Ci sono idee che hanno aiutato l’umanità?


Ci sono idee che hanno aiutato l’umanità?

Prima di poter discutere di quest’argomento dobbiamo dare una definizione degli effetti che noi consideriamo d’aiuto per l’umanità. Il genere umano ne riceve un beneficio quando i suoi membri divengono più numerosi? O quando divengono meno simili agli animali? Quando sono più felici. Quando imparano a godere di una più vasta gamma d’esperienze? Quando riescono a sapere di più? Quando sono più disponibili gli uni agli altri? Penso che tutti questi elementi entrino a far parte dei nostri concetti delle cose che aiutano gli esseri umani, e voglio dire qualche cosa in proposito.

Il modo più inequivocabile in cui le idee aiutarono l’uomo avvenne attraverso i numeri. Deve esservi stato un tempo in cui l’homo Sapiens era una specie molto rara che viveva in maniera precaria nelle giungle e nelle caverne, braccata dalle bestie feroci e che si procurava il cibo con difficoltà. In quel periodo, il vantaggio biologico della sua intelligenza superiore, che si era accumulato di generazione in generazione, aveva appena cominciato a liberarsi degli svantaggi di un’infanzia troppo lunga, della sua minore agilità in confronto alle scimmie e della mancanza di pelo come protezione contro il freddo. A quel tempo, gli uomini dovevano essere molto pochi. Il principale fine per il quale gli uomini hanno usato le proprie capacità tecniche, nel corso dei secoli, è stato l’incremento della popolazione. Non voglio assicurare che questa è l’intenzione esplicita, ma che questo è stato, nei fatti, il risultato concreto. Se questo è qualcosa di cui ci si deve rallegrare, allora abbiamo un motivo per farlo.

Siamo anche divenuti, sotto certi aspetti, sempre meno simili agli animali. Mi riferisco in particolare a due aspetti: primo, al fatto che le doti acquisite, contrapposte a quelle congenite, hanno un peso sempre più rilevante nella vita umana, e secondo, al fatto che la previsione domina sempre di più gli impulsi. Sotto questi aspetti, quindi, siamo certamente divenuti sempre meno simili agli animali.

Quanto alla felicità, non sono poi così sicuro di poter dire la stessa cosa. Gli uccelli, è vero, muoiono di fame durante l’inverno, a meno che non si tratta d’uccelli migratori. Tuttavia durante l’estate non prevedono questa catastrofe, né ricordano come ne sono malapena scampati l’inverno precedente. Per gli esseri umani, la cosa è diversa. Dubito che la percentuale d’uccelli che dovranno morire di fame durante quest’inverno (1946 47) è tanto grande quanto la percentuale d’esseri umani che dovranno morire per lo stesso motivo e nello stesso periodo in India e nell’Europa centrale. Tuttavia la morte d’ogni essere umano è preceduta da un lungo periodo d’ansia, accompagnato dall’ansia di chi vi assiste. Soffriamo non solo per le disgrazie che si abbattono su di noi, ma per tutte quelle che la nostra ragione ci dà motivo di temere. Il freno delle passioni che la nostra capacità di previsione ci porta ad attuare evita il disastro a scapito della tranquillità e della gioia. Non credo che tutte le persone colte di mia conoscenza siano tanto felici quanto il topo che mangia le briciole sul tavolo, mentre gli eruditi gentiluomini sonnecchiano. In questo senso non sono del tutto convinto che vi sia stato qualche progresso.

Per quanto riguarda la varietà dei divertimenti, la cosa è diversa. Ricordo di aver letto un racconto che parlava d’alcuni leoni che sono stati fatti assistere ad un film che mostrava la cattura della preda da parte di leoni allo stato brado, ma nessuno di loro si era divertito allo spettacolo. Neanche la musica, la poesia, la scienza, il football, il baseball e l’alcool procurano alcun piacere agli animali. Il che significa, quindi, che la nostra intelligenza ci ha reso capaci di avere una più gran varietà di divertimenti rispetto agli animali, ma tutto questo è stato raggiunto a spese di una maggiore propensione ad annoiarsi.

Tuttavia mi sarà detto che la gloria dell’uomo non è né nel numero, né nella molteplicità dei divertimenti. La propria gloria deriva dalle sue qualità intellettuali e morali. E’ evidente che noi sappiamo più cose di quante non ne sappiano gli animali, e questo di solito è considerato uno dei nostri vantaggi. In realtà, il fatto che sia un vero e proprio vantaggio è dubbio. In ogni modo sia, è qualcosa che ci differenzia dalle bestie.

La civiltà ci ha forse insegnato d’essere meno ostili gli uni con gli altri? I pettirossi (quelli della specie inglese, non di quell’americana) beccano i pettirossi più anziani fino a farli morire, mentre gli uomini (quelli della specie inglese, non americana) danno la pensione alle persone anziane. All’interno del gruppo siamo più amichevoli gli uni con gli altri di molte altre specie animali, ma nel nostro atteggiamento verso i membri non appartenenti al gruppo, nonostante tutto quello che è stato fatto dai moralisti e dagli insegnanti di religione, i nostri sentimenti sono tanto feroci quanto quelli di qualsiasi altro animale, e la nostra intelligenza ci rende capaci di provocare delle conseguenze sconosciute alla maggior parte degli animali selvatici. Si può sperare, senza troppa fiducia, che col tempo prevalga un atteggiamento più benevolo, ma fino ad ora gli auspici non sono molto propizi.

Tutti questi elementi diversi devono essere tenuti bene a mente ogni volta che si prende in considerazione quali idee siano state più utili per il progresso dell’umanità. Le idee di cui ci occuperemo possono essere divise pressappoco in due tipi: quelle che contribuiscono al progresso della conoscenza e della tecnologia e quelle che appartengono alla sfera della morale e della politica. Prima di tutto parlerò di quelle che hanno a che fare con la conoscenza e con la tecnologia.

