CORANO-La piccola e la grande guerra santa!


Prius quam incipias consulto et ubi consulueris mature facto opus est




(scritto da kiriosomega nel 2003)

La ripubblicazione di un vecchio mio scritto ha la sua logica nel sentire ancora oggi enormi truffe culturali del Potere verso i cittadini amministrati, allorché nei suoi media dipendenti si parla di Islam!

Qui il Lettore troverà un’analisi e concetti MAI da alcuno pubblicati, almeno su riviste a grande diffusione!
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Questo scritto, senza voler creare allarmismi sulle attuali condizioni di belligeranza, legge sotto un insolito aspetto l’attuale situazione arabo-irachena, condizione purtroppo foriera di possibili ben più gravi e luttuosi avvenimenti che però, da Occidentali, speriamo che non avvengano.

Il concetto di “paura della guerra e della morte” da noi Europei ed Americani normale pensiero, è ben diverso da quello che è proposto nella vita Islamica. Non perché questa voglia la guerra ad ogni costo, ma perché nel suo insegnamento promuove la “grande guerra santa”, come rivoluzione interiore dell’uomo, che così s’incammina nella “via di Allah” realizzando la “piccola guerra santa” che ha sempre il solo significato di lotta per il trionfo della loro fede.

Le due guerre, quell’interna, la grande via,  e quell’esterna, la piccola via, coincidono nel perfetto fedele che combatterà fino alla morte anche usandosi come arma per realizzare la volontà di Allah.

Questo scritto è dedicato a comprendere la logica con cui si muove il nostro storico avversario, ciò nella speranza che attraverso la comprensione, non timorosa, possa in taluno creare i presupposti per una migliore intesa che spinga gli uomini a fermare un inutile quanto odioso massacro di civili e militari.


piccola e grande guerra santa

                                                 La piccola e grande guerra santa

La terra ha sempre bisogno di sangue,

e se alcuno volesse stimarla con le

capacità della ragionevolezza,

astraendosi dai fiumi della retorica

e dai piaceri spogli di luce

ben poca cosa troverebbe oltre a ciò che i

moderni campi di battaglia producono!stemma varie armi

Questo scritto è formulato nel tentativo di ricercare motivazioni sui luttuosi recenti avvenimenti che ci hanno sconvolto. Essi sono interpretati sotto l’aspetto storico, sociale, teologico e non si pensi che meno apparenti diverse mire siano sottese. Valutatelo solo per ciò che tenta d’essere, una modesta ricerca super partes per indicare un accordo o, viceversa, una chiarificazione dei motivi che devono indurci a fermare il flusso d’immigrati islamici che senza nemmeno combattere ci stanno espugnando con il loro numero e, a mio giudizio, troppo frettolosamente, c’è anche chi vuole offrire loro il diritto politico.

 

ALCUNE CONSIDERAZIONI

Quale uomo occidentale moderno, morendo, è felice di perdere la vita solo in virtù di un credo dogmatico che sussurra, senza certezza alcuna, di un paradiso nel post mortem?

Questo pensiero, in tutti noi Occidentali ben forte, sembra incontestabile, eppure non è per tutti gli uomini così!

Lontano dalla cultura occidentale dove il mondo è economia, matematica, fisica, tecnologia, altri uomini si muovono solo nell’ombra d’Allah, con le loro dottrine, i loro costumi, le loro idee, i loro capi.

-E’ una società diversa, per noi inconcepibile, dove donne e sacchi acquistano la stessa forma quando queste ultime vestono il burka e s’accoccolano in terra; dove regole d’igiene sociale sono considerate comandamenti del Dio e del suo volere.

E’ in questa società che la “guerra santa” raccoglie i suoi fedelissimi.

I miseri diseredati alimentano la sua voracità, esaltati dal loro credo fideistico e dogmatico.

Sono genti che sperano in una vita migliore di quella che qui è loro data dalle contingenze e così, necessariamente, come riscatto a tutte le pene e sofferenze che sopportano, credono fermamente nei giardini d’Allah dove anche a loro, eroi morti in battaglia, sarà concessa opulenza e comando. Sono genti soggiogate da comportamenti imitativi e vessatori, perché il Potere costituito dei loro capi carismatici, che si fanno discendere da Maometto, utilizza con sollecitudine la pena di morte ed il marchio dell’infamia.

Questa semplice realtà insieme al grande orgoglio d’essere arabi non è stata valutata dalle Amministrazioni Occidentali che, in nome di un’altra guerra, quella del petrolio e dell’economia, hanno incautamente non poco contribuito a scatenare un conflitto tra società, complicato dalla presenza di due grandi teocrazie.

Gli Occidentali hanno scatenato nel tempo attuale, afferma la stampa araba, un altro grave conflitto che ferisce profondamente il popolo islamico, quello di “averli insultati”, come loro affermano, attraverso una “guerra preventiva” che si poteva evitare con un po’ di buon senso.

