COS’È ISRAELE?


COS’È ISRAELE?

DI ALBERTO B. MARIANTONI e KRSMG

(documento concordato e redatto in Roma anno 2009 inviato alla lista di distribuzione italiana a nome di Alberto).

Non ho mai voluto pubblicare questo documento per lasciare a Alberto ogni onore! Oggi la situazione è gravissima e è necessario capire!

in ricordo di Alberto Mariantoni e Paolo Signorelli!

in ricordo di Alberto Mariantoni e Paolo Signorelli!

Gli Scomunicati.

Per incominciare, diciamo che Israele è il poco conosciuto, intrigato e caleidoscopico compendio di tutta una serie di “imbrogli”. Tra cui, i principali sono quelli che avremo modo di conoscere e di analizzare nelle pagine che seguono.
Mi spiego.

  1. Israele è innanzitutto un “imbroglio diplomatico”.

Come nasce Israele?Nasce con un voto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).
Come sappiamo, il 29 Novembre 1947 – sull’onda degli esiti della Seconda guerra mondiale e delle comprensibili emozioni suscitate dai “crimini nazisti” – l’ONU decretò, motu proprio, la creazione di due nuovi Stati: uno (congetturato) “ebraico” e l’altro arabo, all’interno di un territorio denominato Palestina. E questo, con una semplice maggioranza aritmetica di 33 voti a favore, 13 contro e 10 astenuti.

L’ONU, infatti, in quell’occasione – con la “Risoluzione 181” – aveva preso l’unilaterale e discutibile decisione di imporre la creazione di due Stati distinti e separati (più la realizzazione – mai attuata – di un “mini-Stato internazionale”, attorno alla città di Gerusalemme, per salvaguardare i “luoghi sacri” alle tre religioni monoteiste), all’interno di un territorio (la Palestina) che era già interamente abitato da una popolazione omogenea (all’incirca 1.237.000 Arabi palestinesi – altro che “una terra senza popolo, per un ‘popolo’ senza terra”! – come aveva già infondatamente preteso il sionista Israel Zangwill e si sbraccerà successivamente di fare credere al mondo, il futuro Primo ministro israeliano Golda Meir, alias Golda Mabovitc-Meyerson). Una popolazione che, come minimo, risiedeva ininterrottamente su quelle terre, dall’epoca della prima conquista arabo-mussulmana di quella regione (VIIº secolo).
L’ONU, naturalmente, per potere più facilmente imporre quella sua soggettiva ed arbitraria decisione – non solo non aveva rispettato i principi fondamentali della sua propria Carta fondatrice (che parlano del diritto dei popoli a disporre di loro stessi, di libertà di espressione, di indipendenza, di autodeterminazione, di democrazia, ecc.), ma – non si era nemmeno curata di organizzare, magari per salvare la faccia, una qualunque parvenza di referendum consultivo, per accertare, ad esempio, cosa ne pensassero o meno, di quella sua unilaterale e costrittiva “sentenza”, le popolazioni della Palestina.

Da un punto di vista del diritto internazionale, quello che c’è di più grave, è che la medesima ONU, in quella medesima occasione, aveva addirittura preso l’inammissibile ed ingiustificata responsabilità di assegnare una delle due frazioni della Palestina suddivisa (quella che avrebbe dovuto essere ufficialmente riservata agli “Ebrei”), non ad un Popolo-Nazione (come sono, ad esempio, i Curdi, gli Armeni, gli Italiani, i Francesi, i Greci, i Turchi, ecc.) ma, ai rappresentati di una delle innumerevoli “fazioni” del Giudaismo religioso e/o culturale e/o storico. Esattamente, alla “fazione politica internazionale” dei cosiddetti Sionisti: un “partito politico”, cioè, che prendeva e prende ispirazione, impulso e giustificazione dall’opinione o dalle convinzioni di alcuni pensatori/scrittori di questa tradizione, come Yehouda o Juda Alkalaï, autore del libro “Minhat Yéhouda” o “l’Offerta di Giuda”, del 1845; Moses Hess, autore del libro, “Rom und Jerusalem” o “Roma e Gerusalemme”, del 1862; Leon Pinsker, alias Jehudah Leib Pinsker, autore del libro, “Eigen-Emanzipation” o “Auto-emancipazione”, del 1882; Theodor Herzl, alias Benjamin Ze’ev Herzl, padre del Sionismo internazionale ed autore, tra gli altri, dei libri, “Der Judenstaat” o “Lo Stato giudaico”, del 1896, e “Altneuland” o “Vecchia-Nuova Terra”, del 1902; Nahman o Nachman Syrkin, fondatore del Sionismo Socialista ed autore del libro “Die judenfrage und der sozialistische Judenstaat” o “La questione giudaica e lo Stato socialista dei Giudei”, del 1898; ecc.
L’ideologia che era scaturita dagli scritti di questi ultimi, infatti – facendo arbitrariamente coincidere l’appartenenza religiosa e/o culturale e/o storica dei membri delle differenti e variegate Congregazioni del Giudaismo, con una loro pretesa, mai accertata e mai dimostrata origine etnica comune – ambiva riunire la totalità dei membri di quella tradizione, in un medesimo luogo geografico (preferibilmente in Palestina; ma avrebbe ugualmente accettato qualche frazione di territorio in Uganda, in Egitto, in Argentina o altrove) per evitare – si sottolineava – che questi ultimi continuassero ad essere direttamente o indirettamente vittime dell’intolleranza e delle persecuzioni delle popolazioni e/o degli Stati che, allora, li ospitavano.

E’ prendendo ispirazione da quell’ideologia – e facendosi forti dei “riflessi condizionati” che erano stati diffusi per secoli, nel mondo, a proposito degli adepti del Giudaismo (in particolare, dal Cristianesimo e dall’Islam che li hanno sempre considerati un popolo, una nazione ed una razza a parte… ed ugualmente, in tempi più recenti, dalle assurde ed infondate “teorie biologico-razziali” degli anti-semiti che, come sappiamo, vedono nell’ “ebreo”, una specie di “anti-razza” o semplicemente una “razza alter-ego” delle altre razze ed, in particolare, di quella indoeuropea!) – che i rappresentanti del “partito internazionale” dei Sionisti riuscirono a “confondere le idee” della Comunità internazionale e ad imporre all’ONU (ed al mondo!), la loro visione delle cose!
I rappresentanti di quel “partito”, infatti – oltre ad auto-proclamarsi i legittimi rappresentanti dell’insieme delle numerose e variegate Confraternite religiose-culturali-storiche del Giudaismo che esistevano nel mondo – incominciarono ugualmente a pretendere che tutti gli affiliati alla loro organizzazione e quelli delle succitate Confraternite, fossero considerati un medesimo popolo/nazione/razza o, se si preferisce, i “discendenti diretti” e/o “sopravvissuti” di quella parte delle popolazioni dell’antica Giudea che era legata alla religione di YHWH o Yahwè e che era stata espulsa dalla Palestina, all’epoca dell’Impero Romano, tra il 70 ed il 135 della nostra era.
E l’ONU… – probabilmente per non farsi tacciare di consesso “antisemita” o “negatore” dell’Olocausto – abboccò!