Le fasi più difficili e importanti sono state quelle preistoriche. Non si sa a quale stadio dell’evoluzione ebbe inizio il linguaggio, ma possiamo essere abbastanza certi che tutto cominciò molto gradatamente. Senza il linguaggio sarebbe stato molto difficile trasmettere di generazione in generazione le invenzioni e le scoperte fatte di volta in volta.

Un altro passo molto importante, compiuto non si sa se prima o dopo la comparsa del linguaggio, fu la scoperta del fuoco. Suppongo che, in un primo tempo, il fuoco fosse utilizzato per tenere lontano le bestie feroci, mentre i nostri antenati dormivano; tuttavia il calore che emanava doveva essere assai piacevole. Può darsi che i bambini fossero sgridati quando gettavano la carne nel fuoco, ma alla fine, una volta tirata fuori, si scoprì che era molto migliore che cruda, e così ebbe inizio la lunga storia della cucina.

L’addomesticamento degli animali, soprattutto quello delle mucche e delle pecore, rese senz’altro la vita più piacevole e sicura. Alcuni antropologi hanno formulato un’affascinante teoria, secondo la quale l’utilizzo degli animali domestici non fu intenzionale, ma che le persone avevano tentato di addomesticare qualunque animale di cui la loro religione imponesse il culto. Le tribù che adoravano i leoni e i coccodrilli si estinsero, mentre quelle che adoravano la mucca o la pecora prosperavano. Mi piace questa teoria, e nella più assoluta mancanza di prove a favore o a sfavore mi sento libero di dilettarmene.

Ancora più importante dell’addomesticamento degli animali, fu l’invenzione dell’agricoltura, la quale, in ogni modo, introdusse la pratica di riti sanguinari nelle varie religioni che sono sopravvissute per molti secoli. I riti della fertilità avevano la tendenza ad implicare i sacrifici umani e il cannibalismo. Moloc non aiutava il granturco a crescere, a meno che non si libava del sangue di bambini. Una teoria simile fu adottata dagli evangelici di Manchester durante le prime fasi dell’industrialismo, quando costringevano i bambini di sei anni a lavorare da dodici a quattordici ore il giorno in condizioni che provocavano la morte alla maggior parte di loro. Oggi si è finalmente scoperto che il grano cresce, e che i tessuti di cotone possono essere prodotti, senza che siano irrigati dal sangue di bambini. Per quanto riguarda il grano, ci sono voluti migliaia d’anni per scoprirlo; nel caso del cotone, invece, nemmeno un centinaio. Quindi, forse questo è un segnale del progresso dell’umanità.

L’ultima delle grandi invenzioni preistoriche fu la scrittura, il che, in realtà, è un prerequisito indispensabile della storia. La scrittura, come il linguaggio, si sviluppò gradualmente, e probabilmente i disegni stilizzati per trasmettere dei messaggi sono tanto antichi quanto il linguaggio, ma dai disegni alle sillabe, e quindi all’alfabeto, l’evoluzione è stata molto lenta. In Cina, quest’ultimo passaggio non è mai avvenuto.

Venendo ai tempi storici, si scopre che il primo progresso fu quello dell’introduzione della matematica e dell’astronomia, che presero il via entrambe presso Babilonia alcuni millenni prima dell’inizio della nostra era. In ogni modo sia, sembra che la cultura babilonese sia divenuta stereotipata ed immobile, molto tempo prima che i greci venissero in contatto con essa. Infatti, è ai greci che dobbiamo le norme di ragionamento e d’osservazione di cui ci siamo serviti finora. Nelle ricche città commerciali greche i ricchi commercianti di schiavi vennero in contatto per motivi di lavoro con molti altri paesi, alcuni dei quali totalmente barbari, mentre altri abbastanza civilizzati. Quello che le nazioni civilizzate, vale a dire quella babilonese e quell’egiziana, avevano da offrire ai greci, fu presto assimilato. Così cominciarono a criticare le proprie usanze tradizionali, rendendosi conto che erano allo stesso tempo sia analoghe che diverse da quelle di popoli inferiori, e così, nel vi secolo avanti Cristo, alcune dì esse raggiunsero un grado di razionalismo illuminato che non può essere eguagliato il giorno d’oggi. Senofane affermava che gli uomini avevano creato gli dèi a loro immagine e somiglianza: « … gli etiopi hanno dèi neri con il naso camuso; i Traci dicono che i loro dèi hanno gli occhi azzurri e i capelli rossi: sì, e se i buoi, i leoni e i cavalli avessero le mani, e con esse potessero dipingere, e creare opere d’arte come fanno gli uomini, i cavalli dipingerebbero i propri dèi con le stesse forme del cavallo, e i buoi come buoi, e li rappresenterebbero in tante forme quante sono le loro razze».

Alcuni greci si allontanarono dalle proprie tradizioni per studiare la matematica e l’astronomia, e in entrambi i casi compirono i più stupefacenti progressi. I greci non usavano la matematica per facilitare il progresso industriale, come fanno i moderni; era uno studio da «gentil uomini», che possedeva un valore intrinseco, dato dalla sua capacità di fornire verità eterne, e dal criterio extrasensoriale, mediante il quale il mondo dei sensi era giudicato inferiore. Soltanto Archimede precorse l’uso moderno della matematica inventando macchine da guerra per la difesa di Siracusa contro i romani. Un soldato romano lo uccise e i matematici si ritirarono di nuovo nella loro torre d’avorio.