E’ vero, come molti affermano, era difficile stare a guardare dopo l’undici settembre ma, secondo me, a parte tutte le implicazioni che possiamo congetturare sui responsabili di quel massacro, era proprio quello il momento di offrire una svolta al consorzio umano dirigendolo verso una società più giusta ed egualitaria, in cui il benessere fosse meglio distribuito.

Ormai il “mostro” è sfuggito alle sbarre della sua gabbia, la guerra è aperta. E’ una guerra non dichiarata ma combattuta, è una guerra dalle mille bandiere ma senza un vessillo di un esercito arabo regolarmente schierato, è una guerra strisciante dove il gigante potrà subire i lutti più tremendi creati da gnomi di Lilliput che combattono com’esaltati in nome di Dio.

Il futuro è fosco. L’inopinata repentina caduta dell’ex Unione Sovietica, perpetrata dalle demoplutocrazie con l’aiuto di un Papa polacco, ha costretto le società Occidentali ed i grandi trust multinazionali ad un esame di se stessi facendo emergere le loro terribili, profonde, forse insanabili contraddizioni.

“L’Angelo della guerra è sfuggito e la sua diana, terribile, sembra ormai squillare sempre più intrepida!”

Ora è giunto il tempo, per l’Occidente, di serrare i ranghi non più in nome di una scelta politica di partito, ma di una necessità inderogabile di mantenere le proprie tradizioni e cultura. Il confronto sarà aspro e senza esclusione di colpi.

Purtroppo inopinate scelte di politici di serie “B”, piccoli “ducetti” dediti solo all’interesse dei propri gruppi economici e non a quelli collettivi umani, ha distrutto il preesistente già precario equilibrio.

La responsabilità dei luttuosi avvenimenti ricade dunque, in ultima analisi, sulle genti che hanno eletto loro rappresentanti uomini non adatti all’alto compito.

Nel seguito dello scritto esamineremo le motivazioni addotte dall’Islamismo, ciò per valorizzare o reprimere la sua causa, e tenterò d’astenermi da populistici commenti ed illazioni.

La ragione di questo scritto è dunque solamente quella che deriva dalla necessità di conoscere il mondo islamico, per assolverlo o reprimerlo senza remore.

La guerra, purtroppo, o si combatte o ci assoggetta.

Le missioni umanitarie, ipocrisie del perbenismo, a nulla servono specie quando l’interlocutore non le ha richieste e non le vuole. Se i nostri militari -non inviati dall’O.N.U.- erano in Iraq in peace-keeping non avevano necessità d’armi, e se la missione era improntata alla pace meglio sarebbe stato l’invio di medici ed infermieri, di tecnici e tecnologia, avremmo risparmiato la vita dei nostri fratelli caduti in onore del Dovere e delle Stellette. In ogni modo i nostri Carabinieri caduti, degni del massimo rispetto per aver versato la vita al Dovere, sono secondo me caduti per una guerra che certo non volevano e non amavano. Sono caduti, lo affermo con estrema deferenza verso di loro, per le scelte inopportune di un governo che, oltre ai funerali di Stato, non ha chiesto scusa alle famiglie di quegli Eroi e le loro morti saranno, per i politici sempre a casa, solo merce di scambio ad un tavolo delle trattative che verrà.

giustizia

giustizia

SPINOSI ATTUALI PROBLEMI

Se vuoi vincere il tuo nemico

Devi prima conoscerlo!

-Perché gli statunitensi ora chiedono truppe internazionali d’appoggio rivolgendosi all’O.N.U. ma, nel contempo, non vogliono cedere il comando della missione?

-La risposta è forse semplice, non dimentichiamo che le armi di distruzione di massa non si sono trovate ed è sempre più verosimile che non esistono. Rischiare dunque qualcosa di simile ad un nuovo Vietnam è pericoloso e dannoso alla popolazione ed all’economia.

Chi ha voluto l’attentato alle truppe italiane e perché.

-Ci sono state “negligenze” nell’approntamento delle difese passive ed attive del centro occupato dai nostri militari?

-La nostra presenza in Iraq è un atto di guerra inconfessato dal Governo?

In ogni modo, chi materialmente ha subito il sommo insulto, perdendo la vita, sono giovani che meritano d’essere additati a monito dell’inutilità della guerra, al contrario di chi per opportunismi di scelte politiche li ha inviati al massacro.

Tuttavia per ciò che è inerente all’immediato comportamento italiano, nella prosecuzione dell’azione intrapresa, è indispensabile che le forze politiche, di maggioranza e d’opposizione, trovino un accordo nell’interesse della Nazione. Esse devono smettere d’agire dal punto di vista della partitocrazia, cosa che sempre le trova concordi solamente nel formulare nuovi appannaggi ad uso dei soli deputati e senatori.

