) nell’Ottobre del ’94 (Coppola e Ferragina 1997).

3.5. Il nuovo fronte della politica internazionale: l’idro politica

Oggigiorno le leggi nazionali come quelle internazionali riguardanti l’uso ed il consumo dell’acqua, non sono da sole sufficienti per dirimerne i conflitti idro politici che aumentano al diminuire della presenza d’acqua dolce tra i paesi a forte rischio idrico. L’idro politica è “la politica fatta con l’acqua, o meglio riferita all’acqua”, secondo la definizione che ci fornisce René Georges Maury nel saggio “L’Idro politica, un nuovo capitolo della geografia politica ed economica” (1992).

Questa non deve essere scambiata con “la politica delle acque”, che riguarda la corretta gestione o la coordinata programmazione tra risorse (superficiali o sotterranee) ed esigenze (agricole, industriali); bensì, l’idro politica è qualcosa che implica sia l’ampliamento della visione ad altri problemi causati dalla forte pressione sulle risorse idriche sia la presa di coscienza a livello mondiale sull’importanza e protezione di questa risorsa. Sono direttamente correlati al problema idro politico: l’aumento demografico mondiale e, quindi, l’aumento del fabbisogno d’acqua di paese in paese e, infine, la conseguente modernizzazione di certe società che da agricole diventano nuove realtà industriali.

Aspetto importante all’interno dello scenario idro politico è, come abbiamo visto, il caso dello Stato che ha una posizione a monte di un fiume: trattenere le acque in grandi dighe può avere l’effetto positivo di una migliore regolazione dei flussi idrici (evitando il verificarsi di piene disastrose), ma anche gli effetti negativi di, prima di tutto, rendere i paesi rivieraschi a valle estremamente dipendenti da quello a monte che può usare l’arma del ricatto poiché si trova in una posizione privilegiata e, in secondo luogo, quello riguardante il rischio di inondazioni o catastrofi qualora una diga a monte dovesse cedere a causa di gravi eventi naturali o per difetti di progettazione.

Alla luce di ciò, secondo quanto ribadito da Vandana Shiva nel suo saggio “Le guerre dell’acqua” (2002), non esiste nessun documento legale nel Diritto contemporaneo che faccia riferimento alla legge più naturale dell’acqua, la ’Legge del ciclo dell’acqua’, la quale considera l’acqua come un elemento mobile ed itinerante del quale non si può avere un diritto esclusivo di proprietà bensì una proprietà temporanea, transitoria ed usufruttuaria. In realtà, l’introduzione di tecnologie moderne di estrazione ha accresciuto il ruolo dello Stato nella gestione delle acque; infatti, mentre queste tecnologie soppiantano i vecchi sistemi di autogestione, perdono voce in capitolo le ‘strutture democratiche’ di controllo idrico.

Con la globalizzazione e la privatizzazione delle risorse idriche si rafforza pertanto il tentativo di erodere completamente i diritti dei popoli e rimpiazzare la proprietà collettiva con il controllo delle grandi aziende. Il fatto che al di là del mercato esistano individui in carne ed ossa e comunità di persone che hanno bisogni concreti è qualcosa spesso dimenticato nella corsa alla privatizzazione. Attualmente quindi si avanzano pretese in base a strutture artificiali di cemento (dighe) e, su queste strutture, si concentrano le misure legali di protezione. Tale modo di concepire il diritto all’acqua ha spinto diversi Stati (in particolare in Medio Oriente: Turchia, Siria, Egitto, Giordania, Israele) ad intraprendere una ‘gara’ a chi realizza il progetto idraulico più esorbitante in modo da poter imporre il proprio diritto sull’utilizzo dell’acqua, in altre parole più acqua si estrae e si devia mediante progetti monumentali più diritti si possono accampare (Giano, 2005). Nel mondo, il diritto sull’acqua è stato regolato di luogo in luogo e nel tempo, secondo tre principali teorie normative internazionali:

  1. La Dottrina Harmon o Teoria della Sovranità Territoriale del 1896, in base alla quale è sostenuto che gli Stati detengono un diritto esclusivo o sovrano sulle acque che attraversano i loro territori; tali paesi possono usare l’acqua come meglio credono indipendentemente dagli effetti negativi che possono ricadere sugli Stati vicini.

  2. La Dottrina del Flusso Naturale secondo la quale ad ogni Stato, posizionato su un versante inferiore rispetto ad un fiume, spetta comunque il diritto naturale di poter usufruire del corso d’acqua che non deve essere volutamente ostacolato dai paesi posti in posizione superiore. Lo stato posto in posizione up, deve permettere il naturale fluire delle acque fino agli Stati inferiori e deve usare una quantità ‘ragionevole’ d’acqua.

  3. La Teoria dell’Equo Utilizzo, questa prevede un utilizzo delle acque nella misura in cui ciò non provochi un danno apprezzabile ad un altro Stato rivierasco. Non di recente, la Teoria ha ottenuto alla conferenza di Helsinki del 1966 un valido riconoscimento riguardo il ‘ragionevole’ uso di acqua da parte degli Stati. Benché popolare, questa Teoria non è esente da problemi; infatti, l’intoppo principale sta nell’interpretazione stessa del significato dell’espressione ‘ragionevole utilizzo. Il criterio d’assegnazione paritaria usato per risolvere i conflitti non si presta ad un’articolazione precisa: dividere equamente un fiume tra due o più attori non è certo cosa facile.

3.6. Come le tecnologie d’avanguardia permettono di limitare il consumo idrico in Israele

Facendo una valutazione complessiva sulle risorse idriche israeliane, emerge che 2/3 dell’acqua consumata provengono dai territori conquistati nel ’67. Privilegi a parte, anche per lo Stato ebraico la situazione è molto precaria poiché in balia delle fluttuazioni legate ai fattori climatici e ai consumi decisamente maggiori determinati da un sistema industriale assolutamente più evoluto rispetto agli standard della regione. Inoltre, le risorse acquifere principali si trovano nella parte settentrionale e Nord-Orientale del paese ma le aree a forte consumo idrico, urbane, industriali e coltivate, sono per lo più concentrate nella fascia centrale e costiera del paese. Proprio per queste ragioni, Israele ha dovuto da sempre deviare i corsi d’acqua dolce per far fronte alle proprie esigenze e per garantire degli standard dignitosi di vita ai propri cittadini. La principale risorsa di superficie è rappresentata dal corso superiore del fiume Giordano, che soddisfa circa un terzo della domanda idrica complessiva del Paese, ma grande rilevanza rivestono anche le risorse idriche sotterranee che sono pari ai tre quinti del potenziale rinnovabile. Negli anni sono stati anche realizzati punti di stoccaggio per la raccolta delle acque piovane principalmente per evitare di sfruttare troppo le risorse non rinnovabili di falde acquifere sotterranee.

Come gia ricordato, il controllo dell’acqua si presenta come un fattore d’importanza decisiva in grado di garantire contemporaneamente sviluppo economico e condizionamento della vita economica di altri paesi, dunque lo Stato ebraico, al fine di prevenire un impoverimento idrico drastico nella regione, e relative ripercussioni economiche, si è aperto a nuove frontiere tecnologiche grazie alle quali gli è possibile adoperare l’acqua del mare come se fosse acqua dolce, attraverso le tecniche di dissalazione.