L’astronomia, che fu studiata con ardore nel sedicesimo e nel diciassettesimo secolo, soprattutto per la sua utilità durante la navigazione, fu studiata dai greci senza alcun interesse pratico, eccetto quando, in tempi più recenti, non fu associata all’astrologia. Ben presto scoprirono che la terra era rotonda, e fecero una stima abbastanza accurata delle sue dimensioni. Scoprirono il modo di calcolare la distanza fra il sole e la luna, e Aristocrate di Samo giunse persino a formulare un’intera ipotesi simile a quella di Copernico, ma tale teoria fu rifiutata da tutti i suoi discepoli eccetto uno, e a partire dal terzo secolo dopo Cristo non fu fatto alcun progresso di rilievo. Durante il Rinascimento, in ogni modo, si venne a sapere qualcosa di ciò che i greci avevano fatto, il che agevolò molto la nascita delle scienze moderne e l’abitudine di esprimere le leggi naturali in termini matematici. Queste idee avevano fornito la chiave di lettura di un gran numero di conoscenze che il mondo aveva acquisito in tempi moderni. Tuttavia molti greci, compreso Aristotele, erano fuorviati dalla convin­zione che la fede potesse rendere fruttuoso il concetto di finalità. Aristotele distingueva quattro tipi di cause, delle quali soltanto due ci riguardano: la causa «efficiente», e quella «finale». Quella «ef­ficiente» è quella che noi potremmo definire semplicemente la causa. Quella «finale», invece, è lo scopo. Per esempio, se nel corso di una gita in montagna, trovate un rifugio proprio quando la vostra sete è divenuta insopportabile, la causa efficiente del rifugio è l’o­pera dei muratori che l’hanno costruito, mentre quella finale è il placare la vostra sete. Se qualcuno  dovesse chiedere «perché il rifugio si trova li?», sarebbe egualmente corretto rispondere sia «perché qualcuno l’ha costruito», sia «perché molti viaggiatori assetati passano di li». Una delle due spiegazioni si basa sulla causa «efficiente», mentre l’altra sulla causa «finale». Quando entrano in ballo le faccende umane, è giusto basarsi sulla causa finale, dato che le azioni degli esseri umani hanno dei fini. Quando si parla della natura inanimata, si è potuto costatare che si possono scoprire solo le cause «efficienti», e il tentativo di spiegare i fenomeni natu­rali secondo cause di tipo «finale» ha sempre portato ad una cattiva scienza. Per quanto c’è dato di sapere, può anche darsi che ci sia stato uno scopo nei fenomeni naturali, ma se è cosi, tale fine è rimasto completamente sconosciuto, e le leggi scientifiche trattano solo cause «efficienti». Sotto quest’aspetto, Aristotele ha fuorviato l’umanità, e non vi è stato modo di porvi rimedio fino all’avvento di Galileo.

Durante il diciassettesimo secolo, soprattutto grazie a Galileo, Cartesio, Newton e Leibniz, i progressi compiuti nella comprensio­ne dei fenomeni naturali furono più sorprendenti e stupefacenti che in qualsiasi altro periodo storico, eccetto quello della Grecia antica. Il vero che alcuni concetti usati nella fisica matematica del tempo non erano poi così validi come si pensava allora. E’ vero anche che i progressi più recenti della fisica servono spesso di nuovi con­cetti, diversi da quelli formulati nel diciassettesimo secolo. Tali con­cetti, infatti, non erano la chiave per tutti i segreti della natura, anche se lo erano per molti di essi. La moderna tecnologia industriale e delle armi, con la sola eccezione della bomba atomica, è ancora interamente basata sui principi dello stesso tipo di dinamica sviluppati da Galileo e da Newton. Anche la maggior parte dell’a­stronomia si fonda sullo stesso tipo di principi, nonostante vi siano alcuni problemi quali «cosa mantiene caldo il sole?», per la cui risposta, le recenti scoperte della meccanica dei quanti sono essen­ziali. La dinamica di Galileo e di Newton si basava su due nuovi principi e su di una nuova tecnica.

Il primo di questi nuovi principi era la legge dell’inerzia, che stabiliva che un corpo, lasciato a se stesso, continuerà a muoversi sulla stessa linea retta e con la stessa velocità. L’importanza di questo principio diviene evidente solo se è posto a confronto con i principi che la scolastica aveva ricavato dalla filosofia d’Ari­stotele. Prima di Galileo si pensava che vi fosse una differenza radicale fra le regioni che si trovavano sotto la luna e quelle sopra di essa. Nelle regioni che si trovavano sotto la luna, nella cosiddetta sfera «sublunare», vi erano mutazioni e declino della materia; il moto «naturale» dei corpi era rettilineo, ma un corpo in movimento, lasciato a se stesso, avrebbe gradualmente rallentato fino a fermarsi. Dalla luna in su, al contrario, il moto «naturale» dei corpi era circolare, o un composto di moti circolari, e nei cieli non esisteva nulla di simile al mutamento o al declino, eccetto che nei pe­riodi di cambiamento d’orbita dei corpi celesti. I movimenti dei corpi celesti non erano spontanei, ma spinti dal primum mobile, che era la più esterna delle sfere mobili, e anch’esso traeva il proprio moto dal Motore Immobile, vale a dire Dio. A nessuno venne in mente di fare qualche osservazione in proposito; per esempio, si sosteneva che un proiettile si muove dapprima m senso orizzontale per un po’ e che dopo, all’improvviso, comincia a cadere verticalmente, ben­ché si potesse presumere che qualcuno, osservando una fontana, avrebbe notato che le gocce ricadono compiendo delle curve. Si pensava che le comete, poiché apparivano e scomparivano, stes­sero fra la terra e la luna, poiché se fossero appartenute alle regioni superiori sarebbero state indistruttibili. E’ evidente che da un simile guazzabuglio non si possa ricavare nulla di buono. Galileo unificò i principi che regolavano la terra e i cieli nella sua singola legge d’inerzia, secondo la quale un corpo, una volta in movimento, non si fermerà ma continuerà a muoversi in linea retta e a velocità co­stante, sia che si trovi sulla terra o su una sfera celeste. Questo principio fece sì che si sviluppasse una scienza del movimento che non tenesse conto di qualsiasi ipotetico influsso della mente o dello spirito, e cosi gettò le fondamenta della fisica puramente materiali­stica, nella quale gli scienziati, per quanto pii, hanno sempre cre­duto da allora in poi.

