PIÙ CHE L’ARDIRE VALSE L’ARDORE!
Immagini satiriche dei moti risorgimentali italiani.
di kiriosomega
Tantissimi, per quei lontani tempi, erano i giornali satirici già esistenti nell’ampio panorama politico del Risorgimento Italiano. Moltissimi di essi erano noti al gran pubblico, altri, più giovani, diverranno più tardi famosi, ma tutti possedevano il sacro fuoco rivoluzionario che culminava in un unico comune desiderio: “Spingere le italiche genti a costruire la nuova Nazione Italia dal bel tre colori”.1
Nella breve presentazione che segue, in ordine cronologico, sono riportati i nomi delle testate giornalistiche satiriche che contribuirono, con i loro sagaci e satirici articoli, all’unificazione d’Italia, e rilievo è qui dato alle vignette che pubblicarono ed ai loro Autori.
Le immagini presentate sono il risultato della selezione di una non grande fototeca di stampe dell’Autore, quasi tutte tratte da giornali satirici di quel tempo ormai lontano, e scelte tra le più espressive attinenti ai personaggi politici più importanti. Dalla serie presentata, volutamente, sono state escluse tutte quelle che presentavano relazione col Papa.
Si può affermare che tra i più importanti promotori della satira politica giornalistica italiana, nel Piemonte di quel tempo ci fu il Conte di Cavour2 che, da fine diplomatico, ne comprese a fondo le potenzialità e le dirompenti possibilità comunicative.
La sua analisi sulle vaste opportunità di comunicazione, espresse da questo tipo di linguaggio, si rivelarono esatte, tanto che, in breve, colse i meritati sperati risultati.
A dimostrazione del valore generale della satira ricordiamo che ogni idea “socialmente utile”, realizzata o realizzabile, porta in sé le tendenze collettive di almeno cento anni di storia e, senza penetrare nella materia psicanalitica, possiamo affermare con Montagne e con la biologia moderna che “Chaque homme porte en lui la forme entière de l’humain condition”, ma chiaramente ciò è vero “a proposito del sistema in cui l’avvenimento ed i suoi antefatti accadono3”.
E’ possibile perciò sostenere, dopo la puntualizzazione, che il giornalismo satirico italiano ebbe effetto di sprone sulla rivoluzione italiana, così come le idee rivoluzionarie influenzarono questo modo d’esprimersi della cronaca giornalistica.
Pochi tra noi hanno ancora a memoria del fatto che, oltre all’ardire dei nostri patrioti profuso sui sanguinosi campi di battaglia, esistette un coraggioso “Plotone d’Assalto” che si oppose ai nemici dell’unificazione italiana scrivendo centinaia di pagine satiriche e caricaturali, per un’Italia libera, indipendente e sovrana.
Gli “Assaltatori” erano proprio i giornali satirici che, dalle loro colonne, attraverso le matite di tanti ottimi disegnatori, con la riproduzione anche delle lapidarie frasi del “popolano Pasquino” e con le strofe del Belli o di “Martorio”, riversavano un attacco continuo e pungente contro chiunque si dimostrava nemico della Patria libera.
Purtroppo, per l’oblio che su ogni cosa stende il tempo, a distanza di un secolo e mezzo non è facile gustare a fondo le scenette allora disegnate, perché i personaggi, il carattere, i tic, la forma fisica o le loro imperfezioni sono ormai dimenticate. Sarà perciò sommariamente riferito di volta in volta, per chiarimento ai lettori, l’ambiente in cui le battute furono scritte e tratteggiate.
Riportiamo di seguito una breve storia cronologica dell’apparizione delle testate giornalistiche che maggiormente divennero famose durante i moti rivoluzionari.
L’archetipo dei giornali satirici italiani, senza però vignette e caricature, fu “Caffè Pedrocchi” nato a Venezia nel 1846. Questa testata probabilmente servì da traccia per i numerosi altri che comparvero dopo di lui.
Nell’anno successivo (1847), a Milano, apparve “Quel che si vede e quel che non si vede” che ben presto si trasformò nel “Pungolo”.
Il seguente canzonatorio giornale, apparso “sul patrio suol”, fu il satirico “Arlecchino” di Napoli. La sua prima copia lasciò la tipografia il 15/febbraio/1848 a cura dell’editore Achille di Lauziéres. Attraverso questa testata, divennero noti Mattei e Melchiorre Delfico, il primo svolse un’azione principalmente politica, il secondo, fu conosciuto per essere un caricaturista verdiano e grande estimatore del Conte piemontese. Sul successivo supplemento del giornale, stampato in inconsueta carta azzurra, il Melchiorre divenne anche presto noto al pubblico per la sua pungente satira politica. Questo giornale fu colpito, com’è facile comprendere, da una gran serie di “disavventure” giudiziarie che lo videro attore in processi e sequestri.