Il processo di dissalazione dell’acqua è una pratica parecchio costosa, non convenzionale in altri paesi, ma molto praticata in Israele. Esso rappresenta la nuova sfida che il governo vuole superare al fine di prevenire una difficoltosa crisi idrica, evitando di sfruttare più del necessario le risorse acquifere superficiali e sotterranee. La dissalazione dell’acqua è estremamente importante non solo come fonte idrica aggiuntiva ma anche, e soprattutto, come mezzo per proteggere la qualità dell’ambiente idrico. L’acqua così ottenuta è potenzialmente infinita perché direttamente prelevata dal mare; purtroppo i suoi costi di produzione oscillano tra l’1 e i 2 dollari al metro cubo. Generalmente si usano due processi ben noti e collaudati: quello di osmosi inversa che consente di ottenere acqua dolce a bassa salinità dalle acque salmastre e quello di distillazione che consente di ottenere acqua priva di sali dall’acqua di mare. Il processo di distillazione è il più diffuso anche perchè è molto più semplice: l’acqua del mare è scaldata all’interno di grandi impianti, utilizzando il vapore ad una temperatura vicino ai cento gradi Celsius. Una parte dell’acqua di mare riscaldata evapora e si condensa su tubazioni al cui interno scorre acqua di mare più fredda; l’acqua si condensa sulla superficie di tali tubazioni allo stato puro e pre-riscalda l’acqua di mare che entrerà successivamente nelle camere di evaporazione. Con le tecniche attuali è possibile ottenere acqua dolce con un consumo di calore relativamente basso, usando il vapore a bassa temperatura ottenuto da una grande centrale termoelettrica; si produce in questo modo circa il 2% in meno di elettricità, ma si ottiene un’altra “merce” preziosa, l’acqua dolce. In tutto il mondo, la soluzione più economica per ottenere acqua dolce dal mare per distillazione consiste proprio nell’abbinare gli impianti di distillazione alle grandi centrali termoelettriche che producono in abbondanza vapore a basso costo. Per quanto riguarda il processo di osmosi inversa che permette di ottenere acqua dolce dalle acque salmastre, bisogna comprimere quest’ultime ad una pressione di circa 20-30 atmosfere contro speciali membrane che, sotto tale pressione, lasciano passare acqua dolce ed impediscono il passaggio dei sali. A differenza del sistema di distillazione, che richiede sia calore sia energia elettrica, il processo d’osmosi inversa richiede soltanto energia elettrica. Di non secondaria importanza appare poi la distanza tra le aree di potenziale localizzazione degli impianti e quelle di consumo delle risorse idriche: la dissalazione è conveniente da un punto di vista economico nelle aree periferiche (aventi sbocchi sul mare), i cui costi di allaccio alla rete idrica centrale sarebbero estremamente onerosi; mentre, risulterebbe costosa, per ragioni legate al trasporto, nel caso in cui le aree interessate fossero lontane dal mare (Giano, 2005). Questo è il caso della Giordania dove lo sbocco di Aqaba sul Mar Rosso dista di circa 400 chilometri dalla principale area di consumo (Coppola, Ferragina). I costi da sostenere, sia in termini energetici che in termini di innovazione tecnologica, per la dissalazione rendono necessaria la realizzazione di progetti congiunti a scala regionale. A Gaza, infatti, si sta progettando un impianto che rifornirebbe anche Israele e la Cisgiordania; molto più importante è il progetto israelo- giordano di un canale Mediterraneo- Mar Morto, Twixt Med and Dead, che permetterebbe di alimentare numerosi impianti di dissalazione, utilizzando la pendenza esistente tra le due aree per la produzione di energia elettrica. Infine è fondamentale, ai fini di una razionalizzazione nell’uso delle risorse idriche, il trattamento ed il riutilizzo delle acque reflue, particolarmente indicato nelle aree urbane, dove l’acqua usata già in ambito domestico ed industriale potrebbe essere recuperata e rigenerata per il settore agricolo.

La politica d’incentivazione al riutilizzo è portata avanti gradatamente dallo Stato che diminuisce progressivamente il quantitativo di acque dolci destinate annualmente agli agricoltori di una certa area, mettendo a disposizione un analogo o addirittura superiore quantitativo di acque reflue rigenerate. Gli agricoltori non hanno alternativa: o riducono le aree irrigate o riutilizzano le acque reflue.

Molto efficiente è l’impianto Dan Project. Questo raccoglie i reflui di Tel Aviv e dell’interland, regione di Dan, pari a circa 360.000 m3/giorno, li tratta attraverso un sistema di fanghi attivi nel proprio impianto di depurazione e li invia, una volta disinfettati, ai campi di infiltrazione. In seguito, una serie di pozzi più a Sud provvederà al prelievo delle acque di falda, reflue e dolci mescolate, dove la risorsa presenterà caratteristiche di qualità idonee all’irrigazione, anche grazie all’azione filtrante del terreno. Il sistema di Tel Aviv consentirà così nell’immediato futuro di trasferire a Sud ben 135 Mm3/anno d’acque reflue che sono depurate, infiltrate, e pompate nuovamente dai pozzi; per di più, oltre a ridurre il consumo d’acqua, l’infiltrazione in falda consentirà di diminuire la presenza di sali provenienti dal Mar Morto che, come abbiamo visto, costituiscono una grossa minaccia per il fiume Giordano e rispettivi affluenti. Al momento sono prodotti nel mondo circa 10 milioni di metri cubi d’acqua dolce al giorno in decine di impianti.

Fig. III: Moderno impianto di dissalazione Israeliano.

Impianto di dissalazione israeliano

Impianto di dissalazione israeliano

3.6.1. Tecnologie israeliane e metodi di sopravvivenza palestinesi a confronto

Da una parte c’è il mito sionista di far fiorire il deserto, dall’altra c’è invece un muro che si sta costruendo dal 2002, grazie al quale il governo israeliano ha sia abbattuto le speranze territoriali dei palestinesi sia privato i contadini dei loro pozzi. E’ per questo che durante la festa per la raccolta delle olive, Mohammed, contadino della West Bank, punta il dito alla collina e continua a ripetere “un tempo eravamo pieni di alberi qui, ora non abbiamo neanche un goccio di acqua” (Dossier Amnesty International 2009). Alle parole di Mohammed fanno eco quelle di tanti altri palestinesi, contadini e non, a conferma che il problema dell’acqua colpisce direttamente tutta la popolazione. Secondo un lungo e dettagliato Dossier d’Amnesty International, intitolato Troubled Waters in Palestinians Denied Fair Access to Water, il 10 Marzo del 2009 si è verificato il tipico episodio che provoca molta rabbia e frustrazione; infatti, nei pressi del villaggioal-Farisya che si trova a pochi chilometri a Nord di Jiftlik, un soldato israeliano ha confiscato 1500 litri d’acqua piovana ad un contadino palestinese, dichiarando che l’acqua raccolta in cisterne, in prossimità della stagione piovosa, sia di proprietà dello Stato ebraico: “The army considers the spring water as State property”. La decisione presa dal militare israeliano sembra un vero e proprio abuso di potere, in quanto lo Stato ebraico non ha bisogno di andare a confiscare l’acqua piovana alla povera gente; inoltre, le famiglie palestinesi, sia della West Bank sia di Gaza, proprio per far fronte alla vera emergenza acqua che quotidianamente vivono, riutilizzano almeno per quattro volte l’acqua che riescono a mettere da parte. I metodi più comunemente usati, dopo aver messo da parte quella destinata a mantenerli in vita, consistono nell’utilizzare la stessa l’acqua inizialmente per bollire gli alimenti, poi per lavare i piatti, poi per lavare vestiti e pavimenti, infine, come acqua di scarico per i water. A maggior ragione l’azione del soldato israeliano, prima descritta, s’inserisce in un tipico atto totalmente privo d’umanità e senso, commesso solo per ricordare ulteriormente lo strapotere della potenza israeliana all’abitante arabo. Purtroppo, l’episodio appena raccontato non è l’unico; infatti, l’organizzazione per i Diritti dell’Uomo israeliana B’Tselem racconta molte tristi esperienze, e tra queste, riporterò quella di una vedova, madre di sei piccoli bambini. La donna, oltre a dover convivere con problemi economici, in quanto percepisce una pensione di 1000 Shekels, deve fare i conti anche con la scarsità d’acqua: “la scarsità, d’acqua colpisce tutti gli aspetti di nostra vita”. Nonostante la casa sia collegata idricamente alla Mekorot, agenzia ebraica che dal 1967 gestisce le acque dell’intera regione, l’elevata altitudine della casa, e la bassa pressione all’interno dei tubi, non permettono all’acqua di scorrere dai rubinetti. Pertanto, questa donna si vede costretta a dover acquistare l’acqua necessaria dai camion cisterna. Questa scelta forzata ha il duplice svantaggio di non garantire l’acquisto d’acqua non contaminata (batteri, eccesso di sali, fertilizzanti chimici) e allo stesso tempo di costare di più rispetto alle salatissime tariffe della Mekorot israeliana che, in ogni caso, deve essere pagata.

Altre famiglie, per evitare di bere o dare ai propri figli acqua inquinata e/o di dubbia provenienza, la fanno bollire preventivamente in grandi pentole; purtroppo però non tutti possono permettersi gas a sufficienza o combustibile di qualsiasi natura, ed anche in questo caso per forza di cose si è costretti a cedere. Come dicevamo, la Mekorot gestisce l’acqua del Paese. Il metodo di gestione è ovviamente a netto favore israeliano; infatti, sia per la qualità ed efficienza dei tubi, sia per la pressione dell’acqua, sia per la differente tariffazione adottata, la gente palestinese è costretta ad escogitare qualsiasi rimedio pur di poter continuare a sopravvivere. Lo stato di manutenzione dei tubi destinati alla popolazione palestinese, seppur gestiti dall’unica compagnia pubblica, è talmente vecchio ed inefficiente che perde all’interno della rete tra il 40% ed il 60% d’acqua, durante il trasporto. Dunque, se gli israeliani beneficiano dell’acqua corrente tutto l’anno, i Palestinesi sono vittime d’interruzioni arbitrarie, in particolar modo durante l’estate.