Dal diciassettesimo secolo in poi, è divenuto sempre più evidente che, se desideriamo davvero conoscere le leggi naturali, dobbiamo liberarci di qualsiasi pregiudizio etico ed estetico. Dobbiamo smet­tere di pensare che le cose nobili abbiano cause nobili, che le cose intelligenti abbiano cause intelligenti, o che sia impossibile ottenere l’ordine senza un poliziotto celeste. I greci ammiravano il sole, la luna e i pianeti, e pensavano che fossero degli dèi; Plotino spiega quanto essi siano superiori quanto a saggezza e virtù rispetto agli uomini. Anassagora, che la pensava in modo diverso, fu accusato d’empietà e costretto a fuggire da Atene. I greci, inoltre, si permette­vano di pensare che, poiché il cerchio è la figura più perfetta, i moti dei corpi celesti dovevano essere (o derivare da) moti circolari. Ogni distorsione di questo tipo è stata abbandonata dall’astrono­mia del diciassettesimo secolo. Il sistema copernicano ha dimo­strato che la terra non è il centro dell’universo e ha suggerito ad alcuni animi audaci che forse l’uomo non è il fine supremo del Creatore.

PARTE QUARTA

Gli astronomi, in ogni caso, erano genti religiose, e fino al diciannovesimo secolo la maggior parte di loro, eccetto che in Fran­cia, credeva ancora nella Genesi.

Furono la geologia, Darwin, e la dottrina evoluzionistica, le cose che sconvolsero la fede degli scienziati britannici. Se l’uomo si era evoluto con mutazioni impercettibili da forme primitive di vita, un bel po’ di cose divenivano difficili da comprendere. A quale stadio dell’evoluzione i nostri antenati acquisirono il libero arbitrio? A quale stadio del lungo cammino dall’ameba in poi, cominciarono ad avere un’anima? Quando cominciarono a divenire capaci di quella malvagità che fece Ai che il buon Dio decidesse di infliggere loro l’eterno tormento? La maggior parte delle persone si rese conto che un castigo del genere sarebbe stato troppo duro nei confronti delle scimmie, sebbene la loro tendenza a tirare le noci di cocco sulla testa degli europei. Ma che dire del Pithecanthropus Erectus? Fu proprio lui a mangiare la mela? 0 fu invece l’Homo Pekiniensis? 0 forse fu l’uomo di Piltdown? Io una volta sono stato a Piltdown, ma non ho visto alcun segno di particolare depravazione in quel villag­gio, e né d’altra parte ho visto qualche cambiamento di rilievo dai tempi preistorici. Forse, allora, fu l’uomo di Neanderthal chi peccò per la prima volta. Ciò sembra più probabile, dato che viveva in Germania. Ma è ovvio che non può esserci risposta a domande del genere, e tutti quei teologi che non hanno accettato l’evoluzioni­smo hanno dovuto compiere dei profondi riassestamenti.

Uno dei «grandi» concetti che si sono dimostrati scientificamente inutili è l’anima. Non voglio dire che vi sia una dimostrazione effet­tiva che gli uomini non hanno un’anima; voglio solo dire che l’a­nima, se esiste, non ha alcun ruolo in un’eventuale legge causale. Vi sono una miriade di metodi sperimentali atti a dimostrare come gli uomini e gli animali agiscano diversamente nelle varie circostanze. Potete mettere le cavie nei labirinti e gli uomini in gabbie di filo spinato, e osservare i loro metodi di fuga. Potete somministrare delle droghe e osservarne gli effetti. Potete trasformare una cavia maschio in una femmina, anche se finora qualcosa del genere non è stato fatto sugli esseri umani, nemmeno a Buchenwald. Sembra che la condotta socialmente indesiderabile possa essere corretta con mezzi medici, o creando un ambiente migliore, e pertanto il con­cetto di peccato appare adesso del tutto contrario alla scienza, eccetto, ovviamente, quando è applicato ai nazisti. Esiste la concreta speranza che, cominciando a conoscere la scienza del com­portamento umano, i governi riescano ancor più di adesso a trasfor­mare gli esseri umani in masse di pazzi, sistemati gli uni contro gli altri. I governi potrebbero, chiaramente, fare esattamente l’oppo­sto, e far sì che gli esseri umani collaborassero volonterosamente e gioiosamente per rendersi vicendevolmente felici, invece che in­felici, ma ciò può accadere solo se esisterà un governo internazio­nale, che abbia il monopolio di tutte le forze armate, ed è molto dubbio che ciò potrà mai avverarsi.

Tutto questo mi porta a parlare del secondo tipo d’idee che hanno aiutato o che potranno aiutare l’umanità; parlo delle idee morali, contrapposte a quelle tecnologiche. Fino adesso ho preso in considerazione il crescente controllo sulle forze della natura che gli uomini hanno via via acquisito grazie alle conoscenze scientifiche, ma tutto ciò, nonostante sia il presupposto di molte forme di pro­gresso, non garantisce di per sé nulla di desiderabile. Al contrario, il presente stato di cose nel mondo e la paura della bomba atomica dimostrano che il progresso scientifico, senza un corrispondente progresso politico e morale, può solo accrescere la potenza del disastro che potrebbe essere causato da delle capacità tecniche usate in maniera distorta. A volte, per effetto della superstizione, sono tentato di credere al mito della Torre di Babele, e a supporre che oggigiorno un’empietà dello stesso genere ma ancora più grande stia per essere punita con un castigo ancor più tragico e terribile. Forse, come talvolta mi permetto di fantasticare, Dio non vuole che l’uomo comprenda il meccanismo con il quale egli regola l’universo. Forse i fisici nucleari sono arrivati così vicini alla verità che Egli desidera porre fine alle loro attività. E quale altro modo più efficace avrebbe mai potuto escogitare se non quello di spingere la loro ingegnosità fino al punto di sterminare la razza umana? Se potessi pensare che i cerbiatti, gli scoiattoli, gli usignoli e le allodole sopravvivrebbero, potrei pensare che questa catastrofe sarebbe in qualche modo equanime, dato che l’uomo non si è dimo­strato degno di essere il signore della creazione. Ma vi è ragione di temere che la terribile alchimia della bomba atomica distruggerà tutte le forme di vita allo stesso modo, e che la terra resterà per sempre una zolla morta che ruota senza vita attorno ad un inutile sole. Non conosco la causa capace di provocare questo interessante. avvenimento. Forse sarà la controversia sul petrolio della Persia, forse sarà il disaccordo riguardo all’industria cinese, forse una lite fra ebrei e musulmani per il controllo della Palestina. Ogni persona patriottica può rendersi conto che queste questioni sono talmente importanti da far apparire lo sterminio dell’umanità preferibile ri­spetto ad un codardo accordo.