Poco tempo dopo, nella “lumbarda” Milano, anche se tutta la regione e non solo questa città fosse dominata dallo straniero, l’irredentismo diede origine ad un altro foglio satirico. Nacque “Lo Spirito Folletto”, il cui principale disegnatore politico fu Antonio Greppi. Il giornale iniziò la sua tiratura il 1°/maggio/1848, ma cessò di esistere con la perduta libertà milanese. Riapparve, dopo essere stato blandito dal Maresciallo Radetzky affinché svolgesse un’azione a favore dell’Austria, edito da Edoardo Sonzogno nel 1861 ed alimentato dalle battute salaci dei disegnatori Vespa e Mata.
Aprì i battenti nella borbonica Palermo per volontà del nobile Giuseppe Puglisi, sempre nel maggio dello stesso anno, un foglio ciclostilato dal provocante nome “La Forbice”. Anche questo periodico non ebbe però lunga vita e la repressione verso di esso fu assai feroce.
Nel successivo mese di luglio, sempre del 1848, nacque a Firenze “Il Lampione”. Assiduo collaboratore fu Carlo Lorenzini in arte Collodi, per gli smemorati, il padre di Pinocchio. Questa pubblicazione si avvalse anche dell’arguzia di Mata che la testata aveva chiamato a sé, e che, già nell’articolo di fondo del primo numero, si espresse chiaramente scrivendo con gran coraggio,
“…Il nostro programma è l’Italia, L’Italia libera, una, indipendente”.
Il ritorno della reazione chiuse il giornale nel 1849, ma nel 1860, quando esso riaprì nuovamente la sede e riprese le pubblicazioni, il Lorenzini, come se nulla fosse nel frattempo successo, esordì testualmente scrivendo nel suo articolo: “Ripigliando il filo del nostro discorso…”.
Il romano “Don Pirlone” certo fu la pubblicazione satirica che divenne più famosa, essa, già nel nome prescelto, si rivelava con spiccata vocazione anticlericale sfidando la potenza del papato e di Pio IX “entro la cerchia delle antiche mura”. Il fondatore fu Michelangelo Pinto, ma i suoi collaboratori sono rimasti ignoti perché mai, per motivi ”di teste e di panieri”, firmarono i loro articoli e vignette. La morte colpiva allora facilmente, attraverso il “gran coltello”del Papa4, chiunque non si uniformava al cattolicesimo imperante.
Pasquino così commentò l’operato politico di Pio IX:
“I.N.R.I.” – Io Non Riconosco Infallibilità”
ed anche:
“Il concilio è convocato, i vescovi han decretato che infallibili due sono – Moscatelli e Pio Nono”.
Per capire la sorniona ironia è necessario essere a conoscenza che era in quel tempo in vendita una scatola di fiammiferi, prodotta a Viterbo da un certo Moscatelli, su cui era scritto “Moscatelli- Infallibili”.
Dopo la rivoluzione romana del 1848 scoppiata per la disattesa “libertà” che lo stesso Pio IX aveva annunciato con la frase pronunciata il 10/febbraio/1848 “…Gran Dio benedite l’Italia…”, travestito da semplice prete, in data 24 novembre il Papa Re, anticipando un altro Re, fuggiva a Gaeta dove rimase per due interi anni alla ricerca di migliori e più salubri latitudini.
Tutta Roma festeggiò la fine dell’odiato potere temporale e, dal 9/febbraio/1949, si esaltò per la conquistata Repubblica. Furono forse questi i giorni più lieti dei novelli triumviri “Armellini, Mazzini e Saffi”, ma purtroppo però, già il 3/luglio dello stesso anno, le truppe francesi al comando del generale Oudinot ripresero il dominio dell’Urbe, ed il Papa, da Gaeta, per tornare con relativa tranquillità concedette qualche amnistia, ma abrogò la parvenza di Costituzione che aveva in precedenza concesso. Tornato il 12/aprile 1850, non permise alcun liberalismo sia laico sia clericale, sostenendo tra l’altro anche la dottrina dell’ultramontanismo. Ma, mentre il cammino verso la “Libera Chiesa in Libero Stato5” avanzava inarrestabile e Pio IX restava indietro, l’ultimo suo brutale colpo lo eseguì il 24/novembre/1868 ordinando la decapitazione dei carbonari Monti e Tognetti.
“Pasquino” così celebrò quell’occasione:
“…Come la mala pianta della fede langue,
Se con gran cura il prete non l’innaffia
Di lacrime e di sangue.”
Oggi molti storici cercano di giustificare Pio IX per il suo operato, personalmente non trovo nulla da giustificare perché, come sempre, ogni atto fu eseguito con crudele spietatezza e non certo nel nome del Dio che dicono d’amare ed onorare.