Questa Compagnia non solo pratica una distribuzione discriminatoria, ma anche delle tariffe differenziate; infatti, fa pagare agli Israeliani 0,7 Shekels al metro cubo per uso domestico e 0,16 Shekels per uso agricolo, mentre non esistono prezzi differenziati per i Palestinesi, che devono pagare sempre 1,20 Shekels al metro cubo.

In queste condizioni, l’Autorità Palestinese dell’Acqua, creata durante il Primo Trattato di Oslo, faceva una magra figura ancor prima di essere metaforicamente annullata nel Secondo Trattato di Oslo, dato che sarà sempre il solo Israele a gestire le risorse idriche e territoriali. L’Autorità ha più che altro avuto il ruolo marginale di fungere da valvola di sfogo al cospetto del cresciuto malcontento della popolazione palestinese; essa ha dunque perso la propria ragione di esistere a causa dell’impossibilità di gestire una seppur minima parte delle acque.

3.7. Le risorse idriche, argomento non trascurabile nelle due Oslo, 1993-1995

Prima fase

Gli accordi di Oslo, sanciti sotto forma di Dichiarazione di Principi resi pubblici il 13 settembre del 1993, servivano ad aprire uno spiraglio significativo nei confronti della dirigenza del Movimento Nazionale Palestinese (Pappe 2003), riguardo alla possibilità di ritorno dei rifugiati, alla costituzione di uno Stato palestinese autonomo, e alla possibilità di rendere Gerusalemme la capitale di questo Stato. Il documento specificava ciò che sarebbe dovuto avvenire: il ritiro israeliano da Gaza e Gerico e conseguente trasferimento d’alcune funzioni amministrative da Israele all’O.L.P. e quindi, il definitivo ritiro degli israeliani da tutte le città ed i centri abitati palestinesi. Purtroppo però, l’attuazione del documento fu qualcosa di molto diverso rispetto a quanto sopra riportato. Una sequenza di mosse israeliane imposte dai loro generali ai negoziatori palestinesi, privi d’esperienza professionale in materia legale strategica, rese impossibile qualsiasi negoziato futuro relativo sia allo status definitivo dei Territori Occupati, sia alle questioni dei rifugiati.

Il comma 7, dell’articolo 31, recitava infatti: “Nessuna delle due parti prenderà iniziative di sorta che comportino il cambiamento dello status della Cisgiordania o della Striscia di Gaza prima dell’esito dei negoziati, sullo status permanente”. È ovvio che questo comma mirava a frenare qualsiasi iniziativa palestinese e contemporaneamente permetteva ad Israele di prendere tempo. I palestinesi si vedevano costretti ad aspettare la fine dei negoziati prima di poter agire; mentre gli israeliani, poiché titolari della terra, grazie ad un’occupazione che proseguiva dal ’67 (status permanente), potevano agire liberamente (costruendo e confiscando) come hanno sempre fatto. Proprio per questo, secondo lo storico Pappe, dal ’94 in poi, Israele cominciava ad edificare in lungo e in largo in Cisgiordania, ampliando addirittura i vecchi insediamenti e confiscando molte altre terre ad appannaggio dei propri coloni. Pertanto gli Accordi si dimostrano un gran fallimento sia nella percezione dei cittadini israeliani fautori del “due popoli due Stati”, che temevano di non poter mai arrivare alla pace e alla sicurezza da loro auspicata, sia dai palestinesi che vedevano aggravarsi la situazione degli insediamenti abusivi con la conseguente confisca di case, terre e risorse idriche. A maggior ragione, nonostante i primi Accordi del 1993, si dovrà pervenire ad una nuova Oslo nel 1995 poiché la situazione tra ebrei e palestinesi resterà molto tesa. Ogni giorno, nell’intervallo che lega le due Conferenze, si verificava sempre un nuovo attentato o una rappresaglia.

Questi i numeri provocati dalle stragi degli attentatori suicidi palestinesi, i kamikaze:

9 Ottobre 1994, Gerusalemme, 1 morto e 20 feriti; 19 Ottobre 1994, Tel-Aviv, 21 morti e 43 feriti; 22 Gennaio 1995, Natanya, 22 morti e dozzine di feriti; 24 Luglio, Ramat Gan, 5 morti e 30 feriti; 21 Agosto, Gerusalemme, 4 morti e 100 feriti.

Seconda fase

Pertanto nel Settembre del 1995, sarà firmata da Arafat e Rabin, la cosiddetta Oslo II. Questo Accordo rappresentava una svolta importante nel processo di pace in Medio Oriente ma, come il suo predecessore, non fu privo di scadenze vaghe e contorni sfumati. Le premesse di Oslo II sono comunque molto buone; infatti, si prevedeva che sarebbero state indette elezioni libere e democratiche in Palestina per tutti i palestinesi aventi più di 18 anni. Sarebbero stati eletti il Consiglio Legislativo palestinese (composto da 88 membri con poteri legislativi), più il Presidente dell’Autorità Palestinese che, a propria volta, avrebbe dato la fiducia ad un’Autorità Esecutiva da lui proposta (traguardi effettivamente raggiunti). Questi organi istituzionali si sarebbero insediati inoltre 22 giorni dopo il riposizionamento dell’esercito israeliano al di fuori delle più popolari città palestinesi (Jenin, Nablus, Tulkarem, Qalqilya, Ramallah, Betlemme, Hebron, più 450 piccoli villaggi e borghi). Con queste ottime premesse, l’Autorità Palestinese e gli abitanti della Palestina non potevano ritenersi che soddisfatti.

I problemi di natura amministrativa, di natura territoriale e di natura idrica sorsero nel momento in cui si decise di dividere le aree territoriali in fasce, al fine di garantire la sicurezza ad Israele: Zona A, Zona B, Zona C.

Nello Specifico:

La zona A, comprendente le sei città principali evacuate dall’esercito ed a totale presenza palestinese, garantiva all’Autorità piene responsabilità interne quanto a sicurezza ed ordine pubblico;

La zona B, comprendente gran parte della Cisgiordania e 450 villaggi con circa il 68% della popolazione palestinese ed il restante 32% della popolazione ebraica, garantiva all’Autorità la responsabilità del solo ordine pubblico in quanto la sicurezza generale sarebbe stata gestita dall’esercito Israeliano;

La zona C, che interessava la fascia più esterna e periferica dei centri abitati, quindi, quelle aree disabitate della Cisgiordania, non cedeva nessun criterio di sicurezza all’Autorità ed incrementava altresì la presenza militare e di coloni in quelle zone.

Ovviamente, questo modo di suddividere il territorio provocava e provoca un nuovo malcontento da 15 anni a questa parte nella popolazione palestinese; in quanto si sono intensificati notevolmente i controlli tra le città, e la presenza massiccia di militari e coloni riduce notevolmente l’accesso e l’utilizzo di risorse idriche per i palestinesi. Ciò si spiega perché le varie zone sono fra loro confinanti; quindi, si suddividono all’interno di uno spazio limitato. Dunque, sarà normale poter passare di zona in zona senza fare lunghi spostamenti; ma, in questo modo, si riducono però i benefici dell’autonomia alle zone A e B destinate alla piena Autorità Palestinese. Inoltre, le zone C si trovano dappertutto, salvo in pochissime aree della Cisgiordania e, quindi, qualsiasi spostamento all’interno di questa è sottoponibile ai controlli israeliani nei tristemente noti check point.

Per terminare, la gioia dei palestinesi riguardo al ritiro delle truppe israeliane lascia progressivamente spazio alla tristezza per l’ennesima delusione, poiché si scopriva che l’esercito, che si era allontanato dalla città, si trovava a pochi chilometri di distanza. Questo è il sapore e, allo stesso tempo, il tranello dell’auto-governo palestinese ratificato ed ottenuto grazie ad Oslo II (Di peri).