-Dall’esame delle azioni guerresche, forse non solo di “al-Qaeda” e del suo leader lo shaykh Usama Bin Ladin, sembra probabile d’essere di fronte a più gruppi combattenti che si stanno fondendo tra loro, nel tentativo, forse disperato, di far sollevare l’intera nazione araba contro l’Occidente.

-E’ verosimile ritenere che questa guerra che il Presidente Bush definì unilateralmente conclusa qualche mese fa, divenuta ora “guerriglia urbana”, sia, sotto questo aspetto, una manovra pre-organizzata di Saddam Hussein? Il suo S. M., sapendo di non poter resistere all’impatto armato con le forze statunitensi, defilò l’esercito e la famosa “Guardia Nazionale” per proseguire con operazioni clandestine di guerriglia? Se così è, è lecito inquadrare le frasi proferite dal deposto Ministro della Difesa Irachena come un monito per ciò che succederà?

Ma se queste ipotesi sono vere dobbiamo chiederci cosa spinge i militari di un “dissolto” esercito, ormai in clandestinità, a sacrificarsi, ed oltre a ciò è necessario comprendere sé c’è in atto una fusione tra forze armate “irregolari” che dimostrano di essere ben organizzate ed altrettanto ben dirette.

Ho, ovviamente, solo ipotesi personali al quesito proposto, congetture che così posso riassumere: “L’orgoglio d’essere arabi, la fedeltà d’appartenenza all’Islam e, forse, l’amor patrio”. L’ultima  espressione non significa che quella gente non ami la Patria, ma essa è subordinata, nella loro mentalità, al regime teocratico che vivono e che definiscono Dawlat-Din.

In ogni modo, sempre secondo la mia interpretazione, è pericoloso valutare le azioni belliche svolte contro gli Occidentali, e condotte dalle genti arabe, come avvenimenti di una resistenza solo terroristica.

La costanza della lotta armata, le azioni di disturbo anche di più volte il giorno ed in siti tra loro lontani, fa pensare ad una strategia coordinata da un’unica regia oligarchica che possiede nozioni approfondite di strategia, tattica militare e notevoli capacità d’analisi dei punti nevralgici. Strategia che però, in prima istanza avvalendosi delle morti quasi annunciate degli “infedeli”, ha come obiettivo il logorio delle stesse forze straniere viste e sentite come truppe d’occupazione. Ciò, secondo gli organizzatori clandestini, dovrebbe far sì che, per i lutti subiti, l’opinione pubblica dei Paesi esteri coinvolti chieda a gran voce l’abbandono del territorio iracheno.

Se ciò dovesse realizzarsi, tutta l’operazione sin qui condotta si dimostrerebbe un fallimento con due possibili conseguenze:

  1. A) La prima, certo la più prevedibile, sarà lo scoppio di una sanguinosa rivolta civile per il controllo territoriale dello spazio iracheno. Da ciò deriverà, per gli Stati Uniti, l’immediata perdita della possibilità di controllo dello Shatt-al-Arab e dell’opportunità della costruzione, esente da royalty, di una pipeline che discenda attraverso l’Afghanistan verso il golfo Persico, portando al mare, dalle cinque ex repubbliche esterne sovietiche, il petrolio di cui sono ricchissime.

In ogni modo su quelle regioni si ergono ormai anche gli interessi del colosso cinese che con il suo attuale P.N.L. al 18% annuo, con il suo immenso serbatoio umano e con la forza militare che possiede, farà pressioni non da poco per attirare quelle Nazioni nell’ottica dei suoi interessi. Inoltre tutti questi Paesi si trovano confinanti con la Cina, sull’antica via della seta.

Anche la bellicosa Corea accamperà diritti sulle rimland del bassopiano turanico, dove l’economia del paese più ricco, il Kazakhstan, è di $ 1400 pro capite annui, mentre quella del più povero, il  Kirghizistan, è di soli $ 350 annui per persona (dati che si riferiscono all’anno 1999-2000). Non bisogna però dimenticare che le cinque repubbliche in questione sono con predominanza di popolazione socio teocratica islamica, per cui potrebbero anche confluire, politicamente, verso l’Iran ed il Pakistan. Insomma tutta la regione centro orientale europea potrebbe divenire, purtroppo, qualcosa di molto simile ad una mina vagante. Ma anche altri interessi presto si affacceranno sul già precario panorama mondiale, per primo e particolarmente quello del possesso delle acque.

  1. B) L’altro effetto, indiscutibilmente più micidiale, sortirebbe l’effetto di creare una nuova e forte lega pan araba, manovra politica attraverso cui cadrebbero i Governi, ancora moderati, specie della Al-Mamlaka al-‘Arabîya as-sa’ûdîya, ed il mondo arabo in toto si solleverebbe nella ricerca d’affermazione della propria identità che è avvertita come calpestata ed irrisa.