E’, dunque, ai rappresentanti di quel “partito”, e non – come spesso si pretende (per ignoranza o malafede) – ai cosiddetti “Ebrei della leggenda” o ai “Giudei della Storia”, che l’ONU concesse l’autorizzazione di entrare in possesso di quei territori della parte della Palestina che, dal 1948, chiamiamo Israele.
Il tutto, naturalmente, pur sapendo perfettamente (e non si venga a dire che i rappresentanti degli Stati che, allora, aderivano dell’ONU, non ne fossero informati!) che gli appartenenti alle differenti e variegate Confraternite del Giudaismo (che, tra l’altro, fino ad allora, non avevano mai avanzato una tale pretesa!), non erano affatto, né potevano essere, un medesimo popolo, né una medesima nazione, né una medesima razza (come era già stato ampiamente chiarito ed approfonditamente dettagliato, nel tempo, da Rabbenu Saadia ben Joseph Gaon ad Ernest Renan, da Halevy ad Arthur Koestler, da Salcia Landemann all’UNESCO, ecc.).

  1. Israele è un “imbroglio istituzionale”.

Ufficialmente democratico, costituzionale e parlamentare, lo Stato di Israele è l’unico Stato del mondo a pretendersi istituzionalmente uni-confessionale ed uni-“razziale”.
Certo, ufficialmente, nel contesto dello Stato di Israele, ci sono ugualmente “cittadini israeliani” di etnia araba, armena e circassa, nonché di confessione musulmana, cristiana, druza e samaritana. Ma provate a domandare a questo genere di “cittadini” di seconda classe, se la loro specifica “nazionalità” – che, tra le altre particolarità limitative, prevede una vistosa ed inequivocabile stampigliatura, sui passaporti ed altri documenti di identità, circa l’effettiva appartenenza etnica e religiosa dei rispettivi titolari – corrisponde, in tutto e per tutto, a quella degli effettivi “cittadini israeliani D.O.C.” che appartengono, invece, ad una qualsiasi delle innumerevoli e variegate Confraternite religiose e/o culturali e/o storiche del Giudaismo.

Questo, però, senza esimersi di fare sapere agli europei che – perfino all’interno di quella privilegiata e strettamente riservata cittadinanza di “origine controllata” – ci sono tutta una serie di “distinguo” etnico-socio-culturali ed un’ufficiosa scala gerarchica di precise ed invalicabili “dignità” socio-politico-economiche che vanno da quelle che sono prevalentemente centralizzate dagli Askenaziti di origine lituana, lettone, bielorussa e polacca, a quelle che sono accentrate dagli Askenaziti di origine tedesca ed austriaca, nonché britannica ed olandese, russa e statunitense; e giù, via, via – dall’alto, verso il basso… – ugualmente attribuite ai Bené Roma (Sefarditi italiani) o ai Romanioti della Grecia; ai Mitzrahi (Comunità orientali) e/o a certi Sefarditi ispanici (Spaniolim); ai Parsim d’Iran e/o ai Guriyim del Caucaso; agli Yahdut del Kurdistan o ai Baghdadi d’Iraq; ai Teimanim dello Yemen o agli Omani dell’Oman; ai Sefarditi di cultura araba ed a quelli di cultura berbera; ai Bulkarim dell’Asia centrale ed ai Bnei Menashé dell’Himalaya; e, dulcis in fundo, ai Malabari dell’India ed ai Fàlasha dell’Etiopia.

Israele, inoltre, è l’unico Stato del mondo che non ha mai definito, né voluto definire, le sue frontiere internazionali. Al punto che, a 58 anni dalla sua fondazione, continua illegalmente a non volerle tracciare o precisare, poiché – molto probabilmente – spera sempre di poterle, un giorno, fare coincidere con il significato ed il senso degli scopi che, da sempre, sono perseguiti dall’ideologia “nazional-sionista”: quelli, cioè, che sono perfettamente riassunti dalla frase che è scolpita su una lastra di marmo e che spicca, in bella mostra, a Tel-Aviv, sul frontone del principale ingresso del Parlamento israeliano, “Dal Nilo all’Eufrate”. Scritta che figura ugualmente, in scala ridotta, su alcuni coni metallici che sono normalmente in uso nel contesto del medesimo Stato.
Israele, per di più, è l’unico Stato del mondo che – in piena epoca post-coloniale – continua a giustificare l’annessione militare di territori extra-nazionali (Golan, Gerusalem-est, alcuni appezzamenti del Sud del Libano) ed a favorire ed a promuovere politicamente, nonché finanziare concretamente (con i soldi del contribuente USA, naturalmente!), la creazione di colonie di popolamento per i suoi cittadini “D.O.C.” (all’incirca 300.000 coloni che si sono appropriati delle migliori terre, trasformandole in vere e proprie roccaforti militarizzate) all’interno della Cisgiordania palestinese che Israele ha conquistato, nel 1967, con la forza delle armi e che continua militarmente ad occupare, opprimendone e vessandone le popolazioni, da quasi 40 anni.
Israele, in fine, è l’unico Stato del mondo che, dal 1948 ad oggi, ha eluso e continua a non rispettare all’incirca 72 risoluzioni dell’Onu; che – non solo si è rifiutato e si rifiuta di firmare il “Trattato di non proliferazione nucleare”, ma – ha realizzato e sviluppato (grazie alla Francia, negli anni ’50/’60 – e senza che nessuna AIEA di Vienna glie lo abbia mai rimproverato, né rinfacciato!) tutta una serie di ordigni nucleari (si parla di più di 300 testate) e che fanno considerare questo Paese, la quarta potenza nucleare del mondo; che possiede attrezzatissimi centri di ricerca per la messa a punto e la produzione in serie di armi di distruzione di massa (biologiche, chimiche e batteriologiche), con immensi stock operativi a disposizione; che continua a violare le Convenzioni di Ginevra e dell’Aia; che ha praticato (e pratica) la pulizia etnica, l’apartheid, la rappresaglia indiscriminata, il terrore poliziesco, gli omicidi mirati ed extra-giudiziari, le stragi, la tortura generalizzata (addirittura approvata da una sentenza giuridica!), la segregazione, la distruzione delle abitazioni e dei raccolti, la confisca delle terre e dei pozzi d’acqua, ecc.; che possiede numerosi campi di concentramento; che mantiene in prigione, senza processo, all’incirca 8.000 detenuti Palestinesi (senza contare i Libanesi), tra cui numerosi minorenni tra i 12 ed i 15 anni; che continua ad occupare ed a rendere impossibile la vita dei Palestinesi – non solo in Cisgiordania, ma perfino – a Gaza “evacuata”…; che può impunemente edificare “muri della vergogna”, ecc.
Tutto questo, naturalmente, senza che nessuna istanza internazionale o supra-nazionale – ivi compreso l’ONU o il Parlamento europeo o il Consiglio d’Europa – abbia mai ritenuto opportuno o utile di potere o di dovere annoverare Israele tra gli Stati più fuorilegge del mondo, decretando, nei suoi confronti, una pubblica ed esemplare condanna, eventualmente confermata e sostenuta da conseguenti sanzioni economiche che obblighino questo Stato a “rinsavire” al più presto ed a ritornare – volens, nolens – nell’alveolo dell’ordinaria legalità internazionale.