Terza fase

Nessuno dubita che la spartizione delle acque in Medio Oriente rappresenti un problema tanto spinoso quanto lo è quello dei profughi, dei Territori e di Gerusalemme; proprio per questo, la questione è già sommariamente trattata nella Dichiarazione dei Principi del 1993. Seppure in maniera alquanto vaga, l’articolo 7, comma 4, della Dichiarazione, recita che: “Il consiglio palestinese stabilirà tra altri…un’Autorità palestinese per la questione dell’acqua…conformemente all’accordo interinale” (Bichara Khader). La traduzione concreta di tale Dichiarazione di Principio (1993) è costituita dagli Accordi del Cairo. Purtroppo ciò che balza subito agli occhi, dopo averne letto il testo, è “la capacità israeliana di trarre il massimo vantaggio al minimo prezzo di sacrifici e contropartite” (Bichara Khader). Ciò è evidente nell’articolo V, paragrafo 1, quando si sottolinea che gli insediamenti territoriali (coloni) e le installazioni militari, presenti nelle zone C, non possono essere sotto il controllo idrico palestinese. In altri termini, l’Autorità Palestinese non può provvedere riguardo al differente accesso alle risorse idriche che la distingue dai coloni e dai militari (che ricevono acqua 24 ore su 24 senza nessun tipo di limitazione) presenti nelle periferie delle loro assetate città. La studiosa continua chiedendosi: “Come hanno potuto i palestinesi sottoscrivere un accordo così redatto? Non solo ci sono parti molto importanti del territorio sottratte alla giurisdizione palestinese, in più, Israele chiede ai palestinesi di pagare l’acqua nonostante continui ad attingere alle falde acquifere situate nel sottosuolo di questi ultimi”. Come sostiene la studiosa Di Peri Rosita, dopo la ratifica d’Oslo I e II, la situazione idrica è stata rettificata, rettifica che sulla carta premia l’Autorità Palestinese, infatti, secondo la Dichiarazione dei Principi ad interim di Autogoverno del 1993, si prevedeva per la prima volta l’affidamento dell’amministrazione e gestione delle acque pubbliche della Cisgiordania, di Gaza e Gerico all’Autorità Palestinese; tuttavia, ci sono delle clausole nell’accordo che limitano questa giurisdizione.

Il paragrafo 31 dei già menzionati “Accordi del Cairo” (1994) afferma che “tutte le risorse idriche ed il sistema d’acque di scolo nella Striscia di Gaza e a Gerico dovrebbero essere gestite e sviluppate dall’Autorità Palestinese in modo da prevenire qualsiasi tipo di danno alle risorse medesime” (Di Peri). Tuttavia, l’Autorità Palestinese non è ancora preparata, né tecnologicamente avanzata, da potersi permettere di sviluppare un piano idrico moderno. Quindi, nonostante il passaggio d’autorità, la situazione idrica rimane drammatica rispetto al passato. Tutti i sistemi di distribuzione dell’acqua, sia degli insediamenti dei coloni sia delle installazioni militari, rientrano ancora nella giurisdizione della compagnia delle risorse idriche israeliana, la Mekorot; inoltre, dall’analisi del rapporto è chiaro che la Palestina non ha piena possibilità d’utilizzo delle risorse idriche che sulla carta le sono riconosciute anche perché deve pagare a costo pieno l’acqua che è in ogni caso distribuita da quest’unico ente israeliano. Tale accordo concede, di fatto, ad Israele le basi legislative per controllare l’acqua sia a Gaza sia a Gerico, tramite il veto sulle normative emanate, e contemporaneamente obbliga l’Autorità Palestinese a prevenire ogni forma d’inquinamento sia sulle risorse idriche di superficie sia su quelle sotterranee, utilizzate dai palestinesi e dagli israeliani lì residenti.

3.8. Riflessioni dello storico Hadawi Sami sulla gestione delle acque in Medio Oriente

Secondo lo storico Hadawi Sami, nel proprio saggio intitolato Raccolto Amaro (1968), gli israeliani, per giustificare il loro desiderio di portare l’acqua nel deserto del Negev, hanno sempre sostenuto che, come la Siria e la Giordania hanno da sempre usato a loro vantaggio esclusivo le acque del maggiore affluente del Giordano, lo Yarmuk, anche Israele abbia pieno diritto ad attingere direttamente dal Giordano per il proprio mantenimento e, se necessario, abbia l’esclusivo diritto di deviare il corso del fiume ovunque ritenga opportuno. Quello che però non è sottolineato nella spiegazione israeliana, continua Hadawi Sami, riguarda il fatto che sia la Siria sia la Giordania utilizzano l’acqua del fiume Yarmuk interamente all’interno del proprio letto nella Valle del Giordano; non una goccia d’acqua è pompata fuori dalla zona e non un centimetro di terra israeliana è privata della sua acqua; viceversa, il progetto israeliano porta fuori dal proprio letto le acque del Giordano, a circa 130 km verso Sud fino al deserto del Negev.

Anche alcuni dossier di Legambiente denunciano come l’aumento notevole del livello di salinità del Mar Morto, mare/lago talmente salato da non ospitare al proprio interno nessuna forma di vita, contamini con i propri sali le acque dei pozzi o delle falde sotterranee limitrofe, rendendo nel complesso le acque meno utili per l’irrigazione e per il soddisfacimento giornaliero della gente del luogo. Dunque, il Mar Morto, sempre meno alimentato dal Giordano, vede scendere notevolmente il proprio livello (negli ultimi 40 anni da -385 a -405 m) e, contemporaneamente, aumentare la propria salinità; ciò determina un impatto ambientale non indifferente, in quanto, anche i terreni agricoli circostanti, rischiano di andare in contro ad un aumento del grado di salinità. E si capisce come il progressivo aumento di sali rende il terreno del tutto inadeguato alla coltivazione. Questo fenomeno si manifesta in concomitanza di due situazioni: cattivo drenaggio dei terreni e forte evaporazione delle aree irrigate. L’acqua, che la terra troppo arida non è in grado di assorbire subito, evapora e cede al suolo il proprio contenuto minerale e ciò può causare addirittura dei crostoni salati che impediscono la germinazione dei semi. (Fonte: Dossier di Legambiente: Acqua e ambiente)

3.9. Conclusioni

Per concludere possiamo affermare che i conflitti di frontiera tra gli Stati ebraico, siriano e giordano sono strettamente connessi ai progetti di deviazione fluviale e che le posizioni arabe quanto quelle israeliane sono poste su un piano di crescente competizione e, quindi, che il controllo dell’acqua in Medio Oriente è fattore di sicurezza al pari della capacità militare o di posizioni strategicamente vantaggiose. Lo Stato che riesce ad utilizzare più acqua possiede maggiore benessere perché è in grado di sviluppare la propria agricoltura e la propria industria più efficientemente. Il bisogno d’acqua è perciò gestito come una vera e propria arma politico-militare della quale si è sempre tenuto conto durante le negoziazioni (Oslo) ed è sfruttato per avanzare pretese, costituendo così, assieme alla questione dei confini, il nodo principale della pace in Medio Oriente. L’acqua dovrebbe intendersi, invece, come bene comune, sia perchè è la base della vita, sia perché da essa dipendono persone, comunità, piante, animali indipendentemente dai confini e dalle divisione che sono nate nel corso del tempo. La comune appartenenza e dipendenza dall’acqua dello stesso bacino idrico, dovrebbe prevalere su altre considerazioni. Proprio il riconoscimento dell’unità e dell’interdipendenza del bacino idrografico (l’insieme di fiumi, laghi, sorgenti, acque sotterranee), ne consentirebbe la gestione sostenibile, attenta agli eguali diritti dei viventi e alla protezione del ciclo dell’acqua in modo da conservare intatte les chances per le generazioni future. Come ricorda Gandhi: “ La terra è sufficiente per i bisogni di tutti, non per l’avidità di qualcuno”. La privatizzazione della gestione dell’acqua significa produrre profitto per pochi a danno dei molti. In effetti il problema dell’acqua tocca in misure diverse tutto il pianeta e situazioni simili potrebbero riprodursi anche altrove. Ciò rende sempre più urgente una regolamentazione internazionale che tuteli da un tale rischio.

Appendice I

Palestina in sintesi

Forma di governo: esiste un governo provvisorio affidato alla Autorità Nazionale Palestinese riconosciuta nel 1993 a seguito degli accordi di Oslo. Istituita grazie ad un negoziato tra l’O.L.P. e il governo d’Israele.

Capitale: non dichiarata.

Città: Gaza, Gerusalemme, Jenin, Nablus, Ramallah, Gerico, Betlemme, Hebron, occupate nel 1967 durante il terzo conflitto israelo-palestinese noto come Guerra dei sei giorni; Giaffa e Haifa occupate durante il primo conflitto nel 1948 (Nakba).