Questa seconda condizione è, in effetti, la sostanziale motivazione e rivendicazione che i gruppi di miliziani arabi, di diversi Paesi, già impiegano come motivo essenziale della lotta armata che fomentano.

Nell’enorme ridda d’ipotesi e scenari internazionali, nell’attuale situazione di lotta al regime di panico che si diffonde, che non è solo di derivazione ed adozione cristiana monofisita qual è l’Islamismo, è necessario trovare un interlocutore valido per l’Occidente. Questa figura dovrà possedere, in particolare, la capacità di morigerare i teocratici popoli coranici.

La ricerca non è però semplice proprio per il concetto, anche ebraico, della massima purezza, osservanza e discendenza di chi può proporsi come capo indiscusso della “polveriera coranica” e non più solo mediorientale.

Le ragioni di questo comportamento sono storiche ed è importante comprenderle per arginare possibili errori di valutazione commessi da noi Occidentali.

Infatti, ciò che la nostra stampa ha pubblicizzato fino alla nausea, è la bontà delle democrazie, e per molti di noi certo è così, ma questo modello sociale non è apprezzato dagli arabi che preferiscono vivere “nella via di Dio”.

Questa scelta è per il mondo arabo irrinunciabile ed insostituibile. Lo dimostra anche il fatto che l’attesa sollevazione del popolo iracheno dopo la caduta di Hussein non è avvenuta, anzi è esplosa una sorda rabbia contro le “truppe d’invasione”.

Forse solo l’O.N.U. potrà rasserenare il futuro di questa pericolosa vicenda, a patto che gli siano nuovamente riconosciute le prerogative internazionali di cui gli statunitensi lo svuotarono con la loro guerra unilaterale.

Inoltre pur sommamente avviliti per l’omicidio dei nostri militari, ricordiamoci anche delle morti avvenute tra la popolazione civile irachena.

Ma la domanda principale che dobbiamo rivolgerci è: “Che fare” e “Come fare”?

Questa inquietante interrogazione presenta tre aspetti, l’uno economico, il secondo legale ed il terzo pratico.

  • Non ha bisogno di spiegazioni comprendere che ogni gruppo eversivo, per mantenersi, ha necessità di trovare armamento e che questo deve essere acquistato. L’acquisto però richiede l’esistenza di società di comodo che possono effettuare l’operazione ed organizzare la spedizione. E’ perciò indispensabile che i “Servizi” individuino tali Società e le loro fonti di sostentamento.
  • Nella seconda fase devono essere rintracciati i fornitori d’armi ed impedire loro di effettuare la vendita. L’aspetto legale del problema potrà essere affrontato con una legge comunitaria tra Europa e Stati Uniti, coinvolgendo anche la Cina, la Corea, il Pakistan e l’India.
  • Un altro aspetto dell’operazione consisterà nel creare un embargo internazionale verso i Paesi che si presteranno a vendere o ad accettare l’importazione clandestina di armamenti. Il controllo marittimo, ove sia necessario, può avvenire in acque internazionali e non è problematico con l’uso dei “satelliti spia” e di naviglio veloce armato.

Abbiamo sopra affermato, tra l’altro, che la conoscenza della realtà storica del mondo arabo, che mai come in questo caso potrà dimostrarsi magister vitae, potrà aiutarci a comprendere sul da farsi per evitare al mondo nuovi gravi lutti. Descriviamo perciò, qui sommariamente, alcune condizioni sociali operanti in seno a quelle popolazioni e tentiamo di comprenderne i motivi ed i meccanismi.

 

APPROCCIO AL MONDO ARABO

Per le notevoli diversità trans culturali che esistono tra noi ed il popolo arabo è indispensabile conoscerne i modelli comportamentali per poterli avvicinare e, se richiesti, sostenerli nel miglior modo possibile secondo i loro usi e costumi in un trattato di cooperazione.

Storicamente, la matrice d’insorgenza d’ebraismo, cristianesimo ed islamismo, seppur unica e con spunti religiosi assai similari non mostra d’allearsi, anzi, più soventemente sembra dividersi non tanto sulla sostanza quanto sugli accidenti.

Infatti, nonostante la religiosità imperante nelle tre teocrazie, le diversità sociali sono rilevanti perché due d’esse, la cristiana e l’ebraica, applicano la fisiocrazia economica che è totalmente sconosciuta nell’Islam.

In questa dottrina economica che ci distingue dall’Islam, ammodernata da Adam Smith e da David Ricardo suo discepolo, si sostiene la tesi del “valore-lavoro” basata sul libero mercato in cui Stato e Religione non hanno competenze, mentre, al contrario, ciò non è riconosciuto nel mondo arabo.