In occasione della fuga del Papa, il Don Pirlone pubblicò un’edizione divenuta storica in cui era scritto
“ …Non alzate il bastone contro la stampa liberale…”
e, continuando, con autocompiacimento annunciava:
“ Don Pirlone I libero per grazia del popolo”.
Allo spirito patriottico del Don Pirlone, ben presto i romani tributarono un breve motivetto:
“Davanti a un numero
Di gran persone
Che ti saluta
Viva Pirlone”.
Nell’agosto 1849 nacque a Genova, per opera di Nicolò Dagnino, il giornale satirico repubblicano “La Strega”. Dagnino era un convinto repubblicano ed amico fraterno del “dottor Brown6”, che assistette sino alla morte avvenuta a Pisa in casa Rosselli il 10/marzo/1872. Anche La Strega patì i suoi guai, infatti, il giornale fu chiuso per quasi tre mesi dopo che sulle sue pagine apparve una vignetta di Gabriello Castagnola intitolata “l’Italia in croce”. La Strega cambiò poi nome in “Maga” e in seguito in “Vespa”.
Il 2/novembre/1848, con la stessa data di nascita de “Il Fischietto” comparve a Milano “L’uomo di Pietra”.
Tre anni dopo, nel 1851, vide la luce il “Pasquino” dopo che “Il Fischietto” non poté più apparire in terra lombarda. Il periodico soppresso celava tra le sue colonne anche il diretto pensiero del liberale Conte di Cavour, che attraverso questo foglio portava nelle regioni oppresse una ventata di pensiero anti asburgico sperando che si concretizzassero aiuti verso il Piemonte.
Abbiamo già affermato che Cavour fu tra i primi italiani a rendersi conto del potere di questa “quinta colonna” e del suo particolare modo d’esprimersi. Egli sosteneva, infatti, che una stampa libera e pungente, provocante e pugnace, avrebbe spinto nella giusta direzione le richieste societarie di libertà. Esempi in questo senso gli giungevano dalla penna di Daumier che, dalla Francia, parteggiava per il nostro Paese, ma anche dalle consolidate democrazie svizzera e inglese che gli furono modelli per la sua idea di riscatto dal dominio straniero.
L’idea del Conte amante della satira politica non fu peregrina, infatti, lui stesso, quand’era solo un giornalista, in data 7/gennaio/1848, pubblicamente si espresse a favore di questo tipo di comunicazione durante il primo convegno della stampa italiana svoltosi nei saloni dell’hotel “Trombetta” di Torino.
Nella stessa occasione suggerì, agli esterrefatti suoi colleghi, l’esigenza che entrasse in vigore, “finalmente”, anche una nuova Costituzione.
Al giornalista Cavour fu congeniale il valore enorme e pregevole delle vignette, perché, lettore della stampa estera, ammirava il satirico inglese “Punch” e i francesi “Charivari” e “La Caricature” in cui il duo Daumier – Philippon, antesignani degli sciovinisti Uderzo e Goscinny, spronavano folle di lettori.
In Italia, tantissimi sono gli autori satirici da ricordare, “Aldo Mazza, Amero Cagnoni, Antonio Greppi, Camillo Marietti, Casimiro Teja la cui firma era Puff, Francesco Redenti, Giuseppe Scalarini, Gabriello Castagnola, Icilio Pedrone, Ippolito Virginio, Mata alias Adolfo Matarelli, Melchiorre Delfico, Michelangelo Pinto, Umberto Tirelli, Vespa pseudonimo di Vespasiano, Bignami e Bormainerio, Foggi, Gorra e Mattei”. (La tradizione italiana della satira politica è continuata e, in quest’ultimo quarto di secolo, sono da ricordare “Altan, Giannelli, Ellekappa, Vauro, Clericetti, Forattini, Castellano e Pipolo, Amurri e Verde, Antonio Ricci, Vaime…”, e tanti attori di cinema e cabaret quali “Petrolini, Totò, De Sica, V.Gassman, U. Tognazzi, Gigi Proietti, Dario Fo, Franca Rame, E. Montesano…”, “I Gufi, I gatti di vicolo miracoli, Svama e patruno” cui tanti altri se ne affiancano.
Tutti questi personaggi possiedono uno stuolo di estimatori e fans che non sempre sono attenti a ciò che leggono, ma certamente ricordano ciò che vedono.
L’azione mentale di molti uomini, forse di quelli con più “bassa cultura” perché hanno svolto gli studi in scuole basse [pianterreni e seminterrati], e dei giovani, perché troppo presi da altre emozioni, è proprio di ricordare immagini e slogan e non scritti, così Cavour, accortamente, decise di servirsene.
Lo statista comprese che “le teste calde” erano, per loro cultura e caratterialità, le più plagiabili dalla satira politica e, contemporaneamente, si dimostravano anche poco interessate a ciò che avrebbero potuto perdere. Eccoli allora “arruolati”, senza che se ne rendessero conto, nel vasto movimento d’opinione che spinse la stampa, la politica ed i “perbenisti” verso l’insurrezione.