Esercito regolare palestinese: non esistente.

Paesi di confine: Israele a NORD, Giordania e Mar Morto a EST, Striscia di Gaza e Mar Mediterraneo ad OVEST, Egitto a SUD-OVEST.

Superficie: 6.165 chilometri quadrati, di cui 5800 sono da considerarsi Cisgiordania e 365 Striscia di Gaza.

Abitanti: stime del 2000 li rilevano in 3.269.000, di questi 2.091.000 sono cisgiordani, i restanti 1.178.000 vivono nella Striscia di Gaza.

Densità 530 abitanti per chilometro quadrato, di questi è presente una densità media abitativa di 361 soggetti in Cisgiordania, addirittura 3.227 nella Striscia di Gaza.

Orografia del territorio: monti principali, in realtà rilievi collinosi, il Tall Asur 1022 m.

Corsi d’acqua principali: fiume Giordano della lunghezza di 253 chilometri. L’estensione del fiume raggiunge i 360 chilometri totali conteggiando il letto che scorre in territorio israeliano.

Bacini lacustri: il Mar Morto che s’estende per totali 1020 chilometri quadrati, comprese le parti giacenti in Giordana e Israele. (Non può essere conteggiato come palestinese il lago di Tiberiade, vastissimo bacino d’acqua dolce perché inglobato nel territorio occupato da Israele nel 1967).

Clima: di tipo mediterraneo lungo la costa, arido verso il Sinai.

Lingua: arabo, ebraico, inglese.

Religione: musulmana 97% cristiana 3%.

Gruppi etnici insediati: palestinesi.

Moneta: nuovo Shekel d’Israele e Dinaro giordano.

Fonte internet: http://www.arabcomint.com

Israele in sintesi

Forma di Stato: Israele è una repubblica parlamentare costituita da un Presidente della Repubblica, un’assemblea nazionale Knesset (cui spetta il potere legislativo), un governo con ruolo esecutivo, un sistema giudiziario e un ufficio del controllore di Stato.

Il Presidente, Nasì in ebraico, è il capo dello Stato ed è eletto ogni 5 anni da una maggioranza semplice della Knesset. La Knesset è costituita da 120 membri che sono eletti ogni 4 anni in elezioni generali. Il Governo al quale è affidata l’amministrazione degli affari interni ed esteri dello Stato, inclusi i problemi di sicurezza, resta in carica 4 anni ed è presieduto dal Primo Ministro che è eletto a suffragio universale dal 1992.

Attuale Presidente della repubblica israeliana è S. Peres.

Primo ministro: Benjamin Netanyahu

Capitale: Gerusalemme (secondo il governo israeliano).

Tale impostazione non fu accettata dalle Nazioni Unite che riconoscono Tel Aviv come capitale. (Risoluzione N°252 21 MAGGIO 1968 Il C.S. dichiara non valido l’atto di Israele di unificazione di Gerusalemme come capitale ebraica).

Città principali: Ashdod, Ashqelon, Bat Yam, Be’er Sheva’, Bene Beraq, Gerusalemme, Haifa, Holon, Netanya, Petah Tiqwa, Ramat Gan, Rehovot, Rishon LeZiyyon, Tel Aviv, Giaffa.

Esercito Regolare: esistente (leva obbligatoria uomini e donne).

Confini: a NORD con il Libano, a NORD-EST con la Siria e con il lago Tiberiade, a EST con la Giordania e il Mar Morto, a SUD-OVEST con l’Egitto ed a OVEST con il Mar Mediterraneo. La punta più meridionale di Israele raggiunge il Golfo di Aqaba, un’insenatura del Mar Rosso.

Superficie: 21.060 chilometri quadrati.

Abitanti: 6.500.389 (stima del 2008).

Densità: 320 abitanti per chilometro quadrato (2008).

L’orografia del Territorio riguarda la regione montuosa della Galilea, più i monti della Giudea e della Samaria.

Corsi d’acqua principali e bacini lacustri: il fiume Giordano che nasce dal Monte Hermon sul confine libano-siriano, il Lago di Tiberiade e il Mar Morto.

Clima: generalmente subtropicale con precipitazioni limitate principalmente nei mesi invernali. Le precipitazioni non sono distribuite equamente e variano da 1.015 mm l’anno in Galilea, a 510 mm intorno a Tel Aviv-Giaffa e 25 mm nella zona meridionale d’Eilat.

Lingua ufficiale in Israele è l’ebraico, seguono per diffusione: arabo, inglese, francese, spagnolo, yiddish, russo, polacco e ungherese.

Religione: l’ebraica è la più diffusa (81%) seguita da quella musulmana (14,6%).

La restante popolazione è cristiana (2,1%).

Confessano pure greci-ortodossi, armeni, copti, maroniti, e drusi.

Popolazione: la popolazione è frutto quasi esclusivamente dell’immigrazione ebraica verificatasi a partire dalla fine del XIX sec. Sebbene fortemente unitaria la popolazione è divisa in sottogruppi definiti secondo lo Stato di provenienza: i due maggiori sono costituiti dagli ebrei askenaziti (emigrati dalle regioni dell’Europa centrale e dell’Est, soprattutto dalla Germania e dalla Russia) e dagli ebrei sefarditi (discendenti degli ebrei sfuggiti alle persecuzioni attuate nel XV secolo in Spagna e Portogallo).

Moneta ufficiale: Nuovo Sheqel Israeliano.

Le informazioni relative alla forma di governo, alla costituzione e al diritto di voto sono state ricavate dai siti Web governativi e dalle edizioni più recenti dell’Europe World Yearbook e del World Factbook della CIA. I dati relativi al territorio provengono dagli istituti statistici nazionali (www.census.gov). I dati relativi al tasso di alfabetizzazione derivano dal database dell’UNESCO 2000 (www.unesco.org)

Cartina II: Israele e Palestina secondo la Risoluzione O.N.U. n°181 del 1948.

Israele e Palestina secondo la Risoluzione O.N.U.

Israele e Palestina secondo la Risoluzione O.N.U.

Geografia della Palestina ed Israele

La Palestina si riferisce all’intero territorio compreso fra il mar Mediterraneo a ovest e il fiume Giordano a est. Il limite settentrionale è costituito dal confine con il Libano, mentre a sud il territorio si restringe a cuneo e termina sulla breve costa settentrionale del mar Rosso nel golfo di Akaba noto in Israele come golfo di Eilàt. In totale la superficie palestinese ammonta a 27.956 chilometri quadrati (poco più grande della Sicilia o del Piemonte) ma nonostante le dimensioni ridotte, questo paese presenta una notevole variabilità di regioni e di caratteristiche morfologico-climatiche.

Le aree sono così suddivise:

Regione centrale (frazionata in due parti):

La prima pianeggiante che si protende verso occidente raggiungendo il Mediterraneo dove mostra coste prevalentemente dritte e sabbiose ma saltuariamente interrotte da brevi scogliere.

La seconda collinosa in cui sono presenti anche vasti glabri territori i cui rilievi raramente superano i 3.280 piedi d’altitudine, ma nonostante ciò acquisiscono il sontuoso nome di “Monte di…”.

Regione (valle) del Giordano che possiede, per l’economia e la geografia del Paese, assai grande importanza. E’ questa una depressione che scende a circa meno m 413 sul livello del mare e che ospita il vasto bacino del Mar Morto. Il cosiddetto Mar Morto è in realtà una smisurata estensione di tipo lacustre ma ricchissima di sali minerali che sono estratti dall’industria chimica ivi stanziata. La sua superficie si estende per circa kmq 650 ed ha una densità di sali disciolti pari a g/l 365 per litro d’acqua contro la media di circa g/l 34/36 degli oceani.

Regione settentrionale coperta da ampie superfici boscose alternate con ottimi territori agricoli fondamentale per l’economia agricola del paese.

Regione meridionale che si estende verso una zona arida e montuosa che degrada nel deserto del Négev.

Infine, all’estrema punta meridionale della regione, di fronte il Mar Rosso si trova la città portuale d’Eilat.