  1. Israele è un “imbroglio religioso”

In Europa, negli USA ed in buona parte dei Paesi del resto del mondo – grazie a 17 secoli di colonizzazione culturale imposta, attraverso la fede ed il monopolio dell’informazione, dalle diverse e variegate Chiese cristiane, ed a 14 secoli di simile colonizzazione culturale imposta, sempre attraverso la fede ed il medesimo monopolio, dalle diverse e variegate Comunità di fedeli dell’Islam – la maggior parte delle persone è convinta che gli affiliati ad una delle innumerevoli e variegate Confraternite del Giudaismo religioso e/o culturale e/o storico, siano “Ebrei”. Ed in quanto tali, questi ultimi siano principalmente legati (da un punto di vista religioso e/o culturale e/o storico) a quella serie di scritti, considerati sacri (la “Torà” o “sifré-Torà”), che i Cristiani chiamano il “Pentateuco” (i primi cinque libri della Bibbia) e che i Musulmani definiscono il “Libro di Mosè”.

La maggior parte delle suddette persone, inoltre – grazie ugualmente all’ “imbroglio diplomatico” partorito dall’ONU nel 1947-1948 e che abbiamo già visto – è parimenti convinta che gli attuali Israeliani siano “Ebrei”.

Chi sono, in realtà, gli Ebrei?

A quanto ne so io, gli unici “Ebrei” che la Storia conosce, sono gli “Ebrei della leggenda” che sono esclusivamente raccontati dalla Bibbia!

  1. Che cos’è la Bibbia?

Dopo le ricerche intraprese, nel tempo, da una serie di studiosi (come, Abraham Ibn Ezra, Joseph ben Isaac, Baruch Spinoza, Thomas Hobbes, Richard Simon, Jean Astruc, Julius Wellhausen, Martin Buber, Martin Noth, ecc.), sappiamo perfettamente che i primi “cinque libri” della Bibbia (il “Pentateuco”), non sono mai stati scritti, né dettati, né ispirati, da Mosè, né tanto meno pensati, organizzati e redatti da un medesimo autore.
Per riassumere, diciamo che l’intera critica biblica, dall’epoca delle suddette ricerche ad oggi, considera quei “cinque libri” (+ il “Libro di Giosuè”), come un’intricata, raffazzonata, rimescolata e super manomessa raccolta di saggi compositi ed eterogenei, organizzata e redatta su un arco di almeno 700 anni.
Il “colpo di inizio” di quell’incredibile e funesta “favola letteraria” che chiamiamo “La Bibbia”, sarebbe venuto da un certo Giosia o Josias (-640/-609): un insignificante ed ininfluente (ma aspirante imperialista…) re di Giuda che – per giustificare le future conquiste territoriali che avrebbe voluto concretamente realizzare in Palestina e nei territori limitrofi – si sarebbe inventato, di sana pianta (prendendo spunto da saghe e da leggende di altri popoli e di altre culture), un mitico ed eroico passato delle popolazioni del suo minuscolo regno (un “regno”… si fa per dire!). E, su ispirazione/istigazione del suo allora Gran sacerdote (Hilqiyya) e l’indispensabile ausilio di un certo numero dei suoi scribi, avrebbe ugualmente fatto “tradurre” quel suo irrefrenabile sogno di espansione, in un testo ideologico/teologico che, redatto al passato, avrebbe dovuto rappresentare, in realtà, la falsariga che le sue genti avrebbero dovuto seguire, in un prossimo avvenire, per facilitare la realizzazione di quelle sue ambiziose, future e mai attuate conquiste.
Sappiamo come andò a finire…

L’allora faraone d’Egitto, Neco o Nekao (-609/-594) – che considerava la Palestina un “protettorato” del suo Paese e non gradiva affatto che un qualsiasi reuccio della Giudea venisse a rimetterlo in discussione – armò un esercito, invase la Palestina, sbaragliò le truppe giudee a Megiddo e fece uccidere Giosia (-609).
La storia della “favola biblica” avrebbe potuto definitivamente concludersi in quella circostanza. Invece, a partire dalla “base ideologica” che aveva fatto imbastire, “pro domo sua”, Giosia, altri “furbacchioni” giudei pensarono bene di prolungarla nel tempo, nella speranza che quell’iniziale sogno del loro re, potesse un giorno realizzarsi.

Come sappiamo, all’epoca del re Nabucodonosor IIº (-605/-562), i Babilonesi invasero militarmente la Giudea, distrussero la città di Gerusalemme (-597) e ne deportarono buona parte della popolazione, in Mesopotamia.
Nel corso di quello che è comunemente definito l’Esilio di Babilonia di una parte della popolazione della Giudea, alcuni di quegli esuli pensarono bene, come ho già detto, di prolungare nel tempo le precedenti ambizioni di Giosia. Ed a partire dalla base ideologica che quest’ultimo aveva loro lasciato, si sarebbero ingegnati a concepirne il “nucleo centrale” di quello che oggi chiamiamo la Bibbia. Altri ex-proscritti, al loro rientro da Babilonia, lo avrebbero messo per esteso a Gerusalemme. Altri ancora, lo avrebbero riadattato e rimaneggiato fino all’epoca della Comunità di Qumran. Questo, prendendo largamente ispirazione dal zoroastrismo mazdeista, all’epoca della dominazione persiana (-530/-330) sul Vicino-Oriente.

Tutto questo, naturalmente, non è una mia personale intuizione/deduzione, né tanto meno una mia personale o professionale opinione. E’ semplicemente quanto afferma, attualmente ed ufficialmente, sia l’archeologia israeliana (Ze’ev Herzog, David Ussishkin, Israel Finkelstein, Neil Asher Silberman, ecc.); sia la filologia/glottologia (Edward Ullendorf, Ernst Axel Knauf, Giovanni Garbini, ecc.); sia la ricerca biblica (Thomas L. Thompson, Diana Edelman, John Van Seters, Niels Peter Lemche, Philip R. Davies, ecc.); sia la storia delle religioni (Thomas Römer, Keith W. Whitelam, ecc.).

Ora, se a quelle irrefutabili realtà scientifiche, aggiungiamo il fatto che gli “Ebrei della leggenda” (ammesso e non concesso che siano mai realmente esistiti), nel VIIº secolo (cioè, al momento in cui viene situato il re Giosia), non solo non esistevano più, ma nessuno – tra i possibili ideatori, redattori e/o editori di quel primo embrione di ideologia/teologia (o semplice “saga” politico-religiosa?) – era più in condizione (eccetto per i suggestivi e nebulosi racconti che probabilmente li descrivevano e che erano approssimativamente, frammentariamente ed oralmente giunti fino a loro…) di poterne ostentare (e nemmeno millantare…) la benché minima conoscenza o informazione storica, una domanda sorge spontanea: in nome di che cosa, le Chiese cristiane, la Umma musulmana e la suddetta maggioranza di persone che ho precedentemente citato, possono continuare a pretendere di chiamare o di definire “Ebrei”, gli affiliati ad una qualsiasi delle numerose e variegate Confraternite che, oggi, si rifanno al Giudaismo religioso e/o culturale e/o storico?
E se nessuno tra quegli affiliati può essere considerato “Ebreo”, a che titolo, gli attuali Israeliani, potrebbero pretendere di essere i discendenti diretti degli “Ebrei della leggenda”?