La mancata attuazione di questa formidabile azione dell’evoluzione sociale ha la sua principale ragione, secondo me, nella diversa espressione geografica abitata dai popoli arabi. Infatti, in un’ampia regione che dalle coste mediterranee s’estende verso i tropici e l’equatore, dove la temperatura al suolo è elevatissima ed il territorio, oggi povero d’acqua, è arso, le occasioni di lavoro non sono molte e, quando esso è atteso, non può essere sostenuto a lungo proprio per il caldo soffocante che induce rapida stanchezza. Ecco allora che l’uomo ricerca in una verità ultraterrena le ragioni del suo patire, e trova la forza per il lavoro solo se esso è compiuto nel nome di Dio o dei suoi rappresentanti in terra. Appare così evidente la questione di discendenza dell’individuo per essere considerato, societariamente, Unto, -Messia o Cristo- od anche Ayatollah religioso.

In tutto l’Islam, la “salat” interrompe ogni attività quotidiana, essa deve essere eseguita scalzi più volte il giorno entro uno spazio sacro che è il “tappeto”, e l’orante deve anche essere rivolto verso Makoraba o Makkah -La Mecca-. La massima applicazione di questo rituale avviene presso gli Sciiti che lo compiono ben cinque volte il  giorno e dopo avere praticato, tutti, le prescritte abluzioni.

Oltre alla salat, guidata da un imam paragonabile al nostro teologo, è scandita anche un’omelia diffusa dal pulpito da un khatib che non ha funzione sacerdotale ma che risponde al concetto della pari dignità di tutti i fedeli di fronte ad Allah. Al muezzin, adattamento turco dell’arabo muadhdhin, è affidato l’incarico di annunciare dal minareto moscheale l’ora della preghiera quotidiana e della funzione del venerdì. Ma al mussulmano sono imposti per legge coranica cinque obblighi fondamentali per dimostrarsi un buon fedele:

  • rispettare e far rispettare la shahada, ossia proclamare il proprio atto di fede verso Dio;
  • eseguire, almeno una volta nella vita, un hagg, il viaggio di pellegrinaggio alla Mecca;
  • osservare scrupolosamente la salat, vale a dire proferire le invocazioni coraniche per la captatio benevolentiae del Dio;
  • rispettare minuziosamente il sawm, ovvero il digiuno previsto durante il Ramadan;
  • rispettare la zakat, in altre parole pagare le decime in favore dei poveri.

In queste popolazioni sono anche avvertite come obbligo religioso la necessità di eseguire macellazioni rituali degli animali di cui cibarsi, l’astenersi dal mangiare carne di maiale perché è un animale impuro, il trattenersi dal bere alcolici e di praticare la circoncisione.

-Il concetto di purezza è presente anche nelle più antiche credenze ebraiche e cristiane che hanno origine dal profetismo mosaico, ma meglio espresse, in tempi a noi più vicini, dalla questione giovannea e dal suo “battezzare”, una tantum,  per la remissione dei peccati (Marco 1,4 e Luca 3,3). La questione storica non è però riportata da Giuseppe Flavio che certamente non ne comprese il significato profondo e non perché non ne fosse a conoscenza.

Il concetto di purezza è di fondamentale importanza nel bacino mediorientale perché implicitamente ammette che il mondo umano è impuro, mentre, al contrario, non è tale ciò che promana da Dio. Anzi, la “purità” è garantita dai sacerdoti che in ogni modo, già antica ma sempre nuova simonia, la vendevano senza aver fatto eseguire le necessarie ritualità.

Tornando al Battista non sinottico ma descritto da Luca -7,33-, al pari degli Esseni pur non appartenendovi, non mangiava pane e non beveva vino, né consumava olio perché contaminato da mani umane che l’avevano toccato per confezionarlo. Egli si cibava di miele selvatico considerato puro perché incontaminato dall’uomo, così come altro suo pasto erano le cavallette del deserto. Esistono però contraddizioni in questo modo di fare, perché lo stesso Giovanni indossava pelli conciate di cammello, dunque toccate dagli uomini ed impure anche perché provenienti da un animale considerato tale dal Levitico (Lev 1,14).

Lasciamo i riferimenti storici dell’ebraismo del primo e secondo Giuda e del cristianesimo della koinè, ed esaminiamo lo sviluppo storico delle propensioni più indicative tuttora presenti nell’Islam. Constateremo così che potremo riallacciare l’origine delle sue primitive correnti religiose ai primi decenni susseguenti la morte di Maometto. Scopriremo così che in tempi lontani, tra il 656 ed il 661, si crearono le prime popolazioni coraniche che presero il nome di Sunnite e Sciite, sorte insieme a quelle Kharigite.

La loro primitiva connotazione, ma forse nella sostanza mai mutata, era quella di dimostrarsi veri movimenti politici che furono interpreti di un’aspra e lunga contesa per la conquista del potere. Solamente nei secoli successivi, alla volontà di dominio politico territoriale però mai sopita, si associò la configurazione di comunità religiose.