Questa variabilità prevede frequenti variazioni di carattere climatico da regione a regione. Quindi, temperato e mite nei territori che vanno dal Mediterraneo al Giordano e arido in quelli desertici, ciò condiziona non poco le dinamiche insediative e le condizioni agricole; pertanto un imponente problema da risolvere è legato alla gestione dell’acqua dolce, infatti, il bilancio idrico è molto precario e la questione dell’attribuzione delle riserve idriche superficiali e sotterranee è uno fra i tanti altri nodi da chiarire tra Israele e Palestina. Allo stato attuale la principale fonte d’acqua potabile è costituita dal lago Tiberiade lungo la valle del Giordano nella Galilea orientale (Della Pergola 2007), altre riserve si trovano nell’acquifero delle colline nell’area centrale del paese in parte sotto sovranità israeliana e in parte appartenenti alla Cisgiordania palestinese. Sul totale del territorio della Palestina (27.956 kmq), 20.371 chilometri quadrati di terre e 474 chilometri quadrati di superfici lacustri, fanno parte dello stato israeliano. Di questi 20.371, 12.946 sono aridi e formano il distretto di Beershéba che comprende circa il 60% del territorio dello Stato d’Israele, dunque la zona prevalentemente abitata comprende poco più di 8000 chilometri quadrati.

Quelli che chiamano Territori Palestinesi si estendono per 5.506 kmq (più o meno una superficie di dimensioni simili alla provincia di Torino) e comprendono la sponda occidentale del Giordano o Cisgiordania (che gli inglesi chiamano West-Bank). Questa include la parte centrale del dorso collinoso della Palestina e ad oriente la sponda occidentale della valle del Giordano. Fanno altresì parte di quest’area la Samaria a nord di Gerusalemme (definita così nella fraseologia ebraica) e la Giudea a sud di Gerusalemme. L’amaramente famosa Striscia di Gaza è un breve tratto di costa mediterranea adiacente al confine con l’Egitto e alla Penisola del Sinai.

Essa si estende in tutto per 378 chilometri quadrati ed è la fascia al mondo con più alta densità abitativa (1,4 mln di abitanti su 378 kmq).

Cartina III: Raffigura il livello di piovosità nei paesi del Medio Oriente.

Livello piovosità in Medio Oriente

Livello piovosità in Medio Oriente

Cartina IV: Palestina e Israele dal 1946 ad oggi.

Confini Palestina dal 1946 al 2000

Confini Palestina dal 1946 al 2000

Appendice II

Gli insediamenti israeliani nei Territori occupati della Cisgiordania secondo il diritto internazionale

Il diritto umanitario internazionale si applica negli stati in tempo di guerra ed occupazione. Gli insediamenti israeliani nei Territori Occupati della Cisgiordania violano due strumenti primari del diritto internazionale: la “Convenzione dell’Aja su leggi ed usi della guerra terrestre” del 1907, e i suoi Regolamenti annessi (Regolamenti dell’Aja) e la Quarta convenzione di Ginevra relativa ai civili in tempo di guerra” del 1949.

La posizione ufficiale avanzata da Israele è che il diritto umanitario internazionale non è pienamente vincolante rispetto alle sue azioni nei Territori Occupati. Questa posizione risale al 1971 dall’allora Procuratore Generale Meir Shamgar. Secondo Shamgar il diritto umanitario non può essere applicato alla Cisgiordania e a Gaza in quanto la loro annessione da parte della Giordania e dell’Egitto non ha mai ricevuto un riconoscimento internazionale. In questo modo la terra occupata non può essere considerata “Territorio di un’altra parte contraente”, requisito fondamentale per l’applicazione della Convenzione di Ginevra. Quindi, sostiene Israele, non sussiste l’obbligo di osservare la Quarta Convenzione di Ginevra. Tuttavia, lo Stato ebraico si è impegnato ad attenersi a quelli che lui stesso ha definito “Provvedimenti umanitari” della Convenzione, sebbene non abbia mai specificato quali fossero questi provvedimenti. Questa posizione non ha mai ottenuto alcun sostegno nell’arena internazionale, anzi è rifiutata da una parte considerevole degli stessi israeliani.

Fonte: B’Tselem Centro Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati Terra Rubata

La Quarta convenzione di Ginevra

L’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra afferma esplicitamente che “La potenza occupante non può deportare o trasferire parte della propria popolazione civile all’interno dei territori che occupa”. Secondo la Croce Rossa Internazionale, “L’intenzione è quella di prevenire la pratica adottata durante la Seconda Guerra Mondiale che vedeva alcune potenze trasferire parti della propria popolazione nel territorio occupato per ragioni politiche o razziali o, come fu dichiarato da quelle stesse potenze, al fine di colonizzare quei territori”.

Israele però non riconosce il punto di vista di chiunque sostenga che gli insediamenti in Cisgiordania siano proibiti dall’articolo 49.

Questa le dichiarazioni di disappunto del Ministero degli Esteri israeliano:

  1. “I provvedimenti della Convenzione di Ginevra sul trasferimento forzato della popolazione in un territorio sovrano occupato non possono essere interpretati come un divieto al ritorno spontaneo d’individui alle città ed ai villaggi dai quali loro, o i loro antenati, furono cacciati”.

  1. “Sarebbe opportuno sottolineare che lo spostamento degli individui verso i Territori è del tutto spontaneo e gli stessi insediamenti non sono stati concepiti con l’intenzione di espellere la popolazione araba, né lo fanno in pratica”.

Inutile ricordare che le osservazioni del Ministero degli esteri israeliano contengono molte distorsioni della realtà relative sia alle leggi che ai fatti; infatti, sostenere che il trasferimento dei coloni nei Territori Occupati non miri all’espulsione della popolazione locale e sostenere che tale espulsione non sia effettivamente avvenuta, non legittima comunque la presenza d’insediamenti. L’ultima clausola dell’Articolo 49, infatti, non ha solo lo scopo di proteggere i residenti locali da una possibile espulsione, ma intende anche proteggerli da un’altra popolazione che intenda insediarsi nella loro terra e da quei danni che deriverebbero da tale insediamento – estrazione delle risorse naturali, danni allo sviluppo economico, all’autodeterminazione territoriale e limitazioni allo sviluppo urbano.

Non meno importante è sottolineare che in concetto di “trasferimento volontario” è ambiguo: anche se il trasferimento non fosse forzato o non costituisse la deportazione, la semplice disponibilità dei civili a spostarsi nei Territori Occupati non potrebbe trovare realizzazione pratica senza un massiccio intervento dello Stato a favore dello stanziamento e dell’espansione degli insediamenti; viceversa, un certo numero di autorità municipali israeliane ha avviato, approvato ed attuato la confisca dei terreni progettando e finanziando gran parte degli insediamenti. Più volte il Governo israeliano ha offerto incentivi finanziari per incoraggiare gli israeliani a trasferirsi nei Territori Occupati. Infine le questioni storiche e religiose presenti nelle motivazioni di disappunto del Ministero degli esteri israeliano, che legano il popolo ebraico alla Cisgiordania, non possono legittimare l’evidente violazione da parte di Israele dei propri doveri previsti dal diritto umanitario internazionale.

Fonte: B’Tselem Centro Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati Terra Rubata

I regolamenti dell’Aja

Un principio fondamentale del diritto umanitario riguarda la natura temporanea dell’occupazione militare. È proprio tale natura temporanea che impone all’occupante delle limitazioni nel creare realtà permanenti sul territorio occupato. La Corte Suprema ha ribadito che lo Stato occupante non ha sovranità sul territorio occupato e la sua amministrazione in quel luogo è temporanea, quindi chi occupa deve interessarsi di due soli aspetti: le proprie esigenze di sicurezza e il benessere della popolazione locale. Come ha affermato il giudice della sopraccitata Corte Aharon Barak: “ I regolamenti dell’Aja ruotano attorno a due presupposti principali il primo che assicura il legittimo interesse alla sicurezza di coloro che controllano la terra per mezzo di un’occupazione militare; il secondo garantisce i bisogni della popolazione civile che vive nel territorio soggetto alla popolazione belligerante… il comandante militare non può dar peso agli interessi nazionali, economici e sociali della propria nazione fintanto che questi non hanno ripercussioni sul suo interesse alla sicurezza nell’area o sull’interesse della popolazione locale. In realtà è difficile immaginare un cambiamento più profondo e permanente di quello provocato dalla trasformazione di un paesaggio aperto (terreni agricoli, pascoli, colline vergini) in una comunità popolata e cosparsa da molti insediamenti. Il carattere definitivo di tale cambiamento risulta evidente non solo dagli enormi investimenti impiegati in edifici, infrastrutture e strade, ma anche dal legame che unisce l’esistenza di intere famiglie ad un determinato luogo. Per eludere i divieti sopra menzionati, Israele ha sostenuto che gli insediamenti non costituiscono “modifiche permanenti” nel territorio occupato e persino la Corte Suprema ha ratificato quest’affermazione. Ad esempio, in una decisione riguardante la requisizione di proprietà private per stabilire l’insediamento di Bet El, il giudice Miriam Ben-Porat osservò che il termine “comunità permanente” è un concetto “puramente relativo”. Fece questo commento nonostante la costruzione di comunità civili permanenti e di quartieri sia uno degli esempi più evidenti di modifica durevole. In sintesi, quest’interpretazione del divieto di creare realtà permanenti rende privi di significato i relativi provvedimenti del diritto internazionale.