Intendiamoci: per quanto mi riguarda, ognuno, nel mondo – per tentare di realizzare i propri ideali o potere dare sfogo, appagamento o soddisfazione alle sue più intime aspirazioni o ambizioni, credenze o convinzioni, predilezioni o preferenze – ha il sacrosanto ed inalienabile diritto e la totale, assoluta ed incoercibile libertà di chiamarsi o di definirsi come meglio crede, preferisce o predilige; oppure, come più soddisfacentemente gli aggrada o gli fa comodo…
Il vero problema – se così vogliamo chiamarlo – incomincia a porsi, invece, quando singoli individui e/o gruppi umani costituiti ed organizzati, attribuendosi soggettivamente ed arbitrariamente un particolare qualificativo o appellativo (“Ebreo”/”Ebrei”), tentano ugualmente di farsi riconoscere, dall’insieme degli abitanti del nostro Pianeta, una concreta e tangibile parentela biologica ed antropologica con mitici o ipotetici “lignaggi” che la Storia, fino a prova del contrario, conosce soltanto a livello di leggenda. E, come inevitabile conseguenza o corollario di quell’unilaterale ed indimostrabile pretesa, cercano perfino di farsi aggiuntivamente o sussidiariamente accreditare e/o confermare un preciso ed esigibile ‘diritto di eredità fondiaria’ su dei territori che – secondo una scompigliata e fumosa sequela di eterogenei, temporali e mai identificati ideatori/redattori/editori di una serie di testi ideologico/teologici che definiamo ‘la Bibbia’ – sarebbero stati “promessi da “Dio” a quel loro presupposto o congetturato parentado.

E qui, sÎ, che nasce il problema di chiamarsi o di essere chiamati o definiti “Ebrei”!
Questo, tanto più che chi tende, oggi, a qualificarsi “Ebreo” o “Israelita” o “Giudeo” non professa assolutamente, né la religione degli “Ebrei della leggenda” (che nessuno sa nemmeno se siano mai realmente esistiti!), né quella del solo Israele che la Storia conosce (che è quello della dinastia degli omriti che professava una fede politeista!), né quella di una parte degli abitanti del regno di Giuda che, come sappiamo, furono sconfitti, scacciati dalla Palestina e dispersi negli allora diversi territori dell’Impero romano, sia dal generale Tito (70 della nostra era) che dall’Imperatore Adriano (135).
Da allora, se vogliamo, gli affiliati alle diverse e variegate Confraternite del Giudaismo che esistono in Israele e nel mondo – non solo sono religiosamente e culturalmente cambiati (ammesso e non concesso che, quelli di oggi, siano i discendenti diretti degli abitanti della Palestina di allora!), ma da un punto di vista della loro pratica quotidiana di quella tradizione – non hanno più nulla a che fare o a che vedere con la fede o le fedi che ebbero a professare, nel loro tempo, sia gli eventuali “Ebrei della leggenda”, sia gli effettivi “Israeliti” del regno di Omri, sia i “Giudei” della Storia.

Se facciamo volontariamente astrazione dal loro ‘monoteismo di base’ (il famoso Shema Yisrael…), da alcune loro credenze comuni (quelle in particolare, “nell’esistenza e nell’unicità di Dio”; “nella rivelazione divina” e “nelle pene e le ricompense nell’aldilà”) e dalla loro quasi unanime, ufficiosa o informale accettazione dell’integralità o di una parte dei famosi “13 principi di fede” di Maimonide detto Rambam (1135-1204), ci accorgiamo che, in Israele e nel mondo, tra gli affiliati alle diverse e variegate Confraternite di quello che continuiamo erroneamente o impropriamente a definire il Giudaismo (religioso e/o culturale e/o storico), possono benissimo essere contemporaneamente accertati, palesati o ravvisati (oppure, fatti emergere e risaltare) – sia singolarmente che in soggettive e variabili sequenze teoretiche e/o empiriche – una serie impressionante e sorprendente di molteplici, differenziati e contraddittori “Giudaismi”.

Una serie di “Giudaismi” che soltanto per poterli semplicemente e correttamente citare ed elencare, sarebbe necessario disporre del medesimo spazio tipografico che certi editori riservano usualmente ad un ordinario vocabolario.
Insomma, c’è di tutto: dal Giudaismo di coloro che si sentono legati alla tradizione degli antichi Rabbini (Tannaim e/o Amoraim; Savoraim; Guenoim; Rishonim; Ahronim; ecc.), a quello che è professato dagli apologeti della “Piattaforma di Pittsburg” del 1885; dal Giudaismo vantato e proclamato dalle diverse e variegate scuole talmudiche (sia sefardite che askenazite…), a quello che è manifestato dagli attuali propugnatori della Conferenza di Columbus del 1937; dal Giudaismo dei “613 Comandamenti”, a quello professato dai “Sionisti labouristi”; dal Giudaismo della Cabala e/o dello Zohar, a quello dei “Conservatori” o “Masorti”; dal Giudaismo “dell’Etica e della Moralità” (movimento “Mussar”), a quello dei Mitnagdim (o “Oppositori”); dal Giudaismo della “Torah Umadda” (“Torà/Scienza/Conoscenza”), a quello anti-arabo ed anti-askenazita di Nehama Leibowitz (1907-1997); dal Giudaismo degli adepti della “Signoria di Dio” (“Malkut Shaddai”), a quello messianico e razzista di Menachem Mendel Schneerson detto Rebbe (1902-1994); dal Giudaismo degli “Ultra-Ortodossi”, a quello degli “Ortodossi moderni”; dal Giudaimo dell’Haskala, a quello dei “Riformisti” e/o dei “Progressisti”; dal Giudaismo “Liberale”, a quello dei “Ricostruzionisti”; dal Giudaismo degli xenofobi anti-arabi e anti-palestinesi del Kach e/o del Kahane Shai, a quello degli anti-sionisti del Neturei Qarta o Karta; dal Giudaismo singolarmente propagandato dai diversi e policromi partiti politico-religiosi israeliani (ad esempio: Mafdal; oppure, Agoudat Israel; o ancora, Degel Hathora; ovvero, Poale Agoudat Israel; ossia, Shas; oppure ancora, Gush Emunin), a quello professato dagli aderenti e militanti del “Black Laundry” (un gruppo “Gay radicale”).
Allora – quando ci riferiamo ai simpatizzanti o ai militanti di questa tradizione ed, in particolare, alla popolazione ed ai “cittadini D.O.C.” dello Stato israeliano – di quali “Ebrei” e di quale “Giudaismo” stiamo parlando?

 

  1. Israele è un “imbroglio economico”

Per capire il significato ed il senso di questo “imbroglio”, è sufficiente rileggere ciò che scrivevo, nel 1991, a proposito dello Stato d’Israele, in concomitanza con l’allora primo dopoguerra del Golfo (vedere il mio: “Gli occhi bendati sul Golfo”, Jaca Book, Milano, 1991, pag. 211-213).