Tuttavia, nel caso in cui alcuni fra i miei lettori preferissero veder sopravvivere la razza umana, potrebbe valer la pena di prendere in esame l’insieme d’idee morali che i grandi personaggi della storia hanno introdotto nel mondo, e che potrebbero, se venissero ascol­tate, garantire la felicità invece che la sofferenza Cristiana dell’intera uma­nità.

L’uomo, dal punto di vista morale, è uno strano miscuglio d’angelo e diavolo. Può percepire la meraviglia della notte, la delicata bellezza dei fiori primaverili, la tenerezza dei sentimenti filiali e l’ebbrezza della conoscenza. A tratti ha delle illuminazioni che gli mostrano come la vita dovrebbe essere vissuta, e come le persone dovrebbero trattarsi a vicenda. L’amore universale è un’emozione che molti hanno sentito, e che molti altri potrebbero sentire, se il mondo fosse meno complicato. Questo è un lato della medaglia. Dall’altro lato vi è la crudeltà, la cupidigia, l’indifferenza e l’orgoglio arrogante. Vi sono uomini, uomini del tutto normali, che obbligano i bambini a guardare mentre le loro madri sono violentate. Per realizzare i loro scopi politici, vi sono uomini che assoggette­ranno i loro oppositori a lunghi periodi d’indicibile sofferenza. Sappiamo tutti quello che i nazisti hanno fatto agli ebrei ad Au­schwitz. La crudeltà dell’espulsione di massa dei tedeschi ordinata dai russi non è molto lontana dalle atrocità perpetrate dai nazisti. E che dire, poi, della nostra nobiltà d’animo? Noi non abbiamo com­messo azioni simili, oh no! Ma gustiamo saporite bistecche e panini caldi, mentre i bambini tedeschi muoiono di fame perché i nostri governi non oserebbero affrontare la nostra indignazione chieden­doci di rinunciare a parte dei nostri piaceri. E se venisse davvero il giorno del Giudizio Universale in cui credono i cristiani, come pen­sate che suonerebbero le nostre scuse di fronte a quel tribunale?

Le idee morali, talvolta sono a servizio del progresso politico, talvolta lo superano. La fratellanza degli uomini è un ideale che deve il suo primo impulso a degli sviluppi politici. Quando Alessan­dro Magno conquistò l’Oriente fece di tutto per cancellare le dif­ferenze fra i greci e i barbari, indubbiamente perché il suo esercito greco e macedone era troppo piccolo per poter reggere un impero così vasto con la forza. Costrinse i suoi ufficiali a sposare nobili donne barbare, mentre lui stesso sposò due principesse barbare. Il risultato di questa politica fu che l’orgoglio e l’esclusivismo greco diminuirono, e la cultura greca si diffuse in molte regioni non abi­tate dalle popolazioni elleniche. Zenone, il fondatore dello stoici­smo, il quale era probabilmente un bambino al tempo delle conqui­ste d’Alessandro Magno, era un fenicio, e pochi stoici eminenti furono greci. Furono gli stoici ad introdurre il concetto della fratel­lanza umana. Essi affermavano che tutti gli uomini erano figli di Zeus, e che il saggio ignorava la distinzione fra greco e barbaro, schiavo o libero. Quando Roma riunì sotto un unico governo tutto il mondo civilizzato, l’ambiente politico favorì la diffusione di tale dottrina. In una nuova forma, più capace di fare appello alle emo­zioni degli uomini e delle donne comuni, il cristianesimo professava una dottrina simile. Gesù disse: «Amerai il prossimo tuo come te stesso», e quando gli fu chiesto: «Chi è il mio prossimo?», egli narrò la parabola del buon samaritano. Se desiderate comprendere questa parabola, così come fu compresa da coloro che lo ascolta­rono, dovreste sostituire «samaritano» con «tedesco» o «giap­ponese». Temo che molti cristiani moderni sarebbero restii ad effet­tuare tale sostituzione, perché ciò li costringerebbe a rendersi conto di quanto si siano allontanati dal fondatore della loro religione.

Una dottrina simile fu predicata molto tempo prima dai buddisti. Secondo loro, Buddha dichiarò che non avrebbe mai potuto essere felice, finché anche un solo uomo fosse rimasto infelice. Potrà sem­brare che questi nobili insegnamenti etici abbiano avuto ben poco effetto sul mondo; in India il buddismo è scomparso, in Europa il cristianesimo si è svuotato di quasi tutti gli insegnamenti di Cristo. Tuttavia ritengo che questa sarebbe in ogni modo una visione troppo superficiale. Il cristianesimo, non appena conquistò lo Stato, mise fine agli spettacoli dei gladiatori, non perché fossero crudeli, ma perché erano spettacoli pagani. Il risultato, in ogni caso, fu la dimi­nuzione della diffusa educazione alla crudeltà, che era causa del degrado della plebe delle città romane condotta al degrado. Il cri­stianesimo, inoltre, contribuì molto a migliorare il trattamento degli schiavi. Istituì la carità su larga scala, e aprì degli ospedali. Mal­grado la gran maggioranza dei cristiani abbia purtroppo mancato di carità cristiana, l’ideale è rimasto vivo, e in ogni epoca ha ispirato alcuni grandi santi. In una nuova forma, si è trasferito nel liberali­smo moderno, e rimane una delle fonti d’ispirazione della maggior parte delle speranze del nostro triste mondo.