Poiché è ben chiaro che gli insediamenti non furono concepiti a vantaggio dei palestinesi , la prevalentemente adottata dallo Stato ebraico prima del 1979 per l’espropriazione di proprietà privata fu che tale atto avesse lo scopo di soddisfare “pressanti esigenze di sicurezza”.

All’ interno dell’esercito si è a lungo discusso sulla reale efficacia degli insediamenti nel contribuire alla sicurezza d’Israele. In ogni caso, è evidente che, anche se da alcuni insediamenti l’esercito ha potuto ricavare dei benefici, le esigenze di sicurezza non furono di certo la ragione per lo stanziamento di maggior parte di essi.

Fonte: B’Tselem Centro Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati Terra Rubata

Conclusioni finali

Nel presente lavoro sono stati presi in esame sia aspetti culturali del tardo Ottocento Europeo che hanno promosso l’iniziativa di un insediamento ebraico in Palestina, sia aspetti inerenti agli attriti sorti nella gestione delle risorse “terra” ed “acqua” in Terra Santa. Grazie alle informazioni reperite, è stato possibile suddividere questa tesi in argomenti specifici. Il quadro emerso palesa che per poter interpretare oggi i problemi tra palestinesi ed ebrei, non ci si può soffermare solo su distinti episodi di cronaca; infatti, per poter giungere ad una visione più ampia possibile del tema affrontato, è stato necessario addentrarsi sui temi specifici che alimentano da tempo gli attriti tra questi due popoli, appunto quelli della terra e dell’acqua. Superata quindi una fase iniziale, che analizza l’idea del “Ritorno alla Terra Promessa”, o Sionismo, l’obiettivo di questa tesi si è orientato verso il problema della spartizione territoriale, e il non meno importante, inerente all’utilizzo delle risorse idriche. Tali risorse sono state motivi di scontro sin dalla nascita dello Stato ebraico, proprio perché Israele e la Palestina sono da sempre aridi e dunque “alimentati” dalla sola acqua del fiume Giordano e dei suoi piccoli affluenti più qualche falda acquifera sotterranea. È stato quindi dedicato ampio respiro, all’interno di questo lavoro, alle astute tecniche d’appropriazione territoriale che hanno garantito nuove città e villaggi agli ebrei, ma contemporaneamente è stato notato come queste abbiano messo in moto sia migliaia di profughi verso i campi per loro organizzati dall’O.N.U. e dall’U.N.R.W.A., al confine siro-libanese, sia una spirale violenta e vendicativa da parte dell’esasperato e sfiduciato popolo palestinese. Si stima che il dramma di questi profughi riguardi orientativamente una popolazione di circa 1.000.000 di persone. Giunto alla conclusione di questo lavoro, mi chiedo se l’allontanamento forzato dalla propria terra ed il costante divieto di rimpatrio, nonostante l’O.N.U. si sia sempre schierato a favore della possibilità di rientro dei profughi, possa essere considerato, come anche lo storico israeliano Ilan Pappe sostiene, “pulizia etnica”.

Cosa si deve intendere esattamente per pulizia etnica?

Quello di pulizia etnica è oggi un concetto ben definito, esso indica un crimine contro l’umanità punibile secondo il diritto internazionale. L’enciclopedia Hutchinson lo definisce come “l’espulsione forzata volta ad omogeneizzare una popolazione etnicamente mista in una particolare regione o territorio”. Scopo dell’espulsione sarà quello di allontanare il maggior numero possibile dei residenti con tutti i mezzi possibili violenti e non violenti. Questa definizione è accettata anche dal Dipartimento di Stato statunitense, i cui esperti aggiungono che parte essenziale della pulizia etnica è l’annullamento della storia di un territorio con ogni mezzo possibile. Il metodo più comune è quello dello spopolamento, il risultato finale di tale azione è l’insorgere del problema dei profughi.

Il consiglio dell’O.N.U. per i Diritti Umani (U.N.C.H.R.) rileva che per pulizia etnica possa intendersi il desiderio di uno Stato o di un regime di imporre regole etniche su un’area mista, ricorrendo all’espulsione o ad altre forme d’azione violente (Pappe 2006). Gli espulsi (più di 800.000 nel caso della Palestina), saranno cancellati dalla storia ufficiale e popolare del paese, quindi esclusi dal ricordo collettivo, ciò che gli storici moderni definiscono “memoricidio”. Pertanto, quanto accaduto in Palestina, secondo queste definizioni, potrebbe rientrare all’interno di tale concetto.

Dopo l’olocausto è diventato impossibile occultare crimini contro l’umanità su larga scala, il nostro mondo moderno, dominato dalle telecomunicazioni, non permette più che le catastrofi prodotte dall’uomo rimangano nascoste al grande pubblico o siano negate. Purtroppo, uno di questi crimini è stato quasi completamente cancellato dalla memoria pubblica mondiale: l’espropriazione ai palestinesi delle proprie terre nel 1948. Questa vicenda è stata sistematicamente negata ed ancora oggi non è riconosciuta pienamente come un fatto storico dalla storiografia ufficiale israeliana, tanto meno ammessa come un crimine con il quale è necessario confrontarsi sia politicamente che moralmente. Credo che per i palestinesi ciò possa coincidere con la più profonda frustrazione, ovvero l’aver negato e ignorato la loro sofferenza fin dal 1948. Come premesso, ciò è stato possibile in quanto la storiografia ufficiale israeliana ha sempre sostenuto la versione del trasferimento volontario di massa di migliaia di palestinesi che decidevano, di punto in bianco, di abbandonare le proprie case per facilitare le operazioni dell’esercito arabo impegnato nella lotta contro l’invasore durante il Primo Conflitto arabo-israeliano. Tuttavia, utilizzando gli archivi militari israeliani, alcuni storici, come Walid Khalidi, Michael Palumbo, Ilan Pappe, Hadawi Sami, Benny Morris, sono riusciti a dimostrare quanto sia falsa ed assurda la pretesa ricostruzione storica israeliana, la quale ha sempre sostenuto che i palestinesi se ne siano andati volontariamente. Altrettanto lampante è che, per creare il proprio Stato Nazione, il movimento sionista non conduce una guerra che tragicamente porta all’espulsione di parte della popolazione nativa, è l’opposto: l’obiettivo principale è appunto la pulizia etnica di tutta la Palestina al quale il movimento ambiva per la realizzazione del nuovo Stato ebraico.

Nel tempo, l’aumentare della presenza ebraica in Israele, ha condizionato non di poco il consumo d’acqua dolce anche perché lo Stato ebraico ha costruito un sistema industriale avanzato che necessita di abbondante utilizzo d’acqua per garantire la crescita economica del Paese. Il problema dell’acqua interessò sin da subito i padri fondatori d’Israele come Ben Gurion o Weizmann, fu per questo che un appena nato Israele, si chiedeva già come poter deviare le acque del Fiume Giordano, a 130 chilometri di distanza fino al deserto del Negev, col fine di fare fiorire quest’ultimo. Come abbiamo visto, Israele ha raggiunto anche quest’obiettivo attraverso la realizzazione del National Water Carrier Project nel 1964. Quest’impianto di diversione fluviale ha però delle grosse ripercussioni sui paesi confinanti poiché è la maggiore causa di deficit idrico; proprio per questo in Medio Oriente (Siria, Giordania, Israele, Egitto, Palestina) il problema dell’acqua è sempre presente sui tavoli delle negoziazioni. È facile intuire che chi possiede l’acqua possiede il bene più prezioso in assoluto, inutile dire quanto sia indispensabile in tutti gli aspetti vitali ma anche economici di uno Stato.