“Senza rifare la storia economica dello Stato israeliano, diciamo che nel 1988, il prodotto nazionale lordo di questo Paese si avvicinava ai 30 miliardi di dollari ed il debito estero era valutato circa 24 miliardi, di cui 19 miliardi nei confronti degli USA. La differenza tra le importazioni (pari a 10, 7 miliardi di dollari) e le esportazioni (pari a 7,2 miliardi) provoca un deficit commerciale di 3, 5 miliardi al quale andavano aggiunti gli interessi del debito”.

“(…) Sempre tenendo conto di questi dati, sappiamo che, in linea di massima, le spese militari di Israele gravano sul suo bilancio, nell’ordine di un terzo del PNL; al contrario, le esportazioni di armi verso Paesi terzi superano, ogni anno, il miliardo di dollari. Da queste cifre, naturalmente, sono escluse le esportazioni che derivano dalla cooperazione militare-industriale e tecnologica che Tel-Aviv intrattiene con il Sud-Africa, la Svizzera, il Cile, gli Usa, la Repubblica federale tedesca e l’Argentina” (Oggi, ci potremmo aggiungere, anche l’Italia e la Turchia…).

“Come compensa Israele le perdite della sua bilancia dei pagamenti? Grazie all’aiuto americano che, dal 1948 ad oggi, è arrivato a circa 60 miliardi di dollari! Ufficialmente si parla di 3 miliardi l’anno, mentre in realtà l’aiuto economico e militare totale, a fondo perduto, si avvicina ai 4 miliardi di dollari ed, a volte, a cifre persino superiori!”.

“(…) In tutti questi anni, infatti, 43 leggi sarebbero state votate dal Congresso americano per sostenere Israele, «minacciato» dagli Stati arabi della regione (sic!).”.
“Il vero scandalo di tutta questa faccenda, però, non risulterebbe soltanto dalla concessione abusiva ad Israele di somme supplementari, ma dal fatto che gli aiuti economici – ossia 1,2 miliardi di dollari l’anno – sono praticamente versati, ogni volta, in contanti e, per di più, all’inizio dell’anno, in piena rottura con le usuali procedure che l’Amministrazione americana adotta nei confronti degli altri Paesi beneficiari di questo tipo di aiuti”.

“Come utilizzano, gli Israeliani, i contanti liquidi che ricevono da Washington? Ebbene, li investono immediatamente negli Stati Uniti e, precisamente, in Treasury Bill (buoni del Tesoro americani), al tasso annuale di circa l’8%”.
“Non dimentichiamo che, per essere versato in contanti, il denaro per gli «aiuti» ad Israele, deve essere regolarmente preso in prestito sul mercato corrente dei capitali e costa, al contribuente americano, non soltanto l’aiuto concesso, ma anche diverse decine di milioni di dollari supplementari, relativi agli interessi passivi che decorrono inevitabilmente ogni anno su quelle somme”.
“Non parliamo degli «aiuti militari»… Un’altra serie di leggi americane autorizza, dal 1985, il versamento ad Israele di 1,9 miliardi di dollari l’anno, a titolo di donazioni per la ricerca e lo sviluppo nel settore dell’industria militare. Contrariamente a quello che accade in altri casi di aiuti all’estero, il contante assegnato a Tel-Aviv non è affatto speso negli USA, ma direttamente in Israele, provocando così anche una notevole perdita di commesse e di guadagno per l’industria americana!”.

“Ai tre miliardi di dollari di aiuti annuali standard, bisogna aggiungere gli «aiuti supplementari speciali» che del resto sono stati sempre approvati dal Congresso degli Usa: circa 2, 2 miliardi di dollari nel 1973, circa 3 miliardi di dollari nel 1979, 1,5 miliardi nel 1985, ecc.; senza contare quelli concessi ad Israele dopo l’inizio della guerra del Golfo; un miliardo di dollari in armi il 31 agosto, un altro miliardo in contanti il 6 settembre (a complemento dell’aiuto militare annuale), 400 milioni di dollari il 1° ottobre per favorire l’inserimento degli “ebrei” sovietici in Israele, nonché 650 milioni di dollari, nel marzo 1991, a titolo di compenso militare per le spese affrontate da Tel-Aviv all’epoca del conflitto Alleato contro l’Iraq”.

“Queste sono le cifre ufficiali… Per il resto, facciamoci questa domanda: quanto hanno ricevuto sotto banco gli Israeliani per rimanere «tranquilli» all’epoca degli attacchi iracheni contro Israele? Secondo il New York Times del 23 gennaio 1991, la somma concessa da Washington non sarebbe affatto inferiore ai 13 miliardi di dollari!”.

Ciò che non avevo evocato in quel mio capitolo del 1991, sono i miliardi di dollari (si mormora di più di 80/90 miliardi in soldi liquidi, senza contare i miliardi inclusi nelle linee di credito gratuite concesse a Tel-Aviv sui prodotti dell’industria tedesca) pagati dalla Germania federale, dall’inizio degli anni cinquanta a quest’anno (non dimentichiamo la recente consegna a Tel-Aviv di almeno 3 sommergibili della Classe Dolphin, da parte del Governo di Berlino!), a titolo di risarcimento, per i morti dell’olocausto e per le espropriazioni, nonché a titolo di compensazione per i maltrattamenti e le persecuzioni subite dai sopravvissuti, come pure a titolo di aiuto al re-inserimento economico e sociale per i figli ed i nipoti di questi ultimi, ecc.

Non trascuriamo i miliardi di franchi cash ottenuti dalle Banche svizzere, verso la fine degli anni ’90, per i famosi “conti in sospeso” dei presupposti affiliati al Giudaismo che dopo averli aperti, tra gli anni ’30 e ’40, non avrebbero potuto riprenderli, in quanto sarebbero morti o dispersi durante la Seconda guerra mondiale (montanti che, va ricordato, le Banche svizzere avevano già liquidato – con la mediazione degli Usa – all’inizio degli anni ’50).
Non omettiamo i miliardi di franchi francesi ottenuti dal Governo francese, sotto forma di cooperazione tecnologica per la progettazione e la costituzione della prima centrale nucleare a Dimona, in Israele.
Non evochiamo i miliardi di dollari che Israele sta tentando di ottenere dall’Italia, dall’Austria, dall’Ungheria, dalla Lituania, dalla Lettonia, dalla Croazia, ecc.

Non parliamo dei miliardi di dollari, a fondo perduto o sotto forma di “prestito” a tasso zero, che Tel-Aviv riceve ogni anno dai più fortunati membri della “diaspora” del Giudaismo sparsi per il mondo.

“Senza questi aiuti e senza queste agevolazioni finanziarie – concludevo quel mio capitolo del 1991 – quanto tempo avrebbe potuto sopravvivere Israele nel contesto del Vicino-Oriente?”.