Le parole d’ordine della Rivoluzione francese: Libertà, Ugua­glianza e Fraternità, hanno origini religiose. Della Fraternità ho già parlato, l’Uguaglianza era una delle caratteristiche delle Società Orfiche dell’antica Grecia, dalle quali, indirettamente, hanno preso vita molti dei dogmi cristiani. In queste società, schiavi e donne erano ammessi con gli stessi diritti degli altri cittadini. La difesa di Platone a favore del voto delle donne, che ha sorpreso alcuni studiosi moderni, deriva dalla pratica della religione orfica. Gli orfici credevano nella metempsicosi, e pensavano che un’anima che abitasse il corpo di uno schiavo potesse aver abitato in quello di un re, in un’altra vita. Secondo la religione, quindi, è sciocco fare delle discriminazioni fra re e schiavi; entrambi, infatti, hanno dignità data dall’appartenenza ad un’anima immortale, e nessuno dei due, in campo religioso può chiedere di più. Questa teoria   è passata dall’orfismo allo stoicismo, e dallo stoicismo al cristianesimo. Per lungo tempo i suoi effetti pratici furono scarsi, ma in ogni caso sia, ogniqualvolta le circostanze siano state favore­voli, ha fatto sì che si siano attenuate le disuguaglianze sociali. Si legga per esempio il Diario di John Woolman. John Woolman era un quacchero, uno dei primi americani ad opporsi alla schiavitù. Senza dubbio alla base delle sue convinzioni c’era un sentimento umanitario, ma fu in grado di rafforzare questo sentimento e ren­derlo più efficace nelle controversie con la dottrina cristiana, che i suoi prossimi non osavano ripudiare apertamente.

La libertà è un ideale con una storia molto travagliata. Nell’anti­chità, a Sparta, che era uno Stato totalitario, ve n’era tanta quanta durante il nazismo. Ma la maggior parte delle città Stato greche permettevano un grado di libertà che adesso noi giudicheremmo eccessiva, e che, in effetti, giudichiamo eccessiva, quando è messa in pratica dai loro discendenti nello stesso paese. La politica era una questione d’assassini e d’eserciti rivali, uno che sosteneva il governo, mentre l’altro era composto di profughi. Accadeva spesso che i profughi si alleassero con i nemici della loro stessa città, e marciassero in trionfo al seguito dei conquistatori stranieri. Questa era una cosa che facevano tutti, ed a dispetto di tutte le belle parole spese ad elogio della lealtà dei greci verso le loro città, nessuno sembrava giudicare una condotta del genere come particolarmente nefanda. Tutto ciò era causato dall’eccesso di libertà, e fece sì che come reazione si ammirasse Sparta.

La parola «libertà» ha assunto strani significati secondo i tempi. A Roma, negli ultimi giorni della Repubblica e nei primi giorni dell’impero, significava il diritto dei senatori più potenti di depredare le province a loro profitto. Bruto, che la maggior parte dei lettori inglesi conosce come l’eroe dall’animo nobile del Giulio Cesare di Shakespeare, era, in realtà, una persona assai diversa. Prestava il denaro ai municipi all’interesse dei sessanta per cento, e quando non riuscivano a pagare gli interessi, assumeva un esercito privato per attaccarli, e per questa ragione il suo amico Cicerone lo rimproverò un po’. Nel presente la parola «libertà», assume un significato molto simile quando è utilizzata dai magnati dell’in­dustria. Lasciando da parte queste divagazioni, in ogni modo, vi sono due significati più seri del termine. Da una parte, c’è quello dell’indipendenza di una nazione dalla dominazione straniera, dall’al­tra, la possibilità del singolo di perseguire i propri scopi legittimi. Ognuna di queste libertà, in un mondo ben regolato, dovrebbe essere soggetta a delle limitazioni, ma purtroppo la prima è stata intesa in senso assoluto. Tornerò più avanti a parlare di questa questione, mentre ora desidero parlare della libertà dei singoli cit­tadini.

Questo tipo di libertà fu introdotto in politica sotto forma di tolleranza religiosa, una dottrina che fu largamente adottata nel diciassettesimo secolo a causa dell’impossibilità da parte sia dei protestanti che dei cattolici di sterminare i loro avversari. Dopo aver combattuto l’uno contro l’altro una guerra durata cento anni, culminata con gli orrori della guerra dei trent’anni, e avendo con­statato che, al termine di questo spargimento di sangue, l’equilibrio fra le due parti era pressoché lo stesso dell’inizio, alcuni uomini geniali, perlopiù olandesi, suggerirono che forse tutte queste ucci­sioni non erano necessarie, e che si sarebbe dovuto permettere alle persone di pensarla come volevano su questioni come la consustan­ziazione contrapposta alla transustanziazione, o permettere che i laici bevessero dal calice della comunione. La dottrina della tolle­ranza religiosa fu introdotta in Inghilterra dal re olandese Gu­glielmo, insieme alla Banca d’Inghilterra e al debito pubblico. In realtà, tutti e tre erano prodotti della mentalità commerciale.

Il principale difensore della libertà di quel periodo fu John Locke, il quale si dedicò molto al problema di conciliare il massimo della libertà con il minimo di governo indispensabile, un problema del quale i suoi successori non smisero di occuparsi.

