Alessandro Manzoni- Adelchi II CORO


Ecco ciò che un’etnia, che credo chiamare popolo sia un lusso che non merita, non capì facendo disperare il Manzoni e Altri grandi, e che, permettetemi la verbale arroganza, mi fa disperare!

NESSUNO MAI REGALERA’ ALCUNCHE’ SE NON I GENITORI CON IL LORO AMORE, TUTTO IL RESTO, DIGNITA’, RISPETTO, ONORE DEVONO ESSERE CONQUISTATI!

PERCIO’ FIGURIAMOCI CHE INTERESSI POSSONO AVERE LA BARBARA EUROCRAZIA E GLI USURAI BANCARI NEL TENERE IN CONTO LA PICCOLA ITALIA, L’ANTICO GIARDINO D’EUROPA RIDOTTO A TERRA DEI VELENI SIA ALLEGORICAMENTE PER I POLITICANTI CHE VI ALLIGNANO, SIA REALMENTE PER GLI SVERSAMENTI CHIMICO TOSSICI SEMPRE PIU’ NUMEROSI CHE SONO STATI CREATI E CHE SI VANNO SCOPRENDO!

CHE INTERESSSE PUO’ AVERE PER L’EUROPA LA PICCOLA ITALIA SUCCUBE DI UNA CHIESA GERARRRRCHICA CATTOLICA CHE PER 2000 ANNI L’HA FLAGELLATA ANCHE INVOCANDO

Alessandro Manzoni

Adelchi

  • «Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti»

Alessandro Manzoni

Adelchi atto terzo

 

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CORO

 Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,

Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,

Dai solchi bagnati di servo sudor,

Un volgo disperso repente si desta;

Intende l’orecchio, solleva la testa

Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,

Qual raggio di sole da nuvoli folti,

Traluce de’ padri la fiera virtù:

Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto

Si mesce e discorda lo spregio sofferto

Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

S’aduna voglioso, si sperde tremante,

Per torti sentieri, con passo vagante,

Fra tema e desire, s’avanza e ristà;

E adocchia e rimira scorata e confusa

De’ crudi signori la turba diffusa,

Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Ansanti li vede, quai trepide fere,

Irsuti per tema le fulve criniere,

Le note latebre del covo cercar;

E quivi, deposta l’usata minaccia,

Le donne superbe, con pallida faccia,

I figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti, con avido brando,

Quai cani disciolti, correndo, frugando,

Da ritta, da manca, guerrieri venir:

Li vede, e rapito d’ignoto contento,

Con l’agile speme precorre l’evento,

E sogna la fine del duro servir.

Udite! Quei forti che tengono il campo,

Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,

Son giunti da lunge, per aspri sentier:

Sospeser le gioie dei prandi festosi,

Assursero in fretta dai blandi riposi,

Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciar nelle sale del tetto natio

Le donne accorate, tornanti all’addio,

A preghi e consigli che il pianto troncò:

Han carca la fronte de’ pesti cimieri,

Han poste le selle sui bruni corsieri,

Volaron sul ponte che cupo sonò.

A torme, di terra passarono in terra,

Cantando giulive canzoni di guerra,

Ma i dolci castelli pensando nel cor:

Per valli petrose, per balzi dirotti,

Vegliaron nell’arme le gelide notti,

Membrando i fidati colloqui d’amor.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,

Per greppi senz’orma le corse affannose,

Il rigido impero, le fami durâr;

Si vider le lance calate sui petti,

A canto agli scudi, rasente agli elmetti,

Udiron le frecce fischiando volar.

E il premio sperato, promesso a quei forti,

Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,

D’un volgo straniero por fine al dolor?

Tornate alle vostre superbe ruine,

All’opere imbelli dell’arse officine,

Ai solchi bagnati di servo sudor.

Il forte si mesce col vinto nemico,

Col novo signore rimane l’antico;

L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.

Dividono i servi, dividon gli armenti;

Si posano insieme sui campi cruenti

D’un volgo disperso che nome non ha.

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