Lo scorso 27 ottobre, Amnesty International ha presentato un rapporto in cui si accusa Israele di negare ai Palestinesi il diritto all’accesso a sufficienti quantitativi d’acqua, mantenendo il totale controllo sulle risorse idriche condivise e perseguendo politiche discriminatorie. Questo rapporto prende in esame le difficili condizioni idriche dei paesi confinanti con lo Stato ebraico, analizzando in modo dettagliato i dati riguardo al consumo idrico generale ma anche le differenze di prezzo dei costi dell’acqua, il livello d’inquinamento e contaminazione dell’acqua destinata a Gaza e alla Cisgiordania ed, infine, si arricchisce questo dossier dando voce proprio a chi voce non ha, permettendo di narrare le tragiche vicende della penuria idrica: “Prima avevamo l’acqua, ma dopo che l’esercito ha distrutto ogni cosa siamo costretti ad importare l’acqua da molto lontano… I soldati prima hanno distrutto le nostre case e i ricoveri per le greggi, hanno sradicato tutti i nostri alberi, e poi hanno distrutto le nostre cisterne d’acqua. Erano cisterne antiche, del tempo dei nostri avi, questo non è un crimine?”. Da poco, anche il Centro Nazionale per i Diritti Umani (N.C.H.R.) ha esortato le organizzazioni internazionali per i diritti umani a smascherare le pratiche messe in atto da Israele che negano ai palestinesi il diritto d’accesso all’acqua potabile. Inoltre, L’N.C.H.R. ha ribadito la validità del rapporto d’Amnesty International, dichiarando che questo rappresenta “Un grido di giustizia che invita la comunità internazionale ad adottare provvedimenti immediati per porre fine alle misure unilaterali di Israele nei Territori Occupati”. Il Centro Nazionale per i Diritti Umani continua il proprio rapporto dichiarando che: “La realtà dei fatti nei Territori occupati riflette le gravi e pesanti violazioni dei diritti umani praticate dagli israeliani, soprattutto nei confronti dei palestinesi. Le loro politiche e pratiche inaccettabili contraddicono tutti gli accordi e i patti internazionali da essi ratificati, che sanciscono il diritto alla vita, il diritto all’uguaglianza, il diritto a condizioni di vita adeguate e il diritto di avere acqua potabile incontaminata e sicura”. Dai dati analizzati, è emerso che Israele controlla l’ottanta per cento del totale dell’acqua disponibile in Medio Oriente da quando ha occupato nel ’67 le Alture del Golan ed oggi non è disposto a rinunciare minimamente a parte delle risorse acquisite con la forza, rendendo così la vita impossibile ai palestinesi ma anche ai giordani, ai quali è riservato un impari accesso ed utilizzo dell’acqua. È negato loro di prelevare acqua da eventuali pozzi, che dal 1967 appartengono all’autorità israeliana, è negato loro di coltivare qualche appezzamento in più di terra, a fini di sussistenza, onde evitare eccessi che potrebbero recare danni ad Israele, è addirittura negato loro (come si evince dal dossier di Amnesty International) di raccogliere l’acqua piovana in cisterne adagiate sui tetti delle case. Rendere la vita così difficile potrebbe essere una forma mascherata e subdola d’allontanamento, rivolta alla gente del luogo. I palestinesi lottano per i loro diritti, spesso sbagliano, adoperando l’arma inutile del terrorismo, ma presto, se disidratati e cagionevoli, in quanto non avranno più forze ed acqua per partecipare attivamente al raggiungimento dei propri obiettivi, saranno un lontano ricordo poco influente e soprattutto poco attuale. Una delle cause di questo memoricidio sarebbe rintracciabile in quel muro lungo 750 chilometri che divide Israele dalla Cisgiordania e che lo Stato ebraico sta costruendo dal 2002. Il muro dunque separa la desolata Palestina o ciò che oggi n’è rimasto, dalla parte visibile, nota e turistica dell’ormai terra d’Israele. Infine, dall’analisi sin qui condotta, è chiaro quanto sia oggi sbagliato giudicare il torto e la ragione nel conflitto israelo-palestinese basandosi solo sulle cronache degli ultimi decenni, senza considerare che questi popoli sono giunti alla storia contemporanea già carichi di sofferenze ed asti pressoché intrattabili.

Anche se gran parte dei cittadini occidentali è da dispensare riguardo un’approfondita conoscenza di questo “conflitto”, lo stesso non si può dire per i leader politici, intellettuali e storici.

Infatti, non poche sono le prove storiche a sostegno del fatto che lo Stato ebraico sia sorto anche grazie all’aiuto dell’uso sistematico della violenza a danno d’indifesi contadini palestinesi dediti soltanto alla coltura della propria terra. Molti sono, ogni anno da decenni a questa parte, i contributi delle più autorevoli organizzazioni per i diritti umani del mondo –Amnesty International, Human Rights Watch, Physician for Human Rights o le israeliane B’Tselem e Gush Shalom- che pubblicano dettagliati rapporti facilmente reperibili in qualsiasi libreria dove sono descritti con precisione i crimini d’Israele contro i civili palestinesi. Credo che la narrativa sul terrorismo in Medio Oriente debba essere riportata sulle giuste proporzioni per quanto concerne le responsabilità storiche d’entrambe le fazioni. Dev’essere chiaro che gli attacchi suicidi palestinesi non possono essere spiegati in assenza di un’informazione onesta, quindi, la tragica violenza israelo-palestinese non cesserà mai se i media imporranno al mondo di ignorarne totalmente le cause.

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LA STORIA SIAMO NOI, La Guerra dei Sei Giorni, Rai Tre, direttore Minoli.

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http//www.unesco.org

http//www.unicef.it.emergenze

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Introduzione 1

Capitolo I: Il sionismo e le sue forme 5

1. 1. Ritorno alla terra promessa: sionismo tra mito e realtà 6

1.2. Varie forme di sionismo: diverse visioni a confronto 8

1.3. Il sionismo politico di Herzl 12

1.4. Sionismo, diplomazia segreta e colonialismo europeo 15

Cap II: La terra 19

2.1. Sionismo, terra e prime ondate migratorie 21

2.2. La reazione palestinese alle logiche dell’appropriazione territoriale sionista 25

2.3. Appropriazione legale ma violentadella terra 29

2.3.1. Fine del Mandato britannico e Risoluzione 181: fattori favorevoli al processo d’acquisizione territoriale sionista? 32

2.3.2. Il Piano Dalet, strategia sionista per l’appropriazione della terra e consecutivo Primo Conflitto israelo-palestinese 35

2.3.3. Il Primo Conflitto israelo-palestinese si avvia verso la tregua 40

2.4. Alcune riflessioni 44

2.5. Brevi conclusioni 46

Capitolo III: L’acqua 48

3.1. Percorso geografico che segue il letto del Giordano 50

Cartina I: Il fiume Giordano ed i suoi affluenti. 51

3.2. Necessità e bisogni a confronto 52

Fig. I: Piscina e vasca di raccolta. 53

3.3. Progetti di diversione fluviale in Palestina: come nascono le guerre per l’acqua 56

3.3.1. Il Piano Lowdermilk 59

3.3.2. Il Piano Hayes 59

3.3.3. Il Piano Johnston e la contromossa siro-giordana 61

Fig II: Un tratto dell’East Ghor siro-giordano. 64

3.4. Il Terzo Conflitto arabo-israeliano in relazione al controllo delle acque 65

3.4.1. Limitazioni, conseguenze ed iniziative consecutive alla guerra del ‘67 66

3.5. Il nuovo fronte della politica internazionale: l’idropolitica 70

3.6. Come le tecnologie d’avanguardia permettono di limitare il consumo idrico in Israele 72

Fig. III: Moderno impianto di dissalazione Israeliano. 75

3.6.1. Tecnologie israeliane e metodi di sopravvivenza palestinesi a confronto 76

3.7. Le risorse idriche, argomento non trascurabile nelle due Oslo, 1993-1995 78

Prima fase 78

Seconda fase 79

Terza fase 81

3.8. Riflessioni dello storico Hadawi Sami sulla gestione delle acque in Medio Oriente 83

3.9. Conclusioni 84

Appendice I 86

Palestina in sintesi 86

Israele in sintesi 87

Cartina II: Israele e Palestina secondo la Risoluzione O.N.U. n°181 del 1948. 91

Geografia della Palestina ed Israele 92

Cartina III: Raffigura il livello di piovosità nei paesi del Medio Oriente. 94

Cartina IV: Palestina e Israele dal 1946 ad oggi. 95

Appendice II 96

Gli insediamenti israeliani nei Territori occupati della Cisgiordania secondo il diritto internazionale 96

La Quarta convenzione di Ginevra 97

I regolamenti dell’Aja 99

Conclusioni finali 101

Bibliografia: 106

Video Documentari e Film: 108

Siti Internet Consultati 108

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