Come credete che potrebbe continuare economicamente a vivere un Paese di all’incirca 20.700 chilometri quadrati (prima della Guerra dei Sei giorni, nel 1967 – quindi esclusa la Cisgiordania occupata e la striscia di Gaza “evacuata”), con l’estrema povertà, in risorse naturali, che caratterizza le sue terre? Con la coltivazione dei kiwi e quella dei pompelmi?
Israele, come potrebbe continuare a dare da mangiare agli all’incirca 4,5 milioni dei suoi abitanti – di cui all’incirca 3,2 milioni sono permanentemente sotto le armi o militarizzati e stabilmente assegnati all’Esercito, alla Marina, all’Aviazione, alla Polizia, alle Guardie frontiera, agli innumerevoli Servizi segreti, alle forze paramilitari dei coloni, all’industria militare, ai laboratori di ricerca scientifica, ecc. – se, domani mattina, decidesse di risolvere il problema Palestinese, di evacuare i territori occupati e di accettare la soluzione pacifica dei due Stati sullo stesso territorio?

Israele, nella migliore delle ipotesi, non riuscirebbe a sopravvivere neanche tre mesi!
Tanto più che – in caso di pace definitiva e duratura con i Palestinesi ed il mondo arabo – le 43 leggi di assistenza che sono state fino ad ora votate dal Congresso statunitense per sostenere Israele “minacciata”, diventerebbero immediatamente obsolete o antiquate, ed il Governo di Washington sarebbe costretto – su pressione dei suoi stessi contribuenti – a cessare velocemente di elargire qualsiasi tipo di aiuto economico e finanziario a questo Paese.
Inoltre, che mestiere si metterebbero a fare o in che settore dell’economia si potrebbero riciclare i suddetti 3,2 milioni di persone che fino all’eventuale “scoppio della pace” sono state impiegate a proteggere la sicurezza e l’integrità dei territori dello Stato israeliano e l’incolumità dei suoi cittadini?
E’ soltanto rispondendo a questo genere di domande che si può effettivamente comprendere i reali motivi per cui, il conflitto israelo-palestinese – nonostante le “buone intenzioni” ed i “buoni propositi” degli uni e degli altri (ed al di la delle loro rispettive differenze ideologiche, politiche, culturali e religiose…) – continua ininterrottamente a perdurare sine die, in quella regione, da più di 57 anni.

  1. Israele è un “imbroglio societario”

Per tentare di togliere la maschera alle mistificazioni che animano questo ennesimo “imbroglio” (last but not least), va innanzitutto focalizzata, circoscritta e decifrata l’antitetica, incompatibile e fondamentale differenza che intercorre usualmente tra una “società naturale e spontanea” (o “Innata Societas”) ed un’ordinaria “Simulata Societas”.

Che cos’è una “Innata Societas”?

E’ un modello di aggregazione umana e di coesione civile e politica che – con tutte le sue possibili ed immaginabili varianti politiche, economiche, sociali, culturali e religiose interne – tende ordinariamente a costituirsi e ad organizzarsi naturalmente e spontaneamente, senza l’ausilio o il supporto di nessun artificio esterno. In chiaro: nessuna costruzione o elaborazione intellettuale, né finzione ideologica, politica, giuridica o amministrativa.
Per riassumere, potremmo dire che è un genere di “Societas” che – volens, nolens – ha preso naturalmente e spontaneamente origine dalle insondabili ed inenarrabili circostanze e vicissitudini della vita e della Storia, e/o dagli inaccertabili ed incoercibili capricci del “fatum” e/o della “tychè” (la sorte, il caso).
Per convincersene, è sufficiente analizzare il significato ed il senso delle nozioni di “Società”, “Popolo” e “Nazione” naturali.

Che cos’è una “Società” naturale?

Dal latino societas, -atis (deriv. di socius, ii, cioè, socio, compagno, camerata, confederato), una Società naturale è un’associazione di esseri unici, originali, irripetibili e complementari – gli uni, in generale, utili agli altri e viceversa – nonché cosmicamente ordinati (o almeno, così era nelle prime manifestazioni della Polis greca e/o della Civitas romana), all’interno di una spontanea e naturale scala gerarchica di valori, di attitudini, di competenze e di responsabilità. Una scala gerarchica, all’interno della quale era impensabile che non si potesse fare una doverosa e salutare distinzione tra l’autoctono, il meteco, l’ospite straniero ed il barbaro; tra l’uomo libero, il servo e lo schiavo; tra il cittadino e il non-cittadino; tra il buon cittadino ed il cattivo cittadino; tra il cittadino naturalizzato, l’ex cittadino (colui, cioè, che era decaduto o che era stato privato della sua cittadinanza), il cittadino proscritto e quello ostracizzato.
Che cos’è un “Popolo” naturale?

Dal latino populus, i, un Popolo naturale è una Società umana che possiede origini, lingua, tradizioni, storia e ordinamenti comuni. Questo, sia che si tratti di un Popolo sedentario (un Popolo, cioè, che è stabilmente e/o tradizionalmente stanziato su un determinato territorio), sia che ci si riferisca ad un Popolo nomade (un Popolo, cioè, che ha scelto di fissare saltuariamente la sua dimora in luoghi diversi, spostandosi periodicamente o ciclicamente all’interno di una certa area geografica).

Che cos’è una “Nazione” naturale?

Dal latino natio, nationis (nascita, estrazione naturale) – a sua volta scaturito dal participio passato del verbo nascor, nasceris, natus (a, um) sum, nasci (nascere, essere generato; derivare, discendere) che, a sua volta ancora, aveva preso origine dall’arcaico gna-scor, gna-sceris, gna-tus (a, um) sum, gna-sci, dalla cui radice, gen / gna (ger, na), si erano formati i vocaboli genitalis, e (genitale, riguardante la generazione, la nascita), genitor, genitoris (colui che procrea, genitore, padre, origine, causa), genetrix, genetricis (genitrice, madre), gens, gentis (famiglia, casato, razza, popolo), genus, generis (stirpe, schiatta, lignaggio), ecc. – una Nazione, come precisa il Dizionario Garzanti della Lingua Italiana, è “l’insieme di genti legate da comunanza di tradizioni storiche, lingua, costumi, ed aventi coscienza di tali comuni vincoli”.

Focalizzato e memorizzato che cos’è una “Innata Societas”, vediamo, ora, che cos’è una “Simulata Societas”.

Una “Simulata Societas” – come la medesima espressione letteraria che sto utilizzando lo suggerisce – è una “imitazione”, un “succedaneo” di Società naturale: è un’associazione di “uguali” o di persone che tendono all’ “uguale” (un’associazione di persone, cioè, che affermano di riconoscersi e/o di credere nelle “stesse idee”, prendere ispirazione dai medesimi principi e valori e che pretendono, per giunta, “pensarla allo stesso modo”) che – con tutte le sue possibili ed immaginabili varianti politiche, economiche, sociali, culturali e religiose interne – tende ordinariamente ad attuarsi o a concretarsi, ogni qualvolta singoli individui e/o insiemi di persone, per cercare di riunirsi o di raggrupparsi, preferiscono esclusivamente farlo su un piano strettamente ideologico e/o emozionale. Il tutto, quasi sempre, nel desiderio e/o la speranza di potere concretamente riuscire a riformare e/o migliorare e/o superare la Società naturale.

Per potere meglio visualizzare in concetto di “Simulata Societas”, diciamo che questo tipo di società, può senz’altro essere paragonato ad ungruppo umano extra-tradizionale o multi-nazionale o supra-nationale; oppure, ad un “Partito” (nel senso che oggi, purtroppo, lo intendiamo!); o ancora, ad una “Setta” o ad una “Congregazione” o ad una “Confraternita”. Qualcosa, cioè, che, in definitiva, non ha nulla a che fare o a che vedere con qualsiasi modello di “Società naturale”.