Durante il diciannovesimo secolo, in aggiunta alla libertà reli­giosa cominciarono ad essere garantite la libertà di stampa, di parola, e la libertà dall’arresto arbitrario, perlomeno nelle democrazie oc­cidentali. Ma la loro presa sulle menti degli uomini era più precaria di quanto al tempo non si pensava, e ora, su gran parte della superficie terrestre, non rimane nulla di loro, sia in pratica che in teoria. Stalin non poteva né rispettare, né comprendere il punto di vista che fece sì che Winston Churchill si dimettesse pacificamente, a seguito dei risultati del voto popolare. Credo fermamente nella democrazia rappresentativa, perché è la migliore forma di go­verno per chi ha la tolleranza e l’autocontrollo necessari per farla funzionare. Ma i suoi difensori commettono un errore se credono che essa possa essere introdotta dal nulla in quei paesi in cui il cittadino medio non è mai stato addestrato al compromesso. In una regione balcanica, non molti anni fa, un partito che era stato sconfitto per pochi voti nelle elezioni generali, si vendicò uccidendo un congruo numero di rappresentanti dell’altro partito per riavere la maggioranza. Gli occidentali pensano che sia un’usanza tipica dei Balcani, dimenticandosi che Cromwell e Robespierre avevano agito nello stesso modo.

Tutto ciò mi porta a parlare dell’ultima coppia d’ideali politici, ai quali il genere umano deve qualsiasi piccolo successo raggiunto dalle organizzazioni sociali. Mi riferisco ai concetti di legge e di governo. Fra questi due concetti, il più importante è quello di go­verno. Il governo può benissimo esistere senza la legge, ma la legge non può esistere senza governo   fatto, questo, che venne dimenti­cato da chi progettò la Lega delle Nazioni e il Patto Kellog. Il governo può essere definito come la concentrazione in una determinata organizzazione delle forze collettive di una comu­nità che, in virtù di questa concentrazione, è in grado di controllare i singoli cittadini e di resistere alle pressioni degli Stati stranieri. La guerra e sempre stata il principale promotore del potere di governo. Il controllo del governo sui privati cittadini è sempre maggiore quando vi è una guerra, o il pericolo imminente di guerra, rispetto a quando la pace sembra sicura. Tuttavia, ogni volta che i governi hanno acquistato potere, al fine di resistere alle aggressioni esterne, lo hanno sempre usato, se potevano, per favorire i propri interessi a spese dei cittadini. La monarchia assoluta è stata, fino a tempi piuttosto recenti, una delle più palesi forme di questo tipo di potere abusivo. Tuttavia nei totalitarismi moderni lo stesso male sembra essersi spinto più in là di quanto non avrebbero mai osato sperare un Serse o un Nerone o uno qualsiasi dei tiranni del passato.

La democrazia fu inventata come espediente per riconciliare il governo con la libertà. E’ chiaro che la presenza del governo è necessaria affinché esista qualcosa degno di essere chiamato civiltà, ma la storia insegna che qualsiasi gruppo d’uomini a cui sia affidato il potere ne abuserà, se potrà farlo impunemente. La demo­crazia ha il fine di rendere il potere dei governanti temporaneo e dipende dal consenso popolare. Finché si ottiene questo risultato, la democrazia riesce a prevenire i peggiori abusi di potere. Il Se­condo Triunvirato di Roma, per ottenere il denaro per combattere contro Bruto e Cassio, fece una lista degli uomini ricchi e li dichiarò nemici pubblici, tagliò loro la testa, e requisì le loro proprietà. Non è possibile applicare questo tipo di procedura nell’America o nell’Inghilterra del giorno d’oggi. E se dobbiamo dire che ciò non può accadere, non è solo grazie alla democrazia, ma anche grazie alla dottrina della, libertà personale. Questa dottrina, in pratica, è for­mata da due parti; da una parte si afferma che un uomo non potrà essere punito se non in conformità ad un legale processo, e dall’altra che esisterà una sfera in cui le azioni degli esseri umani non saranno soggette al controllo del governo. Questa sfera include la libertà di parola, di stampa, di religione. Un tempo era inclusa anche la li­bertà d’impresa. Tutte queste dottrine, chiaramente, nella pratica trovano determinate limitazioni. La Gran Bretagna in passato non accettò di applicarle in India. La libertà di stampa non è ammessa nel caso di dottrine sovversive. La libertà di parola non è ammessa nonostante ebbe subito inizio e che solo in seguito si è tentato di rendere il go­verno compatibile con la libertà personale. Nelle relazioni interna­zionali non abbiamo ancora raggiunto il primo stadio, nonostante sia ormai evidente che un governo internazionale sia tanto impor­tante quanto quello nazionale. Ritengo che si possa fortemente dubitare del fatto che, nei prossimi venti anni, per l’umanità sia più pericoloso che tutti i governi siano aboliti che non sia formato un governo internazionale. So che si è spesso rilevato che un go­verno internazionale sarebbe oppressivo, e non nego che ciò po­trebbe accadere, almeno per qualche tempo, ma anche i governi nazionali erano oppressivi all’inizio, e lo sono ancora nella maggior parte dei paesi, ciononostante quasi  nessuno difende l’anarchia nell’ambito di una nazione.