In seguito, dopo il tentativo legalista dell’esperienza religiosa, si evidenziarono nelle comunità anche indirizzi mistici incoraggiati dagli esoteristi, con tentativi d’instaurare un rapporto diretto col divino così come avvenne specialmente nel sufismo.

Però ogni tentativo di realizzazioni esoteriche, pericolose per il Potere costituito, non ottenne mai reali successi perché aspramente contrastato dai califfati che detenevano il Potere.

Storicamente è ricordato come rappresentativo il caso di Hallaj, mistico arabo che fu giustiziato nel 922 perché aveva tentato di proporre la possibilità che ognuno potesse avere un suo rapporto intimo ed insindacabile col Dio, così, di fatto svuotando la religione coranica del suo potere di legare le masse al volere dei capi religiosi-politici. Nell’Islam, infatti, esiste la Dawlat-Din, un amalgama indissolubile tra Stato e Religione, cosicché i capi carismatici del popolo, contemporaneamente politici e religiosi, impongono le scelte sociali attraverso i due poteri che in loro sono accentrati.

In questo modo, nel variegato panorama del mondo arabo in cui, in tempi moderni, si affaccia la lega pan-araba ed un nazionalismo etico religioso sempre più marcato, il problema del senso dell’identità coranica diviene maggiormente avvertito e qualunque ingerenza straniera è vissuta come male indispensabile per fortificarsi nell’attesa del tempo del riscatto.

LA JIHAD E LA NYYAH

Nel teosofico e conservatore mondo arabo ogni realtà è considerata un simbolo ed ogni azione diviene un rito.

Questo concetto prende le mosse dal nazionalismo etico religioso di cui abbiamo accennato, e purtroppo abbraccia anche la guerra che così acquista, nella nazione araba, i lineamenti della “guerra santa”. La jihad esprime dunque la via e la volontà di Dio che si pone in atto attraverso l’azione dell’uomo.

Quest’atteggiamento mentale non si discosta da quello cristiano, sfacciatamente presente in passato al grido di “Dio lo vuole” di Pietro l’Eremita e oggi nascostamente attuale nel prete benedicente gli eserciti sotto l’egida del “Gut mit uns” o del “In hoc signo vinces”.

Nella religiosità delle nazioni coraniche si discernono due guerre sante, l’una immateriale, interiore, non cruenta che permette al fedele di agevolare il volere di Dio, l’altra materiale, esteriore, sanguinaria che va combattuta contro un popolo nemico ed in particolare contro l’infedele. La prima è la “grande guerra santa”, l’altra è la “piccola guerra santa”. Esse, contemporaneamente singole e plurime, personali ed esteriori, s’identificano nella jihad che è causa ed è causata dalla costante ricerca, nell’uomo, della volontà di dio, la nyyah.

Si comprende ora che nell’arabo islamico l’esercizio della guerra è una “natura naturata” che possiede un rapporto intimo, spirituale, tra tutte le forme di lotta e di queste due in particolare. Possiamo dunque affermare che la loro reciprocità è simile a quella cristiana tra anima e corpo, e come questa è indissolubile in questa vita.

E’ fondamentale la comprensione di questa “necessità religiosa coranica” per capire come i due aspetti della guerra, del singolo e del popolo, sono un’unica realtà della concezione eroica della vita. In questo modo la grande guerra santa diviene il carrier attraverso cui si pone in essere la piccola guerra santa e, questa ultima, la forma esteriore, è l’azione rituale che esprime e formalizza l’avvenuta “rivoluzione” interiore.

-In questo concetto è racchiuso, secondo me, l’intero pensiero sociale islamico che non si discosta mai dalla sua teosofia simile alla “Sophia” gnostica ma rivolta, in questo caso, verso il Sommo, non lasciando spazi per il Demiurgo.

Questo pensiero lo possiamo trasporre, nel tentativo di renderlo più chiaro, ricorrendo all’induismo ed alla sua sapienza guerriera espressa nella Bhagavad-gîtâ -III,45– quando afferma: “Attuando ogni cosa che supera la ragione, in te stesso rafforzandoti da te stesso, uccidi il nemico come causa formale d’aspirazione ardua a trionfare”.

Insomma, in termini cristiani, la grande guerra santa è la lotta che l’Uomo conduce contro i nemici che porta in sé e che s’esprimono con l’alternanza del bene e del male. E’ dunque il manifestarsi del suo Principio Assoluto che combatte contro ogni cosa che vi è in lui d’umano, di caduco, di precario e perciò legato ai moti profondi della pulsione istinto affettiva.

E’ allora doveroso, per gli osservanti coranici, combattere, distruggere e vincere il desiderio che è in noi di valorizzare questa vita terrena, in modo tale che l’infedele che ospitiamo in noi stessi sia ridotto in catene o ucciso e, trasponendo ed ampliando il concetto, similmente i popoli infedeli devono essere distrutti o condotti ai ceppi.