Come è facile intuirlo o dedurlo, infatti, una Simulata Societas – per potersi realmente costituire ed organizzare; essere in condizione di esistere, di agire o di operare; e, quindi, di durare nel tempo – ha imperativamente bisogno di tutta una serie di costruzioni o di elaborazioni intellettuali, di finzioni ideologiche e di artifizi politici, sociali e culturali che non hanno (anche quando, esteriormente e apparentemente, riescono ad imitare le Società tradizionali…) nessuna correlazione, né attinenza, con i motivi naturali e spontanei di aggregazione umana e di coesione civile e politica che, invece, caratterizzano e contraddistinguono le autentiche Società naturali o gli ordinari modelli di “Innata Societas”.

Ora, se dovessimo dare credito alle balordaggini e/o alle imbecillità che sono state fino ad oggi propagandate e diffuse – sugli affiliati al Giudaismo – sia da certi Cristiani e Musulmani anti-giudaici (per limitarmi che a loro..), sia dagli Antisemiti (di tutte le “parrocchie” ideologiche e di tutti gli orizzonti politici e sociali), sia dai membri di certe fazioni razziste o xenofobe (come abbiamo visto) del Giudaismo, dovremmo, come minimo, identificare e catalogare gli adepti di una qualsiasi delle differenti e variegate Confraternite di questo complesso e caleidoscopico filone religioso e/o culturale e/o storico, tra i principali e moderni archetipi della più autentica ed indiscutibile “Innata Societas”. E di conseguenza, percepirli e considerarli, come uno tra i più antichi e dimostrativi esempi di Società, Popolo e Nazione naturali e spontanei. Al limite – vista la catastrofica situazione nella quale, attualmente, versano le altre… nel mondo – la “razza umana” più pura ed incontaminata che sia mai esistita sulla Terra!

Questa breve riflessione, ci lascia immediatamente percepire, quanto siano deboli, opportunistici e contraddittori gli argomenti avanzati, sia dagli Antisemiti che da certi Cristiani e Musulmani anti-giudaici. E quanto siano simultaneamente pretenziose, infondate e ridicole, le ipotesi biologiche ed antropologiche che sono ostentate, per loro stessi, dai membri di certe fazioni razziste o xenofobe della tradizione religiosa e/o culturale e/o storica del Giudaismo.
Gli argomenti degli “uni” (gli antisemiti e gli anti-giudaici) sono talmente deboli, opportunistici e contraddittori, e le ostentazioni biologico-antropologiche degli “altri” (i razzisti e gli xenofobi del Giudaismo) sono talmente pretenziose, infondate e ridicole che – se escludiamo a priori che gli “uni” e gli “altri” siano, tutti, una “manica di scemi” o di patologici ed irrecuperabili “mentecatti” (mi rifiuto, infatti, di utilizzare i crismi o i parametri della psichiatria o della psicopatologia, come “chiave di lettura”, per spiegare i fenomeni ideologici, politici, culturali e religiosi!) – dovremmo rassegnarci a credere che i membri delle suddette antitetiche ed irriducibili “categorie” siano, quanto meno (direttamente o indirettamente, consapevolmente o inconsapevolmente) complici!

Complici, nel senso, che gli “uni” (gli antisemiti e gli anti-giudaici) non possono ideologicamente fare a meno degli “altri” (i razzisti e gli xenofobi del Giudaismo) e viceversa.

E’ un po’ quello che succede, in Italia, tra gli “Antifascisti” ed i cosiddetti “Neo-Fascisti” (cioè, la “Destra-radicale” o il “fascismo”, cosi come l’antifascismo voleva che fosse…).

Insomma, se i suddetti “Antifascisti” – per avvalorare o giustificare il loro ruolo e confermare le loro artificiose e posticce teorie sul fascismo – non avessero sottomano quel genere di “fascisti”, sarebbero costretti ad inventarseli!
Ma ritorniamo ai normali affiliati delle differenti e variegate Confraternite che si riferiscono al Giudaismo religioso e/o culturale e/o storico.

Questi ultimi, infatti – contrariamente a quanto pretendono e cercano di fare credere gli antisemiti, gli anti-giudaici e/o i razzisti e gli xenofobi del Giudaismo, ed a quanto ritiene o presuppone, purtroppo, la maggior parte degli abitanti del nostro Pianeta – non sono, né possono essere, un popolo, una nazione e/o una razza, per la semplice e lapalissiana ragione che – come precisa la Torà o Pentateuco (Esodo 12, 43-49) ed il Talmud (Shabbath 96b) – per essere o diventare “fedeli adoratori di YHWH/Adonai” e/o perfetti “adepti/affiliati/membri del Giudaismo”, è sufficiente (per riassumere…), aderire al credo ideologico/teologico di quella Confraternita e… circoncidersi!

Essendo una “Comunità ideologica”, non possono, in nessun caso, essere o rappresentare gli elementi formativi e/o costitutivi di una qualunque “Innata Societas”, ma esclusivamente gli adepti/affiliati/membri di un’ordinaria “Simulata Societas”: nel caso specifico, un “Qahal” o “Edah” o “Queillah” (In lingua ebraica: “raggruppamento”, “assemblea” o “adunanza”) ideale e generale; che altro non è che il correlativo di Ekklesia (per i Cristiani) e di Ummah, per i Musulmani.

Quella loro “adunanza ideale”, però – come già avviene per il Mazdeismo, il Buddismo, il Cristianesimo, l’Islam, il Sikismo, il Tamulismo, il Baha’ismo, ecc., nonché per la maggior parte delle ideologie politiche, economiche e sociali del nostro tempo – non è né unica, né univoca!

Non è, né può essere tale, per la semplice ed evidente ragione che gli uomini, come abbiamo visto – nonostante le teorie che tendono a dimostrare il contrario – sono, e restano, tutti unici, originali ed irripetibili!

E’ inevitabile, dunque, che anche l’ “adunanza ideale” (“Qahal” o “Edah” o “Queillah”) degli adepti/affiliati/membri del Giudaismo, sia ugualmente plurale, poliedrica e differenziata. Così come è inevitabilmente plurale, poliedrica e differenziata l’immagine soggettiva ed arbitraria che ognuno di loro, al singolare, è riuscito a strutturarsi o a costruirsi nella sua mente e/o ad risentire nel suo cuore, a proposito della medesima ideologia/teologia alla quale si riferisce e nella quale si riconosce.

Nel Giudaismo, inoltre, quell’ineluttabile pluralismo/soggettivismo ideologico/teologico (che è già caratteristico all’insieme delle “Comunità ideologiche”…), è addirittura aggravato dal fatto che questo filone religioso e/o culturale e/o storico, dal 70/135 della nostra era, non possiede più nessun “Corpo ecclesiale supremo” che sia concordemente riconosciuto ed unanimemente accettato dall’insieme degli adepti/affiliati/membri di questa tradizione.