Il genere di vita sociale ordinata che potrebbe apparire comun­que desiderabile, poggia sulla sintesi e sull’equilibrio di determinate idee e istituzioni lentamente evolutesi nel tempo: il governo, la legge, la libertà individuale e la democrazia. La libertà individuale, ovviamente, esisteva anche prima che esistesse il governo, ma quando esisteva senza il governo la convivenza civile era impos­sibile. All’inizio i governi comportarono la schiavitù, la monarchia assoluta e, di solito, il rafforzamento delle superstizioni per opera di un clero potente. Tutti questi elementi erano fortemente nega­tivi, e uno può comprendere la nostalgia di Rousseau per la vita del buon selvaggio. Tuttavia, anche quella era solo una romantica idea­lizzazione, e, in realtà, la vita del selvaggio era, come diceva Hobbes, «sporca, brutale e breve». La storia dell’uomo ha subito di volta in volta delle grandi crisi. Ci deve essere stata una crisi quando i primati persero la coda, e un’altra quando i nostri antenati comin­ciarono a camminare in posizione eretta e persero la protezione del pelo. Come ho rilevato in precedenza, la popolazione umana del globo, che un tempo doveva essere molto scarsa, si accrebbe moltis­simo grazie all’invenzione dell’agricoltura, e in seguito si è accre­sciuta anche ai giorni nostri, grazie alla tecnologia industriale e alla medicina. Tuttavia, la tecnologia industriale ha provocato un’ul­teriore crisi. In questa crisi siamo messi di fronte a due alternati­ve: l’uomo deve tornare ad essere una specie rara, come al tempo dell’Homo Pèkiniensis, oppure dobbiamo imparare a sottometterci ad un governo internazionale. Qualsiasi governo del genere, infatti, sia che sia buono sia che sia cattivo o indifferente, renderà possibile la sopravvivenza del genere umano, e, così come negli ultimi cinque­mila anni gli uomini sono passati dal dispotismo dei Faraoni alle glorie della Costituzione americana, forse nei prossimi cinquemila anni, potranno passare da un cattivo governo internazionale ad uno buono. Ma se non si crea un governo internazionale di qualche tipo, il nuovo progresso dovrà avere inizio ad un livello più basso, proba­bilmente a quello tribale dei selvaggi, e dovrà avere inizio dopo una distruzione catastrofica, paragonabile soltanto al racconto biblico del diluvio. Quando si considera il lungo processo evolutivo dell’uomo da animale braccato, costretto a trovare precario rifugio nelle caverne per sfuggire alla furia delle bestie feroci, che non era in grado di uccidere; che si nutriva a stento dei crudi frutti della terra che non sapeva come coltivare; che rafforzava i terrori reali con la paura di fantasmi immaginari, di spiriti malvagi e incantesimi maligni; che ha acquisito gradualmente il dominio dell’ambiente circostante grazie all’invenzione del fuoco, della scrittura, delle armi, e infine della scienza; che ha costruito un’organizzazione so­ciale capace di limitare la violenza dei singoli e di fornire le misure necessarie alla sicurezza della vita quotidiana; che ha fatto uso del tempo libero guadagnato, grazie alle proprie capacità, non solo per il lusso dell’ozio, ma per la creazione della bellezza e per svelare le leggi della natura; che ha imparato gradualmente, anche se non completamente, a giudicare un numero sempre maggiore di per­sone attorno a lui come alleati per produrre di più, anziché nemici pronti a depredarsi a vicenda   quando si pensa a tutto questo lungo e arduo cammino, diviene intollerabile pensare che debba essere rifatto tutto di nuovo da capo, per non essere riusciti a compiere un passo per il quale tutta l’evoluzione del passato, vista nella giusta prospettiva, non è stata altro che una preparazione. La coesione sociale, che fra i primati rimane nell’ambito familiare, si è accre­sciuta sempre di più durante la preistoria, a partire dalla tribù in poi, e all’inizio della storia ha raggiunto il livello dei piccoli regni in Egitto settentrionale e meridionale e in Mesopotamia. Da questi piccoli regni sono nati i grandi imperi dell’antichità, e in seguito i grandi Stati dei giorni nostri, molto più estesi dell’Impero romano. Alcuni eventi dei tempi immediatamente recenti hanno privato i piccoli Stati della loro indipendenza, fino al punto che adesso ne rimangono soltanto due capaci di determinare in modo autonomo il proprio cammino: mi riferisco, ovviamente, agli Stati Uniti e all’U­nione Sovietica. Tutto ciò che è necessario per salvare l’umanità dalla catastrofe, è compiere il passo che può trasformare due Stati indipendenti in uno solo non mediante la guerra, che porterebbe alla catastrofe, ma mediante l’accordo.

Se questo passo potrà essere compiuto, tutte le grandi conquiste dell’uomo porteranno presto ad un’era di felicità e benessere, quale prima non si osava nemmeno sperare. Le nostre capacità scientifiche renderanno possibile abolire la povertà su tutta la terra, senza che siano necessarie più di quattro o cinque ore di lavoro produttivo. Le malattie, che sono state rapidamente diminuite durante gli ultimi cento anni, diminuiranno ancora di più. Il tempo libero guadagnato grazie all’organizzazione e alla scienza verrà senza dubbio largamente utilizzato per il puro divertimento, ma narrano ugualmente delle persone alle quali la creazione artistica sembrerà più importante. Vi sarà una nuova libertà dalla schiavitù economica di procurarsi il necessario sostentamento, e la maggior parte dell’umanità godrà dell’avventurosa spensieratezza che caratterizzerà la ricca gioventù ateniese dei Dialoghi di Platone. Tutto ciò è possibile nei limiti delle possibilità tecnologiche. Per realizzarlo è necessaria solo una cosa: che le persone che detengono il potere, e le popolazioni che le sostengono, capiscano che è più importante rimanere vivi che provocare la morte dei propri nemici. Non è un ideale troppo alto da raggiungere, si potrebbe pensare, ma ciononostante è un ideale che finora si è dimostrato superiore all’intelligenza umana.

Il momento attuale è il più importante e cruciale con cui l’umanità si sia mai trovata a confronto. La questione se nei prossimi venti anni l’umanità deve subire un disastro senza confronti, o se deve raggiungere un nuovo livello di felicità, di benessere e di conoscenza, dipende dalla nostra saggezza collettiva. Non so cosa sceglierà l’umanità. Vi sono seri motivi per avere paura, ma vi sono anche abbastanza possibilità che una giusta soluzione non rende irrazionale la speranza. Ed è nel nome di questa speranza che dobbiamo agire. Haideman Julius, 1946.

kiriosomega

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