Questo credo è proprio di molte tradizioni ermetiche ed è spesso figurativamente espresso dal simbolo dei due nemici che divengono una sola cosa, ormai forieri di pace nel loro rapporto in Dio.

Nelle tradizioni guerresche di molti popoli orientali, inclusi quelli coranici, la piccola guerra santa, quella cruenta e grondante sangue è anche intesa come opera per realizzare la grande guerra santa, per questo nel mondo islamico la jihad e la “via di Allah” sono concetti intercambiabili.

Secondo questo modo ci concepire la vita, l’azione detiene sempre le funzioni di rito sacrificale e di purificazione, cosicché l’orientamento spirituale, “l’onesta intenzione” adoperata per l’ottenimento dello stato trascendente “ultra umano” è alla base d’ogni avvenimento.

In questo modo, nell’Islam, la guerra acquista un carattere sacrale. Così essa giunge ad essere un’esaltazione dell’animo, alla ricerca di Dio, che supera la sterile insana irrazionale mania scatenata da cupidigie e brame di Potere.

 

ALCUNE CITAZIONI CORANICHE

L’interpretazione del Corano, secondo la tradizione conosciuta come tafsir, è una magistero che è cominciato nell’epoca in cui il testo si è stratificato nella scrittura, giungendo fino ai nostri giorni.

In questo paragrafo espliciteremo, con pochi commenti, perché per l’Islam è inconciliabile l’avvicinamento con altre religioni, anche teocratiche monocratiche, e con altri popoli che sono definiti, sempre, con l’epiteto di “infedeli”.

Di somma importanza, nell’Islam,  è la consapevolezza dell’orientamento spirituale. In altre parole è questa la via della “giusta intenzione”, ovvero il “tentativo-necessario” di raggiungere lo stato catartico “non umano o ultra umano” dell’anima e della vita che è aldilà di questa che conduciamo. In questo modo si realizza, come già affermato, la grande “guerra santa”. Se così non fosse, anche nell’Islam la guerra resterebbe priva del carattere sacrale e si svilirebbe in un’apologia improduttiva. Essa diverrebbe perciò solo un fenomeno irrazionale con origini ancestrali.

Il Corano è ripartito in 114 capitoli denominati sure, ciascuna di esse possiede un suo proprio titolo ed ognuna è suddivisa in versetti “ayat”. Il testo, esteso come il N.T. Cristiano, presenta diverse edizioni in cui la struttura non è quella originaria secondo cui sarebbe stata rivelata a Maometto, ma mostra i capitoli iniziali più lunghi divenendo nel proseguire sempre più brevi con eccezione di “al-Fatiha, “l’Aprente“, che presenta solo sette versetti. Questo sacro libro dell’Islam fu composto sia in prosa sia in versi sciolti con stile allusivo ed ellittico, ed il suo dire è spesso oscuro con interpretazioni complesse e difficili. Per quanto vi è riportato possiamo affermare che il contenuto si basa sul concetto di dovere morale espresso attraverso severi avvertimenti che riguardano il “giudizio finale”, ma anche vi sono proposti i racconti della vita d’Adamo, Noè, Isacco,  Mosè, Elia, Giovanni Battista, Gesù. Nel leggerlo, molti “racconti” si capiscono vicini ai vangeli apocrifi e canonici. Personalmente ritengo che il Corano possa essere uno dei tanti volumi scritti e smarriti nei primi secoli n. e. (nostra era). Proposto da Maometto, non è certo a lui attribuibile perché la tradizione islamica lo dichiara analfabeta, inoltre stilisticamente si comprende che è più antico dell’egira. E’ anche significativo il fatto che le feste islamiche non hanno alcuna attinenza con le stagioni come nel cristianesimo ed i mesi sono computati con il ciclo lunare. Questa considerazione ancor più m’induce a credere che il libro fu scritto da popolazioni nomadi che vivevano in clima desertico e poco inclini all’astronomia. In ogni modo possiamo attribuire a questo scritto lo stesso valore che hanno la Bibbia e la Torah nelle rispettive comunità, ed anch’esso, come queste, mostra d’essere una summa di regole sociali inneggianti al Dio, così proponendosi come una delle due maggiori fonti della legge islamica insieme alla Sunna sunnitica.

SURE PIU’ NOTEVOLI PER L’ISLAMISMO

1)Combattono per la jihad tutti coloro che sacrificano la propria vita terrena per quella ultraterrena, perché a chi combatterà nella via di Dio e resterà ucciso o sarà vincitore, noi daremo grande premio”. (IV,76)

2)Combattete -fedeli- nella via di Dio tutti coloro che vi faranno la guerra”. (II, 186)

3)Uccideteli ovunque li trovate e scacciateli”. (II,187) Questo versetto anticipa e  ricorda i luttuosi avvenimenti di una poesia di Il’ja Grigor’eviè Erenburg, (Kiev 1891 – Mosca 1967), quando durante la seconda  guerra mondiale scriveva, per incitare i russi alla riscossa, “…Uccideteli –i tedeschi- ovunque li trovate, uccideteli nei grembi delle loro madri…”.

4) “Non vi mostrate deboli né indulgete alla pace” (XLVII,37) 

5) “Allorché incontrerete coloro che non credono, abbatteteli finché non ne abbiate fatto una strage e, coloro che sopravvivranno, traeteli in pesanti catene”.(XLVII,4)

6) “La vita terrena è solo un gioco ed un trastullo”. (XLVII,38)

7)Chi si mostra avaro, si dimostra avaro solo contro se stesso”. (XLVIII,40) L’interpretazione di questo versetto deve essere paragonata all’evangelico “Chi vuol salvare la propria vita la perderà, e chi cederà la renderà veramente vivente”.

8) E voi che avete creduto quando vi fu detto –“ Scendete in campo per la jihad”- vi abbarbicaste fortemente alla vita terrena? Avete forse preferito la vita di questo mondo a quella futura”? (IX,38)

9) Attendete(vi) da Noi cose –magnifiche- oltre i premi supremi, -da voi versati- di vittoria e sacrificio”. (IX,52)

10)Vi è stata comandata la guerra benché vi dispiaccia. Ma è giusto che vi dispiaccia ciò che per voi è bene, e può piacervi ciò che è male per voi? Dio sa, mentre voi non sapete”! (II,212)

11) “…Preferirono essere tra quelli che rimasero: un marchio è inciso nei loro cuori, così che non comprendono… Ma l’apostolo e coloro che credono con lui combattono con ciò che essi posseggono ed anche con le loro stesse persone -(l’uomo è dunque considerato un’arma o parte di essa, ecco spiegato il suicidio mediante esplosione insieme al mezzo detonante)-

12)A loro –i combattenti- ogni bene ed essi soli saranno quelli che prospereranno”. (IX,88,89)

13)Dio ha allestito per loro giardini sotto cui scorreranno i fiumi ed in cui eternamente riposeranno, questa è la grande felicità” (IX,90) Qui è risaltato il concetto dell’acqua sia come mezzo purificatore sia come sommo bene per mantenere floridi i giardini. Ciò è contrapposto alla fatica del vivere nel clima arido e secco delle regioni abitate durante la vita terrena.

Di grande interesse storico culturale sono gli accostamenti che possono realizzarsi anche tra la tradizione eroica della credenza islamica e quella espressa nel Sâmkhya presentato dalla Bhagavad-gitâ.

serpente crocefisso

serpente crocefisso

Qui, interpretazioni similari si trovano proiettate ad un livello di coscienza ancora più esoterico. Infatti, in questa concezione decisamente Orientale, metafisica e gnosi spodestano i concetti di confessione religiosa e devozione. Ma dopo questo concetto non c’introduciamo nella concezione vedica della vita e del suo “eroismo”, perché lo scritto si appesantirebbe uscendo fuori dal tracciato interesse di comprensione del mondo islamico.

Una sola considerazione ripropongo, quella di dover sempre rammentare che la guerra santa è, secondo la maggioranza dei popoli che ruotano intorno al bacino mesopotamico, la via di Dio. “Il guerriero, in ambedue le fedi, s’identifica con la forza trascendente di distruzione che fa propria, così, nel trasfigurarsi, si libererebbe delle pastoie dell’umano come è affermato anche nel Markandeya-purâna (XLII), tanto da poter esclamare “Contraria sunt complementa”.

 

CONCLUSIONE

Il sangue dei prodi è più vicino

al Dio dell’inchiostro dei dotti e

di tutte le parole dei pii!

Ho tentato di porre l’accento e dimostrare le differenze interpretative del modus vivendi tra il mondo islamico e il nostro di Occidentali.

Da noi la vita è sacrificata per ottenere un campo d’arare, per l’orgoglio nazionale, per il dovere verso lo Stato e la Patria, da loro, dagli Islamici, cosa che noi definiamo da medio evo, barbara, aberrante, la vita si sacrifica solo per Dio.

Le due posizioni filosofiche sono allora sempre e costantemente inconciliabili anche se il risultato finale è sempre lo stesso, quello della morte dell’uomo.

Qui termina il compito che mi sono prefissato, ai politici, sperando che non si comportino da politicanti miopi ed interessati, la risposta sui destini dell’uomo e del mondo.

Così in ultimo riprendo un po’ adattandoli alcuni versi di “Padre Dante”:

… “Ahi servo mondo di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!”… (Purgatorio canto VI)

Ah, dimenticavo, un estremo concetto amo ricordare: “Non sono i militari a volere le guerre, essi le combattono per dovere e giuramento alla Patria”, anche se purtroppo la mamma dei cretini è sempre incinta!

orma

orma kiriosomega

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