Non possedendo più, da circa due millenni, nessuna “catechesi unitaria”, né nessuna “chiara o rigorosa disciplina canonica”, è ugualmente inevitabile che ogni singola persona o ogni specifica Confraternita che tende a riconoscersi in quella tradizione, si senta autorizzata a considerare, come “vero” ed autentico, il Giudaismo soggettivo ed arbitrario che comunemente professa o ha direttamente deciso di esercitare o di ostentare.

Questa situazione – soprattutto in Israele (dove risiedono la quasi totalità delle “tendenze” di questo filone religioso e/o culturale e/o storico) – è ordinariamente foriera di innumerevoli tensioni e di inimmaginabili ed irrisolvibili conflitti quotidiani a base ideologico/teologica, sia tra adepti/affiliati/membri di una medesima Confraternita, sia tra Confraternita e Confraternita. Al punto tale che, la sola unità di intenti possibile tra i cittadini dello Stato israeliano, è quella che questo Stato medesimo riesce artificialmente e costantemente a costruire, aizzando guerre, provocando ingiustizie (e relative reazioni…), istigando o sobillando tensioni a non finire con l’esterno della propria società.

Senza per questo dovere o volere esprimere giudizi di valore, diciamo che è l’unico “espediente” che lo Stato israeliano ha a disposizione per tenere unite le infinite fazioni della sua “Simulata societas”.

Quando quelle “Comunità” al plurale e, come abbiamo visto, inarrestabilmente conflittuali, hanno la netta ed inequivocabile percezione di essere “attaccate” o “minacciate” collettivamente dall’esterno, nonché di rischiare in qualche modo la loro vita e/o la loro esistenza, ecco che ogni volta, come per “incanto”, sono pronte a mettere momentaneamente da parte i loro irrisolvibili dissidi e ridiventare temporaneamente le fraterne e solidali frazioni del loro (sperato e mai attuato…) “Qahal” ideale.

 E’ quella che io chiamo la “logica della Setta” (nel nostro caso, “le Sette” del Giudaismo!).
Dobbiamo meravigliarci, allora, della non soluzione, negli ultimi 57 anni, del “problema palestinese”?

Dobbiamo ancora sbalordirci dei motivi che sono all’origine delle numerose guerre israelo-arabe (1947-1948, 1953, 1956, 1967, 1972, 1973, 1982, 2006 – se si esclude quella del 1973, scatenata dall’Egitto e dalla Siria, tutte le altre sono state volute dai Governi israeliani, sia di sinistra che di destra) ?
Dobbiamo ancora sbigottirci della distruzione sistematica, da parte di Israele, dal 1948 ad oggi, di più di 430 villaggi palestinesi (tra cui, l’evangelico Emmaüs!) e della “pulizia etnica” operatavi, senza contare le carneficine, i massacri e le indicibili stragi che vi sono state realizzate?

 Dobbiamo stupirci se, negli anni ’80, l’organizzazione Hamas e quella della Jihad islamica palestinesi furono inizialmente favorite e finanziate dai Servizi segreti israeliani, per tentare di creare una “concorrenza” e parecchio scompiglio nel contesto del monopolio politico e militante che allora esercitava l’OLP all’interno dei Territori occupati e tra la popolazione palestinese?
Dobbiamo ancora stupefarci dell’invasione ed occupazione israeliana del Libano, tra il 1982 ed il 2000; e, magari sconcertarci, degli eccidi premeditati di Sabra e Shatila? Di Qar Yunes? Di Qana, ecc.?

Dobbiamo meravigliarci dell’arresto indiscriminato di ministri e di deputati di Hamas regolarmente eletti alle ultime elezioni palestinesi? Degli attacchi aerei e missilistici sulle abitazioni private e le infrastrutture civili all’interno della striscia di Gaza “evacuata”? Degli assassini mirati ed extra-giudiziari di esponenti della resistenza palestinese? Delle braccia e delle gambe spezzate ai manifestanti catturati, negli anni ’90? Dei maltrattamenti corporei e delle torture inflitte anche alle donne e/o agli adolescenti? Delle sparizioni sistematiche di residenti della Cisgiordania e di Gaza? Dei campi di concentramento? Delle prigioni di alta sicurezza? Dei rastrellamenti e dei “tiri al piccione” quotidiani all’interno dei campi profughi palestinesi? Dell’edificazione del “Muro della vergogna”? Delle cicliche intimidazioni e minacce, delle pesanti e provocatorie pressioni politiche e diplomatiche, e dei sistematici ricatti privatamente formulati o pubblicamente proferiti nei confronti dei responsabili (leggi: Valvassini degli Usa) dei Governi europei? Ecc.

Dobbiamo ancora stupirci o sbalordirci dell’inevitabile, riservato, segreto ed oggettivo “Patto di mutua assistenza” (non scritto…) che lega indissolubilmente (come nei “matrimoni cattolici” di una volta!) Israele agli Usa e gli Usa ad Israele?

Perché continuare a meravigliarsi che la cinquantennale strategia di “sopravvivenza” israeliana, vada, da sempre, a “braccetto” e, sempre più strettamente, d’amore e d’accordo, con quella di sistematica e capillare “depredazione” delle principali e sempre più rare fonti di energia non rinnovabile, spavaldamente e metodicamente perseguita dagli Stati Uniti d’America? “Strategia” che, recentemente, ha visto Israele, in Libano, per ricambiare certi altri “favori” Usa… scatenare, per conto terzi, una pretestuosa e travolgente guerra nei confronti dell’Hezbollah e provocare le brutali ed incalcolabili distruzioni che ha provocato, semplicemente per giocare il gioco di “esca d’avvezzo” nei confronti dei “barracuda” di Damasco ed, eventualmente, in seconda battuta, in quelli degli “squali” di Teheran?

Senza Israele, nel Vicino-Oriente, e l’immane e permanente “pericolo” (sempre “imminente” naturalmente!) che grava sulla sua “sopravvivenza”… gli Usa, come potrebbero politicamente giustificare la loro massiccia e sempre più esponenziale ed invadente presenza militare e logistica, in Europa (soltanto in Italia: 113 basi!) e nel bacino mediterraneo (per sincerarsene, vedere: A.B. Mariantoni, Dal “Mare Nostrum” al “Gallinarium Americanum” – Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente, articolo, EURASIA – rivista di Studi Geopolitica, No. 3. 2005, pp.81-94)?

E Israele, come potrebbe “sopravvivere”, nello stesso Vicino-Oriente, senza i sistematici ed opportunistici “veti”, all’Onu, della premurosa e disinteressata “balia statunitense”? Senza gli aiuti finanziari e militari dello zio Sam? Senza la “pompa ad ossigeno” tecnologica ed energetica di Washington? Senza la “copertura” politica, diplomatica e mediatica dei servi prezzolati dei “Liberatori in S.p.e.”?

Insomma, se vogliamo, quella loro inevitabile ed oggettiva “alleanza”, chiamiamola, pure, indispensabile ed imprescindibile cooperazione tra il proverbiale “gatto” e la celebre “volpe” dell’altrettanto nota e popolare favola di Pinocchio. Ma smettiamola, per cortesia, una buona volta, di continuare a giocare i “pesci in barile” o i soliti “burattini” del teatrino di Mangiafuoco, nelle mani degli uni e degli altri.

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