L’idea si rese concreta con la fondazione di un giornale, “Il Fischietto”, che ebbe i natali a Torino. Il fine del periodico, di chiara origine politica e argutamente satirico, era di svegliare le coscienze, specialmente incoraggiando i “lumbard” ad insorgere contro il dominio asburgico. Le pubblicazioni si susseguirono regolarmente dopo l’edizione del primo numero avvenuta il 2/novembre/1848.
Probabilmente l’amor proprio del giornalista Cavour fu spinto all’azione dalla sconfitta dei piemontesi a Custoza e dal successivo armistizio “Salasco7”, e dall’onta di una nuova sconfitta patita a Novara nel 1849. Questi avvenimenti gli lasciarono una grande amarezza che lo fece accostare al mondo della politica attiva, incominciando così ad ordire l’intricato dedalo d’idee che condussero Napoleone Terzo a convenire ai suoi voleri.
Il Fischietto, in gran parte sua creatura, era stampato nel cortile “Limone” in Via Guardafanti per i caratteri della tipografia Cassone. Le sue pagine non furono meno battagliere, provocanti e motteggiatrici delle altre testate di quel tempo. I suoi ispiratori e sostenitori erano tutti liberali, nelle cui fila tanti erano i massoni, i carbonari ed i mazziniani. Purtroppo, “Il Fischietto”, per il troppo ardire ed ardore, presto venne meno al suo compito divulgativo, varcare il Ticino per stimolo sui lombardi, poiché dall’Asburgo ne fu vietata la vendita in quella regione.
Lo stesso Cavour, per esigenze politiche, a malincuore dovette pro tempore chiuderlo, mentre contemporaneamente incitava i redattori a non demordere e continuare il loro lavoro al suo fianco.
Ma anche lo stratega Cavour, spinto dalla sua passione per la Patria libera, riferendosi alla città di Torino dopo l’armistizio Salasco, proprio su questo giornale scrisse una storica lapidaria frase a monito dei pavidi ed incitamento dei liberali: “… Qui giace l’indipendenza d’Italia uccisa dai “gamberi”8.
In molti, anche tra i suoi biografi, affermarono che il “Ragno tessitore” avesse partorito quest’ultimo pensiero lungo la strada che giornalmente percorreva camminando per recarsi da Palazzo Cavour al Parlamento, mentre leggeva “Il Fischietto” lungo la strada.
Spesso mi sono chiesto se l’accorto Conte di Cavour, nonostante il suo titolo nobiliare e quanto la storiografia ci ha tramandato, sia stato realmente un monarchico convinto o, se invece, i suoi intendimenti insurrezionali lo avessero condotto a valutare come più conveniente, per quei tempi, puntare sulla monarchia vincente per non scontrarsi contemporaneamente, nella realizzazione del riscatto italiano, con due avversari, il nemico asburgico dominatore ed i savoia che difendevano se stessi dai moti repubblicani9.
A Firenze, nel 1859, nacque un altro “Arlecchino” per volontà d’Enrico Soliani. In questo giornale il live motive fu “Il ritorno del babbeo” però scritto “babbo” che metteva in risalto, in modo ridicolo, la figura del “Grandoca”, leggi Granduca di Toscana Leopoldo II.
Altri fogli satirici torinesi furono “Buonumore”, “Gianduia”, “Nuovo Fischietto”, “Pagliaccio”, “Un Soldo”.
Testate milanesi meno note sono “Diavolo a Quattro”, “Lanterna Magica”, “La Cicala Politica”, “Mefistofele”, “Panorama”.
A Napoli nacquero anche “L’Arca di Noé” e “Pulcinella”.
A Firenze furono editi anche “Chiarivari del Popolo”, “Speranza”, “La Lente”, “Piovano Arlotto” “Lanterna di Diogene” e gli antipiemontesi “Chiacchera”, “Viscardiello”, “Zanzara”.
I giornali si distinguevano tra loro per le origini cui s’ispiravano, ma unico era l’intendimento: “Costruire un’Italia Libera ed indipendente”.
I piemontesi erano necessariamente a favore di Cavour e dei Savoia, quindi, per dirlo in gergo militare, si mostravano allineati e coperti.
I milanesi erano invece contrari alla politica di Cavour che spesso attaccavano anche violentemente.
Le testate fiorentine e genovesi, non oppresse dalla presenza dei Savoia, erano più libere e si esprimevano in favore della creazione di una repubblica secondo la visione di Mazzini.
I gazzettini romani mostravano le loro velleità contro il Papa ed il suo potere temporale, mentre quelli di Napoli e Palermo combattevano la loro battaglia contro i Borboni, non disdegnando la politica